Non era già così pel popolo di Napoli, che dai luoghi eminenti andava contemplando quelle tante mezze lune, con apprensione continua di qualche sbarco. Quand'ecco all'improvviso nel dì 10 di agosto il generale de' Turchi si vide far vela verso Levante, e seppesi da lì ad alquanti giorni aver quell'annata passato lo stretto di Messina. Grande allegria sorse in Napoli, e insieme stupore, perchè ignota era la ragion di quella ritirata. Col tempo venne tutto in chiaro. Imperciocchè avea il re Arrigo spedito a Marsiglia il principe di Salerno con ordine di montar sulla flotta franzese; ma perchè questa non potea così presto muoversi, esso principe inviò per terra Cesare Mormile fuoruscito di Napoli con lettere di credenza all'ammiraglio turchesco, per pregarlo che lo aspettasse. Giunto a Roma il Mormile, voltò casacca, e all'ambasciator cesareo fece conoscere, essere in sua mano il far partire la flotta ottomana, purchè fosse rimesso in grazia dell'imperadore, e gli fossero restituiti i suoi beni. Venne a don Pietro di Toledo vicerè la promessa e il salvocondotto; laonde ito egli travestito a Napoli, cavò da esso vicerè ducento mila scudi, dei quali fece un regalo al generale de' Turchi a nome del re di Francia, e, valendosi delle lettere di credenza, con mille ringraziamenti il mosse alla partenza. Arrivò poscia nel dì 18 di agosto nel golfo di Napoli il principe di Salerno, non già con sei galee franzesi, come ha il Campana, forse per errore di stampa, ma con ventisei, come scrivono il Sardi, il Summonte ed altri, nè trovando quivi i Turchi, ed informato del tiro fatto dal Mormile a' Franzesi, continuò il viaggio con isperanza di far tornare indietro la flotta infedele. La raggiunse alla Prevesa, ma nulla potè ottenere. E perciocchè era la stagione avanzata, ed egli sperava di menar seco i Turchi nell'anno vegnente, volle svernare a Scio con ammirazion di quei popoli, al veder legni colle insegne franzesi veleggiar ne' loro mari, non già per innalzare la fede cristiana, come anticamente si usava, ma per impetrar aiuti da loro ai danni de' cristiani. Portossi il principe di Salerno a Costantinopoli, dove con grandi finezze fu accolto da Solimano; tante leggierezze non di meno fece dipoi, che si screditò affatto, sebbene gli riuscì di far tornare que' Barbari contra del regno di Napoli nell'anno seguente.
Strepitose al maggior segno furono le scene della Germania in quest'anno. Mi dia licenza chi legge ch'io ne metta qui un breve abbozzo, sì perchè cogli affari d'Italia gran concatenazione aveano quei della Germania, e sì perchè le milizie italiane ebbero parte in quelle guerre, e vi si segnalarono molti nobili delle italiche contrade. Da niun saggio fu certamente commendata la severità di Carlo Augusto nel ritener prigione Filippo langravio d'Assia, e di ciò si lagnava forte Maurizio duca e nuovo elettor di Sassonia, perchè sotto la buona fede avea egli condotto esso langravio suocero suo a' piedi dell'imperadore, con riportarne la promessa della libertà; ma questa libertà non si vide mai più venire. Di tal ragione o pretesto valendosi egli, trattò fin l'anno addietro una lega col re di Francia, con Giorgio marchese di Brandeburgo, con Giovanni Alberto duca Mechlemburgo, e con Guglielmo figlio dell'imprigionato langravio. Fu segnata questa lega nel giorno 15 di gennaio del presente anno, come consta dallo strumento riferito dal Du-Mont; e il motivo era di difendere la libertà della Germania, che si pretendeva oppressa dall'imperadore, e di procurare la liberazione del langravio. Il re di Francia prese il titolo di protettore della libertà germanica, e fece battere medaglie con questo titolo, che infine si risolveva in divenir protettore degli eretici. E, per non fallare ne' conti, si fece accordare dagli alleati, per principio di questa libertà, che a lui fosse permesso d'impadronirsi delle città libere ed imperiali di Metz, Tull e Verdun, e di ritenerle come vicario dell'imperio. Nello strumento suddetto il marchese di Brandeburgo contraente è Giorgio Federigo, laddove il Campana ed altri attribuiscono ciò al marchese Alberto, ben diverso dall'altro. Non mancò al duca Maurizio la taccia d'ingratitudine e di doppiezza in tal congiuntura, perchè dimentico di tanti benefizii a lui compartiti da Cesare, e perchè, nello stesso tempo ch'era dietro a tradirlo, gli scriveva le più affettuose lettere di attaccamento e fedeltà, dando insieme una somigliante pastura a Ferdinando re de' Romani, il quale trattava con lui di accomodamento. Da questo lusinghevol canto addormentato l'imperadore, era venuto ad Ispruch con poche soldatesche; quando Maurizio sul principio di aprile con poderoso esercito arrivò ad Augusta, e durò poca fatica a conquistarla, ed indi speditamente s'incamminò alla volta d'Ispruch, sollecitato dai suoi uffiziali, che gli diceano: Che bella caccia sarebbe la nostra, se potessimo coglier ivi il signor Carlo! Al che dicono che rispondesse Maurizio: Non ho gabbia sì grande da mettervi un augello sì grosso. Credeva l'Augusto Carlo che il passo della Chiusa terrebbe saldo; ma s'ingannò: laonde, udendo venire a gran passi il nemico, fu astretto, benchè infermo per la gotta, e in tempo di notte e piovoso, a fuggirsene frettolosamente in lettiga con parte de' suoi a piedi, lasciando indietro copioso bagaglio, che restò preda de' collegati: colpo ed affronto che se fosse sensibile alla maestà d'un sì grande e sì glorioso monarca, niuno ha bisogno che io gliel ricordi. Si ritirò egli dunque a Vilacco nella Carintia: nella qual congiuntura i Veneziani inviarono a fargli ogni maggior esibizione, con rinforzar poscia di gente i loro confini. Maurizio, conosciuto disperato il caso di raggiugnerlo, se ne tornò indietro, non capendo in sè stesso per la gloria d'aver come spinto fuor di Germania un imperadore. Fu cagione lo strepito ed avvicinamento di queste armi, ed armi di principi protestanti, che entrasse un gran terrore nei padri del concilio di Trento: e però nel di 28 d'aprile fu esso sciolto, e rimessane la continuazione a tempi più quieti e propizii.
Attese dipoi l'Augusto signore a cercar danari, a chiamar milizie dall'Italia e dalla Fiandra, e per lui ne raunò molte Arrigo duca di Brunsvich, colle quali fermò alquanto i collegati. Ma quel che più gli giovò fu l'interposizione di Ferdinando re de' Romani, che maneggiò con loro una tregua, e la stabilì, essendosi rimesso il trattato di più durevole accordo a una dieta da tenersi in Passavia. A questo si lasciò condurre il duca Maurizio con gli altri alleati, perchè poco stettero ad accorgersi cosa fosse la società leonina, e a ravvisar la sciocca loro risoluzione di essersi uniti col re franzese, a cui servivano di spalla, affinchè sotto l'ombra del bel titolo di difensore della Germania potesse spogliare a man salva la Germania medesima degli antichi suoi Stati. Gravissimi lamenti e minaccie per questo facevano gli altri elettori e principi dell'imperio, tanto contra di essi collegati, quanto contra del re Arrigo, a cui inviarono anche le lor doglianze e protestazioni. Ma il re si ridea di loro, e facea il fatto suo. Impadronitosi, nel dì 15 di aprile, della vasta e ricca città di Metz, e di quelle di Tullo e Verdun, passò a far da padrone in tutta la Lorena; tentò di soggiogare Argentina, ma non gli riuscì; rivolse dipoi l'armi contra il ducato di Lucemburgo, ed era per fare un netto degli Stati imperiali di qua dal Reno, se non seguiva nel dì primo d'agosto in Passavia l'accordo fra Cesare e i protestanti, colla liberazion del langravio di Assia, e con varii capitoli che a me non occorre di riferire. Ma gl'incauti Tedeschi, i quali aveano attaccato il fuoco al bosco, non ebbero la facilità medesima per ismorzarlo. Durante la tregua, nel tempo del suddetto maneggio, Alberto il giovane, marchese di Brandeburgo, figlio di Casimiro, avendo preso gusto al mestier di rapinare, con un esercito non già grande di numero, ma di cuor risoluto e bestiale, inferì un mondo di mali a varie parti della Germania, specialmente a Norimberga, ai vescovati di Bamberga ed Erbipoli, agli arcivescovati di Magonza e Treveri, a Vormazia e Spira, per tacere d'altri luoghi. Questo sì barbaro principe, dopo varie scene, nell'anno seguente a dì 9 di luglio ebbe una gran rotta da Maurizio duca ed elettor di Sassonia, per cui non alzò più la testa; ma in quel fatto d'armi lo stesso vincitore Maurizio ferito perdè la vita. Portossi dipoi l'Augusto Carlo verso la metà d'ottobre con potentissima oste all'assedio di Metz, la cui difesa era raccomandata al duca di Guisa, trovandosi con lui Alfonso d'Este, fratello del duca di Ferrara, Orazio Farnese duca di Castro, e Pietro Strozzi generale di gran credito. Tale fu essa difesa, essendo nella città una guarnigione di dieci mila fanti e di mille e cinquecento cavalli, che quantunque Cesare si ostinasse a tener ivi il campo sino al fine di dicembre, pure fu forzato infine a levarlo con sua non poca vergogna, e colla perdita dell'artiglieria e di almeno venti mila tra fanti e cavalli, che per li patimenti piuttostochè pel ferro perirono. La dura lezione data a questo glorioso monarca in Ispruch, e quest'altra anche più grave, fu poi creduto che influissero a fargli prendere la risoluzione di dare un calcio al mondo, riconosciuto da lui per teatro di troppo disgustevoli vicende.
MDLIII
| Anno di | Cristo MDLIII. Indizione XI. |
| Giulio III papa 4. | |
| Carlo V imperadore 35. |
Provò Siena in quest'anno gli effetti perniciosi della guerra. Chi ne desidera un preciso ed anche troppo minuto ragguaglio, non ha che a leggere la Storia dell'Adriani. Dirò io in compendio, che, sommamente dispiacendo all'imperadore quell'essersi annidati in Toscana i Francesi, mandò ordine a don Pietro di Toledo, vicerè di Napoli, di muovere l'armi contra di loro, per ridurre Siena dipendente da' cenni suoi. Pertanto il Toledo, raunato un corpo di circa dodici mila persone tra Italiani, Spagnuoli e Tedeschi, lo fece marciare nel precedente dicembre alla volta della Toscana sotto il comando di don Garzia suo figlio. Per ogni buona precauzione il pontefice, benchè neutrale, accolse circa otto mila soldati, che stettero alla guardia di Roma. Unissi don Garzia con Ascanio della Cornia, generale della fanteria italiana, il quale nel Perugino avea assoldato altri due mila e cinquecento fanti italiani. Entrato questo esercito nel distretto di Siena [Alessandro Sardi. Adriani. Segni. Mambrin Roseo. Campana, ed altri.], se gli arrenderono tosto Lucignano, Pienza, Monte Fullonio ed altri deboli luoghi, e andò poi ad accamparsi sotto Monticelli, ossia Montucchiello. Dentro v'era Adriano Baglione, giovine valoroso, che per un mese fece gagliarda difesa, e ne capitolò infine la resa, con restar prigioniere nel dì 19 di marzo. Imprese dipoi don Garzia l'assedio di Montalcino, principal terra de' Sanesi, la cui conquista, se fosse succeduta, mettea a mal partito la stessa città di Siena. Ma ritrovaronla ben bastionata e fortificata da Giordano Orsino, giovane, nel cui cuore bolliva il desiderio della gloria e dell'onore, di cui sempre fe' professione la sua nobilissima casa. Intanto don Pietro di Toledo era venuto per mare a Livorno, e poscia a Firenze, non tanto per visitar la figlia e il duca Cosimo suo genero, quanto per accudir più da vicino all'impresa di Siena. Ma, colà giunto, venne da lì a poco la morte a trovarlo: vecchio astuto, crudele, che avea poco innanzi al dispetto de' suoi anni menata moglie una giovane bellissima di casa Spinelli. Nè mancarono maligni che sognarono, secondo il solito, abbreviata dal veleno la di lui vita. Si cercò in Napoli uno che piagnesse per la sua morte, e non si trovò. Per cagion d'essa bensì l'ardore dell'armi imperiali s'intepidì. Avvenne ancora nel mese di maggio che sotto Montalcino fu preso dagli assediati il segretario di don Garzia, e condotto a Siena, dove per paura de' tormenti rivelò come tessuta dal duca Cosimo, principe di fina politica, una congiura contro di quella città. Vera o falsa che fosse tal confessione, certo è che costò la vita ad alcuni di que' cittadini, fece restare esso Cosimo in disgrazia de' Franzesi, quando nello stesso tempo si lamentava forte di lui l'imperadore, perchè volesse tenersi neutrale, anzi era in sospetto di veder volentieri in Siena i Franzesi, tuttochè non avesse lasciato di somministrar artiglieria, danari ed altri aiuti al campo imperiale.
Rincresceva forte a papa Giulio III questa guerra di Toscana, e molto più la maggiore che durava più che mai accesa oltramonti. Però fece, per mezzo dei suoi ministri, quanto potè per esortare ed indurre alla pace i due litiganti monarchi; e a questo fine inviò loro due cardinali legati, che spesero invano passi e parole con chi era o troppo irritato o troppo superbo e pretendente. Ma in Toscana venuto il mese di giugno senza che avessero i cesarei potuto espugnare Montalcino, sempre valorosamente difeso dall'Orsino, in parte da sè stesso, e in parte per l'interposizion del papa, cessò per allora quella contesa. Imperciocchè, mandato da Cesare a Napoli per vicerè pro interim il cardinal Pacieco, presentando questi un gran preparamento de' Turchi per tornare nei mari d'Italia ad istanza del re di Francia Arrigo II, richiamò dal Sanese le genti ch'erano state cavate dai presidii di quel regno; e così respirò Siena. Ma, nel tornar le milizie suddette a Napoli, accadde uno scandaloso fatto. Marcantonio Colonna, comandante di una parte della cavalleria cesarea, disgustato da gran tempo di Ascanio suo padre (dicono, perchè gli negava un assegno conveniente alla nascita sua), in tre giorni prese Palliano e tutte le altre castella possedute dalla sua nobil casa negli Stati della Chiesa. Ossia che Ascanio accorresse per salvare Tagliacozzo ed altri suoi feudi nel regno di Napoli, oppure che andasse con gente armata per ricuperarli; la verità si è, che, per ordine del suddetto cardinal Pacieco, fu preso esso Ascanio, e mandato prigione nel castello di Napoli, dove stette gran tempo, e infine, colto da malattia, vi morì, restando il figlio padrone di tutto. Si stancarono i politici per trovar la cagione di sì aspro trattamento, e l'han tuttavia da scoprire. Fu pure astretto il Belcaire a confessare in quest'anno la sempre detestabil alleanza del re di Francia con Solimano gran sultano de' Turchi, perchè sugli occhi di tutti comparvero que' Barbari uniti colla flotta franzese nei nostri mari. Vennero costoro sul principio di giugno con sessanta galee, comandate da Mustafà bassà e dal corsaro Dragut, oltre alle franzesi, in Sicilia, dove presero e abbruciarono Alicata, e fecero secento cristiani schiavi. Nulla potendo ottenere contro Sacca e Trapani, passarono dipoi in Toscana, e quivi spogliarono l'isola della Pianosa, conducendo via mille di quegli abitanti. Grave danno ancora fu recato dalla stessa armata turco-gallica all'isola dell'Elba; ma dappoichè in essa si fu imbarcato il signor di Termes con quattro mila fanti cavati dal Sanese, fece vela alla volta della Corsica, dove i Franzesi teneano delle intelligenze, senza che i Genovesi, signori di quella sì riguardevole isola, ancorchè avvisati del pericolo, avessero provveduto al bisogno. Sbarcati colà i Franzesi coi Turchi, ridussero in poco tempo in loro potere la Bastia e San Fiorenzo; e, sollevati circa sette mila di quei feroci montanari, s'impossessarono di quasi tutta l'isola, a riserva di Calvi, Aiaccio e Bonifazio. Se vogliam credere al Manenti e al Campana, la Bastia si conservò in potere de' Genovesi. Fu dipoi da' Turchi e Franzesi assediato e preso Aiaccio, dove tutto andò a sacco, restarono preda della loro lussuria le donne, e i presi Genovesi posti al remo. Quindi passarono i Turchi all'assedio di Bonifazio, e i Franzesi a quello di Calvi. Il comandante della prima città, ingannato da una finta lettera del doge e dell'uffizio di San Giorgio, capitolò. Calvi si sostenne. Venuto il settembre, secondo gli ordini del sultano, i Turchi se ne tornarono in Levante, e il signor di Termes andò in Provenza, per condurre in Corsica genti, munizioni e vettovaglie. Svegliati intanto i Genovesi, non omisero diligenza e spesa per ricuperar la Corsica, del che parleremo all'anno seguente.
Non restò esente neppure in questo anno dagl'incomodi della guerra il Piemonte. Dimorava Carlo duca di Savoia in Vercelli, contemplando l'infelice situazione de' suoi Stati, occupati in gran parte da' nemici franzesi di qua e di là dai monti, e quasi signoreggiato il resto dagli amici imperiali, con restare intanto i popoli esposti alle continue incursioni sì dell'uno come dell'altro partito, e forzati spesso a cangiar padrone. Giunse la morte a liberarlo da queste nere meditazioni, essendo egli mancato di vita nel dì 18 d'agosto, come vuole il Sardi storico contemporaneo, o piuttosto, secondo che scrivono gli autori piemontesi, nel dì 16 d'esso mese: principe d'ottimo genio, fatto più per la pace e pel gabinetto che per la guerra; ma principe sommamente sfortunato, che seco nondimeno portò la consolazione di lasciar suo erede Emmanuel Filiberto principe di Piemonte, giovane bellicoso e di grande aspettazione, che in questi tempi militava in Fiandra presso l'imperadore, e s'era già segnalato con varie azioni di senno e di valore. Seguirono in esso Piemonte varii movimenti e fatti delle nemiche armate, ma non di tal rilievo, che lor s'abbia a dar luogo in questo compendio. Solamente fece strepito la presa di Vercelli fatta da' Franzesi nel dì 20 di novembre per intelligenza con alcuni Vercellesi mal soddisfatti della guarnigione tedesca. Ma don Francesco d'Este generale cesareo, appena ciò inteso, spedì Cesare da Napoli con centocinquanta cavalli ed altrettanti fanti in groppa, affinchè rinforzassero la cittadella, ed egli poi li seguitò frettolosamente col resto della cavalleria e con mille fanti, ed, entrato anch'egli nella fortezza, era per piombare addosso alla città. Ma non l'aspettarono i Franzesi, che prima di ritirarsi spogliarono l'arnese e il tesoro del duca defunto, ricoverato in Sant'Eusebio, non avendo la fortuna, tanto a lui avversa in vita, cessato di perseguitarlo anche dopo morte. Condussero via eziandio molti mercatanti e terrazzani ricchi o per ostaggi delle contribuzioni intimate al pubblico, o per ricavarne delle taglie private. Seguitò quest'anno ancora la guerra fra l'imperadore e il re di Francia. Assediata dai cesarei con potente esercito Terovana città fortissima, e battuta per quattordici giorni con sessanta pezzi di artiglieria, mentre si stendeva la capitolazion della resa, vi entrarono furiosamente Spagnuoli e Tedeschi, e le diedero un terribil sacco. Venne poi, per ordine dell'imperadore, spianata quella piazza da' fondamenti. Non fu meno strepitoso l'assedio posto dipoi nel mese di luglio alla città di Edino, forte, al pari dell'altra, dalle armi cesaree sotto il comando del suddetto principe di Piemonte, dichiarato supremo general dell'armata. Alla difesa di quella piazza era entrato Orazio Farnese duca di Castro con assai nobiltà franzese, ma, colpito da un tiro d'artiglieria, perdè ivi la vita, compianto da ognuno pel raro suo valore. La stessa disavventura, che avea provato Terovana, toccò anche ad esso Edino, messo a sacco colla strage di alcune centinaia di Franzesi, e colla prigionia di non pochi riguardevoli signori. Restò similmente rasata quella piazza, e niun'altra azione si fece degna di memoria in quelle parti. In questo mentre, essendo accaduta la morte del giovinetto Odoardo re d'Inghilterra, gli succedette Maria sua sorella, con giubilo grande della cristianità, perchè ella poco stette a professare la religione cattolica, siccome l'imperadore non tardò a progettare il matrimonio di essa regina col principe don Filippo suo figlio vedovo. In quest'anno nel dì 23 di maggio terminò la sua vita Francesco Donato doge di Venezia, e nel dì 4 di giugno fu assunto a quella dignità Marcantonio Trevisano, personaggio singolare per la sua pietà e saviezza.