Conchiuse in questi tempi il papa una lega coll'imperadore, egli che nell'anno precedente avea fatte sì belle slargate di non voler guerra, ma bensì di voler farla da padre comune. A questo si lasciò egli indurre da don Diego Mendozza, e però dopo attese a sfoderar la spada contra del duca Ottavio. Nè gli mancò biasimo per questo, perchè, invece di prendersela contra l'occupator di Piacenza, si metteva anche a rischio di perdere Parma. Raunati pertanto a San Giovanni del Bolognese nove mila fanti e secento cavalli (pel quale armamento Cesare nel mese di giugno gli avea fatto pagare cento mila scudi d'oro, nel dì 11 di luglio ne pagò altri centocinquanta mila, con permissione di rifarsene poi sulle rendite della Chiesa in Ispagna), ordinò il pontefice che s'imprendesse l'assedio della Mirandola. Il comando dell'armi era appoggiato di nome a Giovambatista del Monte suo nipote, ne' fatti ad Alessandro Vitelli, persona esperta in questo mestiere. Nel dì 5 di luglio giunse l'armata papesca sotto la Mirandola, e le prime sue prodezze furono d'incendiare i grani non peranche raccolti, di saccheggiare e bruciar le case nella campagna, e di tagliar quanti alberi e viti trovarono. Si ridusse poi tutto questo apparato guerriero non già ad assediar nelle forme quella picciola, ma forte città, essendo bastato al Vitelli di fabbricar due forti intorno alla medesima, con isperanza di vincerla colla fame. Intanto il re Cristianissimo, spedito in Piemonte il signor di Brisach con assai gente, fece dar principio alle ostilità in quelle parti nell'incominciar del settembre. Avendo esso Brisach occupato San Damiano, Chieri, Brusasco ed altri luoghi, fu forzato don Ferrante Gonzaga ad accorrere in Piemonte, lasciato il Medichino marchese di Marignano sotto Parma. Si formò allora un blocco più largo di quella città, essendosi compartite le milizie imperiali restate quivi in Castelguelfo e Noceto del Parmigiano, e in Montecchio, Castelnuovo e Brescello, terre del duca di Ferrara, per impedir il passaggio delle vettovaglie alla città. Però null'altro di conseguenza accadde in que' contorni, se non che nel novembre venne fatto ai Franzesi di sorprendere il forte di Torchiara, dove quel picciolo presidio fu quasi tutto messo a fil di spada, e vi perì fra gli altri il principe di Macedonia. In Piemonte non si fecero poi imprese tali che meritino luogo in queste carte. Fin qui s'era trattenuto in Fiandra e Germania il principe don Filippo figlio dell'imperadore. Prese egli congedo dal padre per tornarsene in Ispagna, e nel dì 6 di giugno pervenne a Trento, cioè in quella città in cui nel dì primo del precedente maggio d'ordine del papa si era riaperto il concilio generale, e furono tenute dipoi alcune sessioni molto importanti alla Chiesa di Dio. Si portarono ad incontrar questo principe con decorosa cavalcata il cardinal Marcello Crescenzio legato, e gli altri padri, che gli diedero poscia alcuni nobili divertimenti, siccome ancora fecero le altre città all'arrivo suo. Passò dipoi a Genova, e di là in Ispagna. Le stesse galee e navi che il condussero colà, servirono a ricondurre in Italia Massimiliano re di Boemia con donna Maria d'Austria sua consorte, e sorella del suddetto don Filippo, i quali, scortati da gran copia di nobili e soldati boemi, continuarono nel dicembre il viaggio loro alla volta della Germania.
Che mali alla Cristianità producesse l'esorbitante brama di Arrigo II re di Francia per deprimere la potenza di Carlo imperadore, si tornò di bel nuovo nel presente anno a vederlo. Non solamente maneggiò esso re e conchiuse, siccome vedremo nell'anno appresso, una lega coi principi protestanti della Germania contra di esso Augusto, ma, camminando sulle pedate del fu suo padre, collegossi colla Porta Ottomana, e fece muovere l'armi turchesche a' danni degli Stati posseduti da Cesare in Italia. Di che non è mai capace la cieca ambizion de' mortali, che si va poi coprendo col manto della ragione di Stato? Senza andare alla pestilente scuola del Macchiavello, sa questa mettersi sotto i piedi le parentele, la fede, i giuramenti e la stessa religione, lo so, negarsi dal Belcaire e da altri Franzesi che da' maneggi del re Arrigo fosse mosso questa volta il Turco contra de' cristiani; ma il papa, i Veneziani e gli altri Italiani d'allora furono persuasi del contrario. Se non videro i trattati segreti fra esso re e Solimano, miravano bene il signor di Aramone ambasciator franzese a Costantinopoli, e il medesimo poi venuto sulla flotta di quegli infedeli, dove faceva da direttore. E di che buono stomaco fossero i Franzesi di quel tempo (per tacere de' nostri tempi), cel fece sapere il signor di Monluc, storico loro, che in questi giorni molto onor si fece nelle guerre; perciocchè, volendo scusar la lega del re Francesco I coi Turchi, scrisse: Che contra dei suoi nemici si può far di tutto: e che, quanto a lui, se avesse potuto chiamar tutti gli spiriti dell'inferno, per rompere la testa ad un nemico che volesse rompere la sua, ben volentieri lo farebbe. Scrivendo così quello storico, non dovea già ricordarsi d'essere cristiano, oltre al valersi d'un falso supposto, essendo manifesto che tanto il re Francesco che Arrigo suo figlio furono gli assalitori, e non già gli assaliti da Carlo V imperadore. Comunque sia, certo è che Solimano non solamente mosse in quest'anno una fiera guerra contro i cristiani nella Transilvania ed Ungheria, di cui nulla parlerò io, ma ancora spinse una formidabil armata nel Mediterraneo sotto il comando di Sinan bassà, con cui si unì anche il famoso corsaro Dragut. Secondo alcuni, era composta di cento galee e di cinquanta altri legni. Andrea Morosino la fa ascendere fino a trecento cinquanta vele. Gran gente da sbarco e artiglierie assaissime si contarono nel barbarico stuolo. Ma molto prima che uscisse in corso il general turchesco, accadde che Andrea Doria con ventotto galee andò ad assediar le Gerbe, dove s'era ritirato esso Dragut. Si trovò costui chiuso nello stretto, ossia nel golfo, ch'è tra le secche e l'isola, dove non si potea entrar nè uscire, se non con una galea per volta. Portossi il Doria all'imboccatura tutto allegro, in veder chiusa la volpe nella tana, tenendo per fermo di avere a man salva quella preda. Ma più di lui ne seppe l'esperto corsaro, perchè, affin d'uscire da quella gabbia, senza che se ne avvedessero i cristiani, fece dall'altra parte cavare il terreno circa mezzo miglio, e per quel canale fatto a mano sboccando poi in mare, si ridusse in salvo, lasciando il Doria, vecchio capitano, non so se più maravigliato o confuso.
Ma perciocchè facea strepito il grande armamento de' Turchi per mare, e si prevedeva che costoro avessero la mira a ricuperar la città d'Africa, ossia Tripoli in Barberia, commessa alla guardia de' cavalieri di Malta; Andrea Doria spedì Antonio suo nipote con quindici galee, affinchè rinforzasse di gente, vettovaglie e cannoni quella città. Andò egli; seco non di meno non andò quella che noi chiamiamo buona fortuna, ma bensì l'altra che si chiama fortuna di mare; perchè per fiera burrasca perdè otto di quei legni, e condusse quel poco che gli restò a Tripoli. Ora il bassà Sinan colla potente sua flotta comparve nello stretto di Messina, e poi, danneggiando le coste della Sicilia, prese la città d'Agosta con facilità, e poi la fortezza col cannone. Tutto andò a sacco, e il fuoco fece del resto. Di là passò a Malta, nè solamente saccheggiò l'isola, ma, lusingatosi di poter anche prendere la città, mise mano ai cannoni. Gli risposero que' prodi cavalieri a dovere, laonde dopo otto giorni, e dopo avervi perduto circa cinquecento soldati, lasciò essi in pace; ma non già la vicina isola del Gozzo, in cui si trovava un'assai debole fortezza; colle artiglierie in termine di tre dì se ne impadronì, e le attaccò il fuoco, e, di là partendo, seco menò schiave circa quattro mila anime cristiane. Arrivato poi nel dì 5 d'agosto sotto la città d'Africa, ossia Tripoli, vi si accampò e cominciò a batterla. Il signor di Aramon ambasciator franzese che con due galee si era unito al bassà, da alcuni viene scritto che alle preghiere del gran mastro s'interponesse per far desistere Sinan dall'assedio ma che nol potesse impetrare; e da altri, ch'egli subornasse il comandante della città, cavalier di Malta di sua nazione, acciocchè la rendesse, siccome infatti seguì a' dì 15 di agosto. Circa quattrocento Spagnuoli vi rimasero uccisi, essendosi salvati nelle galee franzesi ducento fra cavalieri di Malta e terrazzani. Quel comandante giunto dipoi a Malta, trovò ivi preparata per lui una scura prigione. Erano succedute varie novità e mutazioni negli anni addietro in Tunisi, il racconto delle quali, siccome non pertinente all'assunto mio, ho tralasciato. Basterà solamente dire che il re Muleasse fu detronizzato da Amida suo figlio, ed aver egli invano ricorso all'imperador Carlo. Restava tuttavia in potere d'esso Augusto la Goletta, e v'era per comandante Antonio Perez, il quale in questi tempi, perchè Amida facea troppo il bell'umore, il cominciò a tempestare in tal maniera, che il Barbaro fu astretto ad un nuovo accordo, con obbligarsi di pagare annualmente all'imperadore dodici mila scudi pel mantenimento della Goletta, e inoltre quindici cavalli barbari, diciotto falconi e legna quanta bastasse alla guarnigion d'essa Goletta; e di rilasciare gli schiavi cristiani, e di non farne più da lì innanzi. Fece alquanto di guerra in quest'anno il re di Francia per mare all'imperadore. Leone Strozzi gran priore di Capoa, suo general di mare, con ventotto galee passò a Barcellona, e fu vicino ad impadronirsi di quella città. Condusse via da quel porto sette navi cariche di mercatanzia, ed altri legni minori con una galeotta spagnuola. Anche nell'Oceano ventidue navi mercantili, passando dai Paesi Bassi alla volta di Spagna, e credendosi sicure per la pace che tuttavia durava, il Polino Franzese con alquanti legni armati andò a visitarlo, e, a riserva di nove che scamparono, prese e menò le altre a Roano, e si calcolò la perdita di que' mercatanti a un mezzo milione di scudi d'oro.
MDLII
| Anno di | Cristo MDLII. Indizione X. |
| Giulio III papa 3. | |
| Carlo V imperadore 34. |
Erasi troppo facilmente impegnato papa Giulio nella guerra della Mirandola e di Parma. Non sapendo qual voragine di danari sia il mantener armate in campagna, trovò presto il suo erario sfinito, quello dell'imperadore suggetto a' medesimi deliquii, e sè stesso malamente involto in una fastidiosa impresa che gli facea perdere la desiderata quiete, di modo che fino nel precedente anno si diede a muovere parole di tregua e di pace. Quel nondimeno che maggiormente gli mise il cervello a partito, fu un colpo di Arrigo II re di Francia, il quale, col proibir l'uscita del danaro dal regno suo per la provvista de' benefizii, alterò non poco le misure della camera pontificia. Vietò inoltre quel re ai suoi prelati di concorrere al concilio di Trento; e, quel ch'è più, quantunque nelle sue lettere e protestazioni dimostrasse un inviolabil attaccamento e sommessione alla sede apostolica, pur sotto mano facea disseminar sospetti di voler levare l'ubbidienza al sommo pontefice nel suo regno. Udivasi ancora che in Francia era progettato un concilio nazionale. Per conto delle faccende del mondo non erano più i papi quei ch'erano stati ne' cinque secoli addietro, e pur troppo gli esempli funesti della Germania ed Inghilterra poteano far temere peripezie anche in Francia, in tempi massimamente che l'eresia di Calvino facea continui progressi in quelle contrade. Però di più non occorse perchè papa Giulio, pulsato anche ogni dì da' saggi cardinali a cagion di questa sconsigliata impresa, deponesse tutti i pensieri marziali, ed ascoltasse volentieri chi s'interponeva per la pace. Vi s'interposero infatti i Veneziani ed Ercole duca di Ferrara; fu anche deputato dal re per trattarne il cardinal di Tornone. E perciocchè premeva al pontefice, in cercando di riacquistar la buona armonia colla Francia, di non perdere quella dell'imperadore, fece rappresentargli in buona maniera le giuste sue ragioni di deporre l'armi, e di procedere a qualche accordo per gli affari di Parma. Nulla si alterò per questo l'Augusto monarca, e perchè vi trovava anche egli per altri motivi il suo conto, lasciò al papa slegate le mani per uscir con riputazione da quell'imbroglio. Pertanto nel dì 29 d'aprile del presente anno in Roma furono sottoscritti dal papa e dal cardinale Tornone i capitoli dell'accordo, rapportati nelle Lettere de' Principi [Lettere de' Principi, tom. 2.], dall'Angeli [Angeli, Storia.] e dal Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.]. Portavano essi una tregua di due anni fra il pontefice, il re Cristianissimo e il duca Ottavio. Che il papa ritirerebbe le sue milizie da Parma e dalla Mirandola, e resterebbe il duca in possesso di Parma. Che i cardinali Farnesi sarebbero rimessi in possesso de' lor beni, ed Orazio Farnese nel ducato di Castro, con altre condizioni ch'io tralascio. Ma poco prima che si stabilisse questa concordia, giunse al pontefice la dolorosa nuova che Giambatista del Monte suo nipote e general delle sue armi, siccome giovane ardito e vago di gloria, in una scaramuccia sotto la Mirandola nel dì 14 d'aprile avea lasciata la vita: colpo nondimeno che con assai fortezza d'animo fu accolto dal pontefice zio.
Era stato riserbato luogo all'imperadore per accettar la suddetta sospension d'armi per conto di Parma e della Mirandola; nè sapendosi qual risoluzione fosse per prendere la maestà sua, don Ferrante Gonzaga dal Piemonte spedì gente ed ordine a Gian-Giacopo de Medici marchese di Marignano, che continuasse le ostilità contro Parma, e si studiasse di occupare i forti intorno della Mirandola, che doveano essere abbandonati dalle soldatesche papaline. Se questo succedeva, era ridotta a tale la Mirandola, che poco potea stare a cadere in mano dell'imperadore. Ma non gli venne fatto, perchè appena Camillo Orsino cavò da que' forti le truppe della Chiesa, che i Franzesi e Mirandolesi, spalleggiati da molte fanterie assoldate per ordine del re da Ippolito d'Este cardinal di Ferrara, e situate al forte di Quarantola, volarono a que' forti, e furiosamente li demolirono. Ratificò poscia l'imperadore la tregua suddetta, il che servì ad allontanar la guerra da Parma e dalla Mirandola, riducendosi essa in Piemonte, se non che restarono i presidii imperiali in Borgo San Donnino, Sissa, Noceto, Colorno e Castelguelfo, siccome ancora in Brescello, Montecchio e Castelnuovo, terre del duca di Ferrara. Per conto del Piemonte, dacchè fu rotta la pace, ed accorse colà don Ferrante Gonzaga, unitosi seco Emmanuel Filiberto, spiritoso principe di Piemonte, si diedero amendue a fermare i progressi del general franzese signor di Brisach, che avea preso Saluzzo, Chieri, San Geminiano ed altri luoghi forti in quelle parti. S'impadronirono essi di Bra, e costrinsero i Franzesi a levar l'assedio di Cherasco. A riserva di due fortezze, riacquistarono anche il marchesato di Saluzzo. Ma venuti ordini dall'imperadore d'inviar parte di quelle milizie in Germania, indebolito il Gonzaga diede campo a' Franzesi di sottomettere il forte castello di Verrua, Crescentino e Ceva. Rinforzato dipoi il Gonzaga da altre milizie, ricuperò Ceva e San Martino; ma ebbe il dispiacere d'udir presa da' Franzesi la città d'Alba, e messo ivi un presidio di due mila fanti con abbondante copia di vettovaglia, senza ch'egli avesse tali forze da poterla ricuperare. Accortosi intanto il principe di Piemonte che la guerra in quelle parti si riduceva ad un giuoco ora di guadagnare ed ora di perdere qualche castello, giudicò meglio di tornarsene in Lamagna all'immediato servigio dell'imperadore, il quale, siccome diremo, si trovò in gravi pericoli ed affanni dell'anno presente; e però altro d'importanza non seguì per ora in Piemonte.
Priva non fu di novità in quest'anno la Toscana. Non si può negare: sarebbesi quasi potuto contar per un miracolo, se Carlo V, principe di sì gran potere, si fosse contentato de' tanti suoi regni e Stati, nè avesse nudrita in suo cuore l'ambizione, ossia la non mai saziabile voglia di accrescere l'autorità e i dominii: perchè questa passione si può in certa maniera chiamare l'anima di tutti i principi di qualsivoglia grado. Se questa è frenata dall'impotenza o dal timore in alcuni di essi, è bene sfrenata in altri, ma d'ordinario palliata con altri titoli, pretesti e manifesti, inventati per abbagliare, non già i saggi, ma il volgo ignorante. Dacchè entrò in Siena la guarnigione di Cesare, ad altro non si pensò che ad opprimere la libertà di quel popolo: al qual fine si applicarono i ministri cesarei a fabbricar ivi una fortezza, spiegandosi di far ciò per amorevol intenzione di dar la quiete alla per altro divisa ed inquieta cittadinanza. Così non l'intendevano i Sanesi; e però segretamente alcuni di essi cominciarono a manipolar un trattato di protezione con Arrigo II re di Francia, il quale in materia d'ambizione vantaggiava di molto il regnante Augusto. Ebbero ordine i suoi ministri in Italia di dar tutta la mano, occorrendo, a questo affare. Guadagnato perciò da essi Niccola Orsino conte di Pitigliano, unì egli in quel di Castro e nelle sue terre circa tre mila fanti; altri ancora se ne assoldarono alla Mirandola, affinchè accorressero al bisogno. Entrò nel mese di luglio l'Orsino nel distretto di Siena colle sue soldatesche, accompagnato da Enea Piccolomini e da Amerigo Amerighi. Dopo aver sollevato buon numero delle milizie forensi, si presentò alla porta Romana di Siena, chiedendo con grande strepito l'entrata. Il popolo, ch'era senza armi, nulla sulle prime rispose, onde il signor d'Alapa comandante in quella città degli Spagnuoli, de' quali si trovavano allora solamente quattrocento in città, per essere stati inviati gli altri ad Orbitello e ad altre fortezze della Maremma, ebbe tempo di chiedere soccorso a Cosimo duca di Firenze, principe che, innamorato di Siena, con grande accortezza vegliava a tutti i movimenti di quella città. Non bastò il piccolo rinforzo spedito da esso duca a trattenere i Sanesi; i quali a poco a poco aveano trovato dell'armi che non abbruciassero le porte, ed introducessero lo Orsino nella notte precedente al dì 26 di luglio, gridando ognuno ad alla voce Libertà. Espugnarono di poi San Domenico, dove s'erano afforzati gli Spagnuoli: con che vennero alle lor mani alquante artiglierie e molte munizioni, e furono obbligati gli Spagnuoli a ritirarsi nella non peranche compiuta cittadella, provveduta di poca vettovaglia. Accorsero intanto da varie parti i Franzesi: laonde il duca di Firenze, scorgendo troppo malagevole il salvar quella sdruscita nave, trattò d'accordo. Fu dunque convenuto che gli Spagnuoli si ritirassero dalla città, e restasse Siena in libertà sotto la protezion dell'imperadore, e che fossero licenziati i soldati stranieri, nè si potesse far sul Sanese raunata alcuna di gente contro dell'Augusto signore. Appena partiti di là gli Spagnuoli, fu smantellata la fortezza, e nulla eseguito della convenzion suddetta. Imperciocchè frate Ambrosio Cattarino dell'ordine de' Predicatori, vescovo di Minorica, invece di attendere al suo breviario e alla teologia, in cui si acquistò gran nome, tanto dipoi disse, che persuase al popolo di lasciar l'imperadore, e mettersi sotto la protezion della Francia: consiglio che fu poi la rovina di Siena. Mandò quel popolo quattro ambasciatori al re, uno de' quali fu Claudio Tolomei, poi vescovo di Curzola, persona di gran letteratura, i quali a nome della patria riconoscessero da lui la riacquistata libertà, e il pregassero del suo patrocinio. Accettò volontieri il re Arrigo la difesa de' Sanesi, e spedì colà per suo ministro Ippolito d'Este cardinal di Ferrara, e il signor di Termes, il duca di Somma e Giordano Orsino con quattro mila e cinquecento fanti, i quali accrebbero poscia le turbolenze in quelle parti. Occuparono gli Spagnuoli Orbitello, nè riuscì mai più ai Sanesi di ricuperarlo.
Era intanto minacciata al regno di Napoli un'orribil tempesta, perchè, continuando il re di Francia la detestabil sua intelligenza col sultano de' Turchi Solimano, tirò anche quest'anno la potenza di quel Barbaro addosso all'Italia. Concerto fu fatto che la flotta ottomana, forte di più di cento venti galee e d'altri legni, e comandata da Sinan bassà (che Pialaga vien chiamato dal Sardi) e dal corsaro Dragut, venisse verso Napoli ad unirsi col principe di Salerno. Fuoruscito di quel regno era esso principe, e con ventiquattro galee franzesi, e con quelle d'Algeri sotto il sangiacco Sola Rais, dovea portarsi colà, avendo fatto credere al re Arrigo d'avere in Napoli e nel regno tante intelligenze e parentele, che, al suo comparire, si rivolterebbe tutto esso regno, siccome stanco del governo cesareo. Questi non furono sogni di sfaccendati politici, ma verità comprovate dai fatti; laonde, torno a dirlo, non si sa come il Belcaire (il quale lasciò nella penna per ogni buon fine questo avvenimento) con altri scrittori franzesi avesse tanto animo da negar l'alleanza del re (poco in ciò Cristianissimo) col maggior nemico della Cristianità: alleanza che dovea fruttare ai Turchi nell'Ungheria, e ai Franzesi in Italia e altrove, perchè così si veniva a tener impegnate l'armi della casa d'Austria in più luoghi. Nel mese di luglio comparve la formidabil flotta turchesca nel mare di Sicilia, e, dopo aver depredate quelle coste ed abbruciata la città di Reggio in Calabria, venne danneggiando il lido di Pozzuolo, il Traietto e Nola, ed arse Procida, con gittar poi nel dì 13 d'esso mese le ancore all'isola di Ponza, distante quarantacinque miglia da Gaeta. In questo mentre Andrea Doria avea imbarcati tre mila fanti tedeschi per condurli alla difesa di Napoli, stante la notizia che dovea tendere colà lo sforzo de' Turchi. Mossesi egli da Genova con quaranta galee, senza sapere (come vuol l'Adriani) l'arrivo de' Turchi in queste parti. Scrivono altri che lo sapea, ed aver perciò ordinato ai piloti di girar ben lungi da Ponza una notte, sperando di passare senza licenza de' Turchi. Ma costoro se ne avvidero, e Dragut andò con alquanti suoi legni a fargli il chi va là. Allora il Doria, figurandosi che gli venisse addosso tutta la tanto superiore armata musulmana, diè volta per tornarsene a Genova: ma sette delle sue galee, che in forza di vele e di remi non uguagliavano le altre, caddero nelle branche di Dragut. V'erano dentro settecento Tedeschi. Il Madrucci lor colonnello condotto a Costantinopoli, ad intercessione di Michele Codegnac, residente alla Porta pel re di Francia, fu liberato; tante erano state le raccomandazioni d'alcuni cardinali per far cosa grata al cardinale di Trento di lui fratello. Avrebbe intanto dovuto tremare il papa e Roma al mirar in tanta vicinanza tante forze del gran nemico de' Cristiani; ma i ministri di Francia, consapevoli dei disegni del loro signore, assicurarono sua santità che la festa non era fatta per lo Stato pontificio: il che calmò ogni paura.