MDXLIV

Anno diCristo MDXLIV. Indizione II.
Paolo III papa 11.
Carlo V imperadore 26.

Venuta la primavera di quest'anno, si esibirono di nuovo i barbari Turchi di passare ne' mari di Spagna, per dare il guasto a tutti que' lidi. Ma il re Francesco oramai ravveduto, se non anche pentito, della scandalosa sua lega con quegl'infedeli, che nulla aveva a lui fruttato se non immense spese e l'odio dei popoli cristiani, e l'aver cagionata in Germania una forte lega di que' principi, tanto cattolici che protestanti, licenziò finalmente il Barbarossa, regalato con molti doni, acciocchè tornasse in Levante. Lasciò costui nel suo viaggio infauste memorie della sua crudeltà. Fermatosi all'Elba, vi recò gran danni. Arrivato a Piombino, perchè l'Appiano signor d'essa terra non volle restituirgli un giovinetto fatto cristiano, e figlio d'uno de' suoi capitani, mise la gente in terra, e col ferro e col fuoco e colla schiavitù di molte persone obbligò quel signore a rendere quel garzone. Giunto dipoi sul Sanese, prese Telamone e Porto Ercole e l'isola del Giglio, facendo prigioni più di sei mila cristiani. Indi passato all'isola d'Ischia, la rovinò tutta, colla presa anch'ivi d'assaissimi abitatori. Andò sotto Pozzuolo, ma nulla vi guadagnò. Depredando poi le riviere della Calabria, pervenne a Lipari e a Procida, alle quali diede il sacco, e ne condusse via circa otto mila persone. La maggior parte di tanti poveri cristiani fatti schiavi perì per li soverchi patimenti, prima di giugnere in Levante, non sapendosi nè anche intendere come potesse la sua per altro gran flotta condurre tanti schiavi e alimentarli. Perciò in tutta Italia altro non si udiva che maledizioni contro il re di Francia, il cui furore avea tirato sopra la cristianità questo flagello. E la sua parte ancora, secondo la varietà de' genii, ne toccò all'imperador Carlo, attribuendo a lui la cagion delle presenti guerre, e l'ostinazione in non voler la pace. Era esso Augusto collegato col re inglese ai danni della Francia, ed amendue (tante erano le lor forze) si lusingavano di poter far una visita alla stessa città di Parigi; anzi fu detto che si avessero partito fra loro il regno di Francia, senza ricordarsi che il far facilmente i conti sulla pelle dell'orso non è da gente savia. Ma verisimilmente queste furono ciarle ed invenzioni di begl'ingegni. Uscirono questi due monarchi per tempo in campagna, prima che il re Francesco avesse unito l'esercito suo. Inviato don Ferrante Gonzaga sotto Lucemburgo, occupato nell'anno addietro dai Franzesi, non durò gran fatica a ricuperarlo per viltà di quel comandante. Vennero dipoi costretti all'ubbidienza di Cesare i luoghi di Commercì, Lignì e San Desir. Lasciatosi poi alle spalle Scialon, penetrò l'esercito cesareo sino a Pernè, sedici leghe lungi da Parigi, consumando cogli incendii ogni luogo alla destra della Marna, per non essere da meno dei Franzesi, che aveano fatto altrettanto guasto nell'anno precedente nel nemico paese. Certamente se Arrigo re d'Inghilterra, che con potente esercito era passato in Piccardia, secondo i disegni fatti, fosse venuto innanzi, gran pericolo correva la città di Parigi. In essa lieve almeno non fu lo spavento. Ma Arrigo, per avere già dato principio all'assedio di Bologna, città fortissima, non si volle muovere di là; sicchè sconcertò tutte le misure dell'imperadore. E intanto il re Francesco, assoldata una gran copia di Svizzeri, con una forte armata venne a postarsi alla parte sinistra del suddetto fiume, e fermò il corso de' nemici.

Prima ancora di questo tempo s'era rinforzata la guerra in Piemonte. Imperciocchè il re Francesco, per fare una diversione all'armi di Cesare, inviò in Italia Francesco di Borbone della casa reale, signore d'Anghien, suo luogotenente, con sei mila fanti guasconi od altrettanti svizzeri. Era allora assediata dal signor di Butieres la città d'Ivrea, e ridotta all'agonia, quando gli venne ordine dall'Anghien di non procedere al decisivo assalto, e di aspettarlo. S'indispettì il Butieres al vedere che questo giovane signore, non contento di torgli il comando, gli voleva ancor rapir la gloria di quell'acquisto, e lasciò che gli assediati riparassero le breccie fatte, e si fortificassero in maniera, che delusero tutti gli sforzi fatti poscia dall'Anghien per forzarli alla resa. Era tuttavia di gennaio, quando il general franzese, lasciata in pace Ivrea, venne a cignere d'assedio Carignano. Per maggior sicurezza di questa impresa ricuperò Carmagnola ed altri luoghi. Spedì anche di qua dalla Dora un corpo di gente, che s'impadronì di Crescentino, di Astigliano e di Deciana, ma non potè mettere il piede in Trino. Durò l'assedio di Carignano sino al principio d'aprile; nel qual tempo il marchese del Vasto, rinforzato da sei mila Tedeschi ultimamente venuti di Germania, uscì in campagna con intenzion di soccorrer quella piazza che si credeva troppo necessitosa di vettovaglie. A questo avviso l'Anghien, lasciato sufficiente presidio sotto Carignano, venne all'incontro d'esso marchese. Trovaronsi le due nemiche armate nel dì di Pasqua in vicinanza nei luogo della Ceresuola. Ora nel dì 14 d'aprile il marchese accompagnato da Carlo Gonzaga, da Spinetta marchese Malaspina, da Camillo Montecuccolo e da altri signori, andò di buon'ora a riconoscere il campo franzese, e trovatolo in moto, corse ad ordinar le sue schiere. Sul principio si mostrò favorevole la fortuna agl'imperiali, ma nel proseguimento uditosi uno gridare: Volta, volta, senza che se ne sapesse la cagione, la cavalleria cesarea prese la fuga verso Asti, verificando l'antico proverbio: che la cavalleria o presto vince o presto fugge. L'abbandonata fanteria tedesca rimase totalmente disfatta; il principe di Salerno ritirò in ordinanza gl'italiani ad Asti, e il marchese del Vasto ferito si mise in salvo. Settecento Spagnuoli restarono prigioni, e in poter de' Franzesi vennero le artiglierie e le bagaglie del campo nemico. Giunsero alcuni a credere che gl'imperiali vi perdessero dieci mila persone. Gonfiarono anche più le pive altri storici, con dire uccisi più di dodici mila di essi; ed alcuni altri ne accrebbero il numero sino a quattordici o quindici mila, oltre agli Spagnuoli, e a due mila e cinquecento Tedeschi presi prigioni. In affari di guerra niun si fa scrupolo d'ingrandire o sminuire le cose a dismisura. Per altro anche ad essi Franzesi costò caro questa vittoria. Sino al dì 22 di giugno tenne saldo Carignano, nel qual giorno quella guarnigione capitolò la resa con obbligo di non servire per cinque anni contro il re e i suoi collegati. Molti altri luoghi si diedero ai Franzesi. In questo mentre Pietro Strozzi con ordine e danaro del re Cristianissimo assoldò alla Mirandola sette mila fanti con una compagnia di cavalli, e si mosse verso Milano, passando anche il Lambro, per isperanze dategli che que' popoli troppo aggravati si ribellerebbono. Ma disingannatosi, e trovato il marchese del Vasto alla custodia de' passi, fece la ritirata a Piacenza, dove Pier-Luigi Farnese duca di Castro, che ivi pel papa stava di guardia, gli somministrò vettovaglie e comodo per ristorar la sua gente. Fu rapportata all'imperadore quest'azione del Farnese, e se la legò al dito, con prendere ancor per questo in diffidenza anche papa Paolo. Rinforzato poscia lo Strozzi da altre soldatesche condotte da Roma da Niccola Orsino conte di Pitigliano, tentò di passare in Piemonte pel Genovesato; ma verso Serravalle restò sconfitto dal principe di Salerno, il quale, perchè rilasciò i fuorusciti napoletani che erano restati prigioni, cagionò non pochi sospetti alla corte cesarea contro la di lui fede. Rifece dopo qualche tempo lo Strozzi l'esercito suo, e con quattro mila fanti (essendosi sbandato il resto) calò nel Monferrato, e vi prese Alba. Niun'altra importante azione seguì in quelle parti nel presente anno.

Lasciammo già le due armate cesarea e franzese solamente divise dal fiume Marna. Trovavansi in un pericoloso impegno que' due monarchi; il re Francesco I per timore di perder Bologna, e per aver nelle viscere del suo regno un sì poderoso nemico esercito, a cui il voler dare battaglia era un mettere a repentaglio il tutto; e l'imperador Carlo V per non poter passare innanzi, e per la vergogna di aversi a ritirare indietro, e tanto più perchè veniva men la vettovaglia per la sussistenza dell'esercito. Questa situazion di cose accrebbe le batterie di chi amava il pubblico bene per condurre alla pace principi da tanto tempo sì discordi e pertinaci. Aveva a questo fine papa Paolo III inviati due legati, cioè il cardinale Giovanni Morone vescovo di Modena all'imperadore, e il cardinal Marino Grimani Veneto al re Cristianissimo. Ma non sembra che questi avessero gran mano in quel trattato. Ve lo ebbero bensì i confessori d'amendue i monarchi, ed altri cardinali e signori dell'uno e dell'altro partito; tanto che nel dì 18 di settembre a Crespì furono sottoscritti dagli scambievoli plenipotenziarii gli articoli della pace [Du-Mont, Corps Diplomat.]. Il principale di questi fu che l'Augusto Carlo prometteva di dare in moglie a Carlo duca d'Orleans, secondogenito del re, donna Maria principessa di Spagna, sua figlia, e in dote la Fiandra co' Paesi Bassi, oppure Anna secondogenita di Ferdinando re de' Romani, e in dote il ducato di Milano: il qual matrimonio si dovea dichiarar dopo quattro mesi. Fu anche stabilito che si avessero a restituire tutti i suoi Stati al duca di Savoia, ma in una maniera sì imbrogliata, che questo principe in sua vita non ne potè mai rientrar in pieno possesso, avendolo accompagnato le sue calamità sino alla morte: sventura più volte accaduta ai minori entrati in lega colle potenze maggiori. Se l'imperadore avesse in tanti anni addietro voluto acconsentire alle stesse condizioni di pace che gli furono più volte proposte, oh quanti mali e quanto sangue si sarebbero risparmiati ai regni cristiani! Ma il papa e le persone più accorte non si seppero indurre a credere che l'imperadore impastato di sì fina politica, usando quelle intricate promesse, pensasse ad eseguirle dipoi, ed immaginarono ch'egli troverebbe col tempo uncini e ripieghi tali da non mantenere la parola. Mentre si facea questo maneggio, Arrigo VIII re d'Inghilterra costrinse alla resa la città di Bologna in Piccardia; e siccome compreso nella pace, fece ben vista di accettarla, ma con pretendere di non essere tenuto a restituir quella città, perchè presa il dì innanzi alla segnatura di essa: al qual caso non s'era provveduto. Per questo andò continuando la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Incredibil fu l'allegrezza che si diffuse per la cristianità alla nuova della concordia suddetta; figurandosi i popoli cattolici che oramai si avesse dopo tanti guai a godere la quiete. Sopra gli altri ne mostrò gran giubilo papa Paolo, e però, sperando passati quegl'impedimenti che fin qui si erano interposti alla tenuta del concilio di Trento, nell'ultimo dì di novembre pubblicò il decreto del principio che dovea darsi a quella sacra assemblea pel dì 25 di marzo dell'anno seguente. Il solo Carlo duca di Savoia, siccome dicemmo, quegli fu che non potè rallegrarsi, anzi ebbe a piangere per la pace di Crespì, perciocchè altro a lui non fu di presente restituito che alcuni luoghi di poca importanza, come Cherasco, Crescentino, Verrua, San Germano ed altre simili terre, mentre il meglio dei suoi Stati rimaneva in potere de' Franzesi ed imperiali.


MDXLV

Anno diCristo MDXLV. Indiz. III.
Paolo III papa 12.
Carlo V imperadore 27.

Fu poi fatta nel gennaio, oppure nel febbraio di quest'anno, la dichiarazione dell'Augusto Carlo; cioè ch'egli darebbe l'infanta sua figlia donna Maria in moglie a Carlo duca d'Orleans, e in dote il ducato di Milano. Era già stato questo principe a baciar le mani all'imperadore, con replicar anche altre volte questo alto di ossequio; e siccome egli era graziosissimo e ornato di belle doti, così voce comune fu ch'esso Carlo avesse per lui concepito un grande effetto. Prima nondimeno di effettuar questo maritaggio, mosse lo scaltro Augusto delle pretensioni alla corte di Francia, chiedendo che il re Francesco assegnasse ad esso suo figliuolo qualche Stato, acciocchè non si vedesse quell'enorme deformità che la figlia d'un imperadore, re anche di Spagna, sposasse un principe che non avesse se non la spada per suo retaggio. Dai politici fu creduta questa dimanda un'invenzion sottile per guadagnar tempo, ed anche per eccitar gara fra i due figli del re, cioè fra Arrigo delfino e il suddetto duca d'Orleans, i quali anche per la diversità del genio, e per altre ragioni si scorgevano già molto discordi fra loro. Intorno a ciò si andarono facendo varie consulte, proposte e risposte, finchè si arrivò al mese di settembre: quando eccoti quella che imbroglia e sbroglia tante cose del mondo, giunse a rapire lo stesso duca d'Orleans. Trovavasi allora col figlio e colla corte il re Francesco nella Badia di Foresta presso Rue, dove fra quegli abitanti correva una febbre pestilenziale e contagiosa. Per poca sua cautela la contrasse anche quell'amabile principe, onde nel dì 8 di settembre fece fine al corto suo vivere in età di ventitrè anni. Non mancò gente che sospettò, secondo il mal uso d'allora, di veleno fattogli dare dall'imperadore, o dal tuttavia nemico re di Inghilterra. Ma gli stessi storici franzesi concordemente distruggono tal voce, riconoscendo ch'egli mancò di morte naturale. Per questa perdita, se fu inconsolabil il dolore del suo padre, non gli cedette nella verità, o almeno nelle apparenze, l'afflizione che ne mostrò lo stesso imperadore, quasichè a lui fosse mancato un figlio, nell'essergli tolto un principe destinato in isposo alla figlia. Ma intanto un colpo tale riuscì di non piccolo vantaggio, e, siccome più d'uno credette, anche d'interna consolazione ad esso Augusto, perchè veniva con ciò ad aprirsi il campo per non attendere la promessa fatta in Crespì di rilasciare lo Stato di Milano o la Fiandra alla Francia. Non terrò io dietro alle imprese de' Franzesi, spettanti bensì all'anno presente, ma non all'istituto mio, e mi basterà di accennare, avere il re Francesco messa insieme una forte armata di terra, e un'altra ancora di mare, per desiderio di torre dalle mani del re inglese l'occupata importante città di Bologna. Si azzuffarono le flotte, e fu costretta la franzese a ritirarsi. Perchè non isperavano i Franzesi di poter per allora vincere con assedio Bologna, si ridussero a fabbricar un forte in quelle vicinanze, capace di grosso presidio, per tenere in freno quello della città. Ma il re scoraggito ed afflitto tra per la perdita del figlio duca d'Orleans, per cui restavano arenate tutte le disposizioni precedenti di acquistare Stati per la regal sua famiglia, e per trovarsi battuto dagl'Inglesi, coll'erario vuoto, co' sudditi stanchi e smunti, e col corpo ancora maltrattato da un'ulcera nelle parti vergognose: finalmente cominciò a rallentare gli spiriti guerrieri, e a desiderar il riposo, perchè tutte queste vicende gli andavano ricordando la sua mortalità. Perciò senza fare più istanza della Fiandra o del ducato di Milano, a lui bastò di assicurarsi che l'imperadore continuerebbe nella stabilita pace, e fisserebbe i confini per gii Stati de' quali s'era, trattato nella concordia.

Costanti furono i movimenti di papa Paolo in quest'anno, affinchè, essendo cessate tante guerre fra i primi potentati della cristianità, si desse oramai principio all'intimato concilio di Trento. Questo infatti si diede nel dì 15 dicembre, ma con troppo scarso concorso di prelati, benchè dianzi furono pubblicate le pene prescritte dai canoni a chi non interveniva. In mezzo nondimeno a questi pensieri, degni d'un zelante pontefice, non dormivano nè scemavano le sue premure per l'ingrandimento della propria casa. Dacchè egli intese destinato dall'imperadore il ducato di Milano pel duca d'Orleans, e troncate colla morte di questo tutte le precedenti idee e speranze sue di conseguirlo per Pier-Luigi suo figlio, si applicò ad un altro partito, che se non tanto glorioso, certamente era di più facile riuscita: cioè disegnò di dargli Parma e Piacenza, possedute allora dalla camera apostolica. Due impedimenti poteano incontrarsi a questo progetto; l'uno dalla parte dell'imperadore non solamente vicino, ma pretendente su quelle due città, per le ragioni del ducato di Milano; e l'altra dalla parte del sacro collegio, a cui ben si conosceva che non potrebbe piacere questo tal quale smembramento di due nobili ed insigni città dalla camera pontificia. Fece il papa esporre questo disegno a Cesare, per ottenerne l'approvazione; ma ritrovò chi sapea ben di scherma, e sotto belle parole covava sentimenti diversi. Carlo non disapprovò apertamente l'atto meditato, ma neppur l'approvò, come quegli che vedeva il papa disporre sì francamente di uno Stato che i suoi ministri gli rappresentavano occupato indebitamente da Giulio II e da Leone X, e parte del ducato milanese, giacchè insussistente pretensione era quella di spacciar Parma e Piacenza per città dell'esarcato. Oltracciò, mirava l'imperadore di mal occhio Pier-Luigi, e mal soffriva che piuttosto a lui, che ad Ottavio suo genero, si facesse un sì ragguardevol dono. Cesare Campana all'incontro, e forse con più fondamento, sostiene che non ne fu precedentemente fatta parola all'Augusto Carlo. Comunque sia, bastò al papa, per proseguire innanzi in questo affare, il non aver riportata una assoluta negativa da Cesare. Affin di ottenere il consenso de' cardinali, propose di restituire alla camera apostolica il ducato di Camerino e Nepi, facendo conoscere l'evidente guadagno che ad essa risultava dal permutare que' due paesi con Parma e Piacenza, perchè costava di molto il mantenimento di queste città, siccome separate dagli Stati della Chiesa, e in pericolo d'essere assorbite dai vicini; laddove le rendite di Camerino, senza spese, unite al censo annuo di nove mila ducati d'oro (altri dicono di più) che si voleva imporre alle suddette due città, avrebbono fatto maggior pro all'erario papale. Tralascio altri raggiri ed altre speciose ragioni che furono adoperate per indorar questa pillola. Chi de' cardinali ambiva più di piacere al papa, che di soddisfare a' suoi doveri, non solamente prestò il suo assenso, ma caldamente perorò in approvazion di questa permuta. Ma non mancarono altri di petto più forte che arringarono contro i voleri del papa, rilevando gli svantaggi che ne provenivano; e tanto più si sarebbero opposti, se avessero potuto preveder gli sconcerti che da lì a non molto per tal cagione accaddero, e i maggiori che ai dì nostri son succeduti. Lo stesso cardinal Pallavicino, tuttochè sì impegnato a sostener la gloria di questo pontefice, qui l'abbandona, piuttosto impugnando che difedendo la di lui risoluzione. In somma nel concistoro de' porporati, dove per lo più suol prevalere la tema riverenziale verso chi può tanto favorire o disfavorire, la vinse il pontefice, e Pier-Luigi Farnese nell'agosto di quest'anno fu dichiarato duca di Parma e Piacenza, nè tardò egli punto a prenderne il possesso.