Tanto in Lombardia che nella Lunigiana e Toscana si provò in quest'anno un grande flagello, per le soldatesche cassate dopo la pace nello Stato di Milano. Non sapendo coloro come vivere (ed erano la maggior parte Spagnuoli), in varie truppe si scaricarono sopra gli Stati della Chiesa e del duca di Ferrara. Cacciati di là, si ridussero addosso ai marchesi Malaspina nella Lunigiana, svaligiando case e consumando tutto, dovunque giugnevano. Passarono dipoi sul Lucchese, e finalmente s'andarono a posar sul Sanese, dove per molti mesi levarono il pelo e il contrappelo a quel contado. Guai se qualche accreditato capitano si fosse messo alla lor testa: sarebbono corse ad ingrassar quelle brigate migliaia di soldati italiani, tornati a digiunare alle lor case, e sarebbe rinata una di quelle formidabili compagne o compagnie di masnadieri che vedemmo in Italia nel secolo decimoquarto. Sorsero in questi tempi strepitose brighe nella stessa Siena, città in cui la discordia non fu mai cosa forestiera. Don Giovanni di Luna, che quivi era da parte dell'imperadore, invece di smorzare il fuoco, per la sua poca prudenza maggiormente lo accrebbe. Ne seguì infine una fiera sedizion civile, per cui lo stesso don Giovanni cogli Spagnuoli fu obbligato ad andarsene con Dio. Mancò di vita in quest'anno a dì 11 di novembre Pietro Lando doge di Venezia, e in suo luogo fu eletto nel dì 24 d'esso mese Francesco Donato, già procurator di San Marco, e persona di gran saviezza e dottrina.
MDXLVI
| Anno di | Cristo MDXLVI. Indizione IV. |
| Paolo III papa 13. | |
| Carlo V imperadore 28. |
Poche novità l'Italia somministrò in quest'anno alla storia a cagion della pace che si godeva dappertutto. Era stato fin qui governatore e capitan generale dello Stato di Milano Alfonso d'Avalos marchese di Pescara, personaggio egualmente rinomato pel suo valore che per altre sue belle doti ed azioni. Ma non erano già soddisfatti del suo governo i popoli, perchè caricati di molti aggravii, e di tanto in tanto costretti a soffrir non poche violenze: il perchè ne andarono varie doglianze alla corte dell'imperadore. Non avrebbono forse queste fatto breccia nell'animo dell'Augusto sovrano, se ad esse non si fosse aggiunto l'accusa che le rendite di quel ducato non si sapea in quali borse andassero a terminare. Ossia, che di ciò informato il marchese ottenesse nel precedente anno licenza di passare alla corte cesarea, oppure che fosse chiamato colà: certo è, ch'egli vi andò, e poi se ne tornò in Italia malcontento, stante l'ordine di Cesare, che gli rivedessero i conti. Ma venne la morte a liberarlo da ogni vessazione nell'ultimo giorno di marzo, mentre egli si trovava in Vigevano, con lasciar dopo di sè il nome di capitano molto illustre. Al governo di Milano fu susseguentemente destinato don Ferrante Gonzaga, che non tardò a venir di Sicilia, dove egli era stato vicerè, per prendere il possesso della novella carica; e ciò con soddisfazione de' Milanesi, lusingandosi i più d'essi di godere miglior trattamento sotto di lui. Ma andarono falliti i loro conti; perchè, siccome osserva il Segni, l'imperadore lasciava la briglia sul collo a' governatori delle provincia, comportando ogni lor fallo, purchè fossero fedeli. E però si cangiò bensì il governator di Milano, ma peggiorò la mala sorte de' Milanesi, le querele dei quali niuna impression fecero da lì innanzi nell'animo di Carlo V. Seguitava intanto la guerra fra i re di Francia e d'Inghilterra. Finalmente, conoscendo l'ultimo di essi qual impegno di spese portasse il voler sostenere contro dei Franzesi l'occupata città di Bologna di qua dal mare: diede orecchio a' trattati di pace, di cui gran voglia nello stesso tempo avea il re Francesco. Fu questa conchiusa nel dì 7 di giugno dell'anno presente, con obbligarsi il re Cristianissimo di pagare all'Inglese in termine di otto anni più di due milioni di scudi di oro: sborsati i quali, se gli dovea restituire Bologna di Piccardia. Dimorava l'imperadore in questi tempi in Germania, mal soffrendo la lega formata in Smalcaldia dai principi e comuni protestanti; perciocchè questa, sebben sembrava unicamente fatta per mantenere la falsa religione introdotta da Lutero (che appunto in quest'anno nel dì 7 di febbraio per improvvisa morte tolto fu dal mondo) pure covava nell'interno de' maggiori disegni contro la potenza dell'imperadore. Capi d'essa luterana lega erano Gian-Federigo duca ed elettor di Sassonia, e Filippo langravio d'Assia. Perciò l'Augusto Carlo giudicò di non dover più differire il farsi rendere ragione di questo attentato, con darsi ad ammassare un potente esercito. Perchè appunto anche gl'Italiani ebbero parte in quella danza, sarà a me permesso dirne qualche cosa.
Si studiò l'imperadore in questa occasione di trarre seco in lega il pontefice Paolo. S'era questi con sua gran lode, siccome padre comune, astenuto in addietro da ogni parzialità e lega nelle guerre fra i monarchi cattolici. Ora che si trattava di procurar vantaggi alla vera religione, volentieri acconsentì ad unirsi coll'imperadore. Nel dì 22 di giugno si pubblicarono i capitoli d'essa lega, per cui il papa s'impegnò d'inviare in soccorso dell'imperadore dodici mila fanti e cinquecento cavalli, e di fornire nello spazio di un mese ducento mila scudi d'oro. Sollecitamente fece il pontefice questo armamento, con dichiararne generale il duca Ottavio Farnese suo nipote, e legato il cardinal Farnese suo parimente nipote. Comandante della cavalleria italiana fu Giam-Batista Savello, della fanteria Alessandro Vitelli, e sotto d'essi militavano assai colonnelli e capitani italiani di molto credito nell'armi. Anche i duchi di Ferrara e di Firenze vi spedirono colà delle schiere armate, e più di cinquecento nobili italiani volontarii concorsero a far quella campagna. Trasse ancora l'imperador Carlo altra gente d'Italia, comandata da Carlo di Lanoia principe di Sulmona, e da Emmanuele Filiberto principe di Piemonte. Erano eziandio nell'armata del medesimo Augusto generale dell'artiglieria Gian-Giacomo de Medici marchese di Marignano, e consiglieri di guerra don Francesco d'Este, Pirro Colonna e Giam-Battista Gastaldo. Ma perciocchè lentamente procedeva l'unione dell'esercito imperiale, dovendo venir dai Paesi Bassi, dall'Italia e da altri luoghi molti d'esse soldatesche; l'elettore e il langravio, già messi al bando dell'imperio, più sollecitamente uscirono in campagna con un'armata, che alcuni, forse ampollosi, fanno ascendere ad ottanta mila fanti e a dieci, anzi a quindici mila cavalli, e s'inviarono verso Ratisbona, dove stava assai sprovvisto l'imperadore, con disegno o di farlo prigione o di cacciarlo di Germania. La protezion di Dio salvò Carlo V in tal congiuntura, non avendo que' ribelli saputo prevalersi del vento in poppa. Nulla servì loro l'aver prese le chiuse del Tirolo, affinchè non passassero gl'Italiani. Questi passarono, e nulla giovò ai luterani l'essersi impadroniti di Donavert. Ebbe tempo l'imperadore di provveder Ratisbona con gagliardo presidio, e di preoccupar la forte città d'Ingolstad, dove coll'esercito suo, ingrossato di molto, andò ad accamparsi a fronte della contraria superiore armata, ma senza voler mai venire a battaglia, benchè più volte provocato dagli orgogliosi nemici. Intanto al campo cesareo, superate molte difficoltà, venne a congiugnersi un grosso corpo di soldatesche fiamminghe. Maurizio cattolico duca di Sassonia, nemico di quell'elettore, colle milizie tedesche ed unghere, dategli da Ferdinando re dei Romani, ostilmente entrò nell'elettorato di Sassonia. Diede più percosse a quei popoli, e s'impossessò di un tratto grande di quel paese. Questo colpo, la mancanza de' viveri e la costanza dell'Augusto Carlo, costrinse l'armata protestante sul fine di novembre a levare il campo, e a ritirarsi alla sordina come in rotta. Allora fu che l'imperadore, tuttochè afflitto da varii incomodi di sanità, inoltratosi col poderoso suo esercito, tal terrore indusse nel paese nemico, che vide venire, prima che terminasse l'anno, oppure nel verno seguente, supplichevoli a' suoi piedi Federigo conte Palatino, Ulderico duca di Vitemberg, e i cittadini d'Ulma, d'Augusta, di Francoforte, di Argentina e di altri luoghi. Dopo questi vantaggi, pei quali rimasero molto infievoliti l'elettor sassone e il langravio d'Assia, si ritirò esso Augusto a' quartieri d'inverno, seco riportando gloria singolare non men di valore che di clemenza, per non aver negato il perdono a chiunque davanti a lui si umiliò. Fu continuato con vigore in quest'anno il concilio di Trento, ed ivi si stabilirono varii punti di domma, e parimente si attese a riformar gli abusi della disciplina ecclesiastica. Mancarono in quest'anno di vita due insigni cardinali, la memoria de' quali può sperare l'immortalità, cioè Pietro Bembo Veneziano, e Jacopo Sadoleto Modenese, che negli scritti loro lasciarono ai posteri chiare testimonianze d'un raro ingegno e sapere.
MDXLVII
| Anno di | Cristo MDXLVII. Indiz. V. |
| Paolo III papa 14. | |
| Carlo V imperadore 29. |
Con una strepitosa scena in Genova si diede principio all'anno presente [Foglietta. Adriani. Campana. Mascardi.]. Dacchè fu rimessa in quella potente città per cura filiale di Andrea Doria la libertà, e riserbato quasi tutto ai nobili il governo d'essa, quivi si godeva un'invidiabil pace e tranquillità. Ma era gran tempo che Gian-Luigi de' Fieschi, conte di Lavagna e signore di molte castella, siccome giovane di grand'animo e di pensieri turbolenti, andava macchinando novità in pregiudizio delle patria sua, con essere fin giunto a desiderar e sperare di acquistarne la signoria, o piuttosto di ridurla sotto il comando del re di Francia. Mirava egli con occhio di livore e con occulta rabbia lo stato e la fortuna del suddetto Andrea Doria, parendogli che sotto nome di libertà egli facesse da padrone in Genova, e che l'imperadore coll'essere dichiarato protettore della città, e col tenere al suo soldo esso Doria, anche più del Doria quivi signoreggiasse. Soprattutto gli stava sul cuore, come pungente spina, Giannettino Doria, nipote ed occhio dritto d'esso Andrea, che forse non cedeva a suo zio nella scienza dell'arte nautica militare; e benchè giovane, già s'era acquistato gran grido in varie azioni di valore, perchè in lui considerava un successore nell'odiata autorità e dignità di Andrea; e tanto più perchè in lui abbondava l'alterigia, cioè il potente segreto per farsi odiare. Dopo aver dunque Gian-Luigi in molto tempo, e con intelligenza dei ministri franzesi e di Pier-Luigi duca di Piacenza e Parma, segretamente introdotte in Genova alcune centinaia de' più arditi uomini delle sue castella, scelse la notte precedente al dì 2 di gennaio di quest'anno per effettuare il suo perverso disegno. Chiamati seco a scena molti de' suoi amici nobili popolari, e svelata ad essi l'intenzion sua, gli ebbe quasi tutti seguaci all'impresa. Uscì egli poscia alle dieci ore della notte colla gente armata, e non tardò ad impadronirsi della porta dell'Arco, con ispedire dipoi Girolamo ed Ottobuono suoi fratelli a far lo stesso di quella di San Tommaso. Era la principal sua mira di occupar la darsena, e di ridurre in suo potere le venti galee di Andrea Doria; e gli venne fatto, ma con risvegliarsi allora un gran tumulto e strepito di voci de' remiganti e marinari che in esse si trovavano. Nello stesso tempo gli altri si fecero colla forza padroni della suddetta porta di San Tommaso, divisando appresso di quindi passare al palazzo dello stesso Andrea Doria, posto fuori della città, per quivi uccidere lui e Giannettino. Ma intanto, svegliato dallo strepitoso rumor della darsena esso Giannettino, credendo nata rissa o sollevazione fra i galeotti, vestitosi in fretta, con un sol famiglio, che gli portava innanzi la torcia, venne alla porta di San Tommaso, e imperiosamente chiesto d'entrare, per sua mala ventura v'entrò, perchè immantenente fu da' congiurati con più colpi steso morto a terra. Maraviglia fu che non corressero dippoi al palazzo di Andrea Doria, per levare anche a lui la vita. Stava egli in letto, stanco sotto il peso di ottanta anni, e maltrattato dalle gotte, quando gli venne avviso, che la città era sossopra, e udirsi gridare: Libertà e Fieschi, perchè molti della vil plebe s'erano uniti coi congiurati per isperanza di dare il sacco alle case de' nobili. Però, come potè, posto sopra una mula si sottrasse al pericolo, ritirandosi alla Masone, castello degli Spinoli.