A questo mansueto ed amabil pontefice, correndo il dì 25 di maggio, nel sacro conclave succedette un altro di genio totalmente opposto, cioè Giovan-Pietro Caraffa, di nobil famiglia, Napoletano, appellato il Cardinal Teatino, perchè era stato vescovo di Chieti, in latino Theate. Pretesero i politici d'allora ch'egli dal cardinal Farnese, tutto attaccato alla Francia, fosse portato al trono, perchè conosciuto di inclinazion contraria agl'imperiali: giacchè in affare sì santo ed importante fu creduto che prevalesse talvolta in quei tempi l'interesse privato al ben pubblico della Chiesa. Era nato il Caraffa non già nel 1466, come per errore di stampa si legge presso il Ciacconio, ma nel 1476, come s'ha dal Panvinio e dall'Oldoino. Prese egli il nome di Paolo IV: personaggio che in addietro s'era procacciato il concetto d'uomo dottissimo, zelante e pio, colla somma probità ed esemplarità della vita, collo sprezzo talvolta delle dignità e grandezze umane, e con uno spirito di religiosa conversazione, per cui con Gaetano Tiene nobile vicentino e prelato romano, che poi fu aggregato al ruolo de' santi, istituì la pia congregazione de' chierici regolari, appellali Teatini, approvata nel 1528 da papa Clemente VII. Pareva nondimeno ad altri ch'egli sotto il manto del vivere suo religioso coprisse una buona dose di desiderio d'onori; nè certamente egli avea rifiutato l'arcivescovato di Napoli, e molto men fece alla lotta per isfuggire il pontificato supremo. Potea chiamarsi la sua testa un ritratto in picciolo del patrio suo Vesuvio, perchè ardente in tutte le azioni sue, iracondo, duro ed inflessibile, portato certamente da un incredibile zelo per la religione, ma zelo talora scompagnato dalla prudenza, perchè traboccava in eccessi di rigore: quasi che la religione di Cristo non fosse la maestra della mansuetudine, e la scuola dell'amare e del farsi amare. Perciò presagirono i saggi sotto questo pontefice un governo aspro ed insoffribile, e si aspettarono varie calamità, che pur troppo avvennero. Nè altro prediceva la fiera sua guardatura con occhi incavati, ma scintillanti ed accesi, per chi s'intendeva di fisonomia. Studiossi ben egli sul principio di levar di testa alla gente la sinistra opinione di lui, con dar segni di clemenza e liberalità, e di concedere tali grazie e favori al popolo romano, che ne meritò una statua nel Campidoglio. Poco nondimeno stette l'alquanto raffrenato torrente a sboccare, e a verificar le infauste predizioni formate di lui.

Per tutto il verno continuò il blocco di Siena fatto dall'armi imperiali sotto il comando del Medichino marchese di Marignano; e già cominciava quel popolo a penuriar di tutto il bisognevole pel vitto, con anteporre nondimeno l'amore della libertà a qualsivoglia patimento. Fu presa la risoluzione di scaricar la città non solo delle bocche inutili, ma di parte ancora della guarnigione superflua. Fu più di una volta tentato questo salasso, ed infelicemente quasi sempre. I soldati che ne uscirono, ebbero a comperarsi il passaggio colla punta delle spade, e la maggior parte vi restò svenata o prigioniera, e le donne e i fanciulli costretti a rientrare nella città. Tale in questa occasione fu la crudeltà del marchese, che quanti si arrischiarono a portar vettovaglie alla afflitta patria, tutti (e furono un gran numero) li fece appendere per la gola; e quanti osarono d'uscir della città, o di sua mano o per mano altrui gli uccideva. Perchè poi da Firenze venivano spesso lettere di fuoco che il sollecitavano a finir quella impresa, tentò egli l'uso della artiglieria; il che nulla giovò, per la gagliarda difesa e per le molte precauzioni prese dai Franzesi. Ma ciò che non potè fare il cannone, lo fece la fame, cresciuta a tal segno, che la povera gente era ridotta a tener per regalo i cibi più schifi. Pertanto si cominciò a trattar di capitolare e di rendere la città all'imperadore con patti onorevoli pel presidio franzese. Dopo gran dibattimento, fu, secondo l'Adriani, conchiusa, nel dì 2 d'aprile, la capitolazione, ma differitane l'esecuzione per alquanti giorni, ne' quali tentarono i Sanesi inutilmente le raccomandazioni e la mediazione del novello papa Marcello. Sicchè nel dì 21 d'esso mese uscirono di Siena i Franzesi con tutti gli onori militari. Sembra a chi legge la Storia del Segni che quella città venisse come in balia di Cosimo duca di Firenze. Ma l'Adriani e il Sardi, meglio informati di quell'affare, scrivono, pattuito che Siena restasse libera (parola che nulla dipoi dovea significare), sotto la protezion dell'imperadore, e co' proprii magistrati, ma con ricevere e pagar la guarnigione ch'esso Augusto vi metterebbe. Rimasero in man de' Franzesi Chiusi, Grosseto, Porto Ercole e Montalcino, dove si ritirarono que' Sanesi, a' quali non piacque di star sotto gli odiati imperiali, e con quella forma di governo che si dovea prescrivere alla lor patria dal medesimo Cesare. Fu preso dal marchese di Marignano a nome di sua maestà il possesso di Siena, e posto ivi presidio di Tedeschi e Spagnuoli. Colà tosto comparve tanto pane e grascia, che potè non solo sfamarsi tutto il popolo, ma anche provvedersene a buon mercato per l'avvenire. Quivi poscia il duca Cosimo riordinò il governo, e da lì a non molto arrivò don Francesco di Toledo, dichiarato dall'Augusto signore per governatore d'essa città. Eppur vi ha chi scrive promessa Siena al duca Cosimo, allorchè egli fu per imprendere questa guerra. Anzi l'imperadore diede nel presente anno l'investitura di quella città al re Filippo suo figlio: il che ad esso duca oltremodo dispiacque, per avere servito l'oro e le genti sue a fare il boccone ad altrui; perchè se dianzi temeva de' Franzesi, cominciò del pari a paventar degli Spagnuoli, vicini ordinariamente inquieti, e gente non mai sazia di acquistare Stati e dominii. Riuscì poscia al marchese di Marignano di sottomettere, nel dì 10 di giugno, Porto Ercole con altri luoghi: colpo che sconcertò sommamente gli affari de' Franzesi in Toscana, e servì a screditar Pietro Strozzi alla corte del re Cristianissimo, dalla quale con raro esempio avea ricevuto il titolo e bastone di maresciallo. Di ventotto fuorusciti di Siena, presi in Porto Ercole, i principali condotti a Firenze perderono la lesta.

Questo infelice successo ebbero in Toscana l'armi franzesi; ma più propizia loro si mostrò in quest'anno la fortuna in Piemonte. Trovavasi, nel dì 25 di febbraio, il Figheroa vicegovernator di Milano col conte di Valenza e con altri signori in Casale di Monferrato, attendendo a darsi bel tempo per que' giorni di carnovale. In questa città il maresciallo di Brisac teneva delle segrete corrispondenze, ed avea dato ordine che si trovasse maniera di abborracchiare i Tedeschi di quella guardia: nel che egli fu ben servito. La notte susseguente al dì suddetto calò esso Brisac pel Po con buon numero di fanterie imbarcate, e, giunto a Casale, diede la scalata, e s'impadronì d'una porta, aiutato, per quanto fu creduto, da circa trecento uomini, indrodotti prima nella città con abito di contadini. Fuggito il Figheroa nella rocca, contro la quale furono tosto rivolte le artiglierie trovate nella città, giudicò meglio di abbandonarla e di fuggirsene ad Alessandria. Per tale acquisto si sparse gran terrore nello Stato di Milano, e di qua prese motivo la corte cesarea di spedire in Italia don Ferdinando di Toledo duca d'Alva, con ampia potestà di governare nello stesso tempo il regno di Napoli e il ducato di Milano. Venne egli, ebbe rinforzi dalla Spagna e Germania talmente che fu detto, aver egli ammassati trenta mila fanti e tre mila cavalli, che verisimilmente furono un terzo di meno. Con tante forze nulla operò, e ritiratosi, lasciò anche prendere Volpiano a forza d'armi da' Franzesi, poichè li vide rinforzati da una gran corpo di gente condotta in Italia dal duca d'Aumale. Fu richiamato a Milano il vittorioso Gian Giacomo de Medici marchese di Marignano, ma quivi, oppresso da varie sue indisposizioni, diede fine al suo vivere nel dì 7 oppure 8 di novembre: personaggio di bassi principii ma che s'era acquistata fama di valente e scaltro condottier d'armi, e insieme d'uomo inumano, e di gran cacciatore ed amator della pecunia. L'aver io detto nelle Antichità Estensi che Cosimo duca di Firenze gli donò il cognome e l'armi di casa de Medici, non sussiste, almeno per conto del cognome. In quest'anno ancora chiamarono i Franzesi nel mar di Toscana l'armata turca, comandata da Pialaga bassà e da Dragut, che nella Basilicata abbruciò San Lucido e Paula, patria del santo istitutor de' Minimi. Così ben premunito avea il duca Cosimo Piombino, l'Elba ed altri siti di quelle coste, che i Turchi, dopo aver patito gravi danni, se ne partirono, ed uniti con trenta galee franzesi, veleggiarono alla volta della Corsica, dove tuttavia bolliva la guerra tra i Franzesi e Genovesi. Nulla di rilevante fecero que' Barbari, fuorchè di condur via quanti cristiani poterono ghermire tanto in quell'isola che nella Sardegna.

Uscì in quest'anno alla luce la risoluzion presa dall'imperadore Carlo V di rinunziare i suoi regni e Stati a don Filippo re d'Inghilterra suo figlio. Cominciò egli dallo spogliarsi de' Paesi Bassi e della Borgogna, e, fatto venire il figlio a Brusselles, nel dì 25 di ottobre, alla presenza degli Stati colà convocati, gliene fece ampia rinunzia: funzione che trasse le lagrime da quasi tutti gli astanti, al vedere come quel glorioso monarca sì animosamente facesse vivente ciò che gli altri sì mal volentieri fanno morendo. Gran dire fu per questo in tutta l'Europa: chi lodando e chi biasimando, attribuendo gli uni un'azione cotanto rara alle sue cresciute indisposizioni della podagra, altri a vanità, oppure al conoscimento della retrograda fortuna, ovvero alla perdita della regina Giovanna sua madre, accaduta in quest'anno, ed altri ad altre cagioni, secondo che dettava loro il capriccio; quando, qualunque ne fosse il motivo, non si può mai negare ad essa il titolo d'atto sommamente eroico, dappoichè ognun sa, essere l'ambizione e il gusto di dominare l'ultima camicia dei regnanti. Al governo di quegli Stati fu lasciato dal re Filippo Emmanuele Filiberto saggio e valoroso duca di Savoia. Ebbero principio in quest'anno i dissapori di papa Paolo IV con esso imperadore, o, per dir meglio, col suddetto re Filippo. Che la vita menata da questo pontefice pria della porpora cardinalizia, e prima del pontificato fosse un'ipocrisia, l'immaginarono bensì coloro che con facilità mirabile di malignità interpretano in male tutto il bene altrui; ma certissima cosa è ch'egli accompagnava il suo molto sapere con un si regolato e pio tenore di vita, che niun seppe mai opporgli altro, che un'inclinazione al rigore, e uno zelo straordinario che facea tremare i buoni, nonchè i cattivi. Appena divenuto papa, cominciò a sradicare le simonie egli abusi di certi tribunali, mostrandosi ardente per riformar le corruttele della corte; ma si venne insieme a scoprire, che avendo egli un gran capitale d'intendimento, di dottrina, di eloquenza e di belle virtù, per cui potea fare un ottimo e glorioso pontificato, non se ne seppe servire, e cadde in tali difetti, che eclissarono non poco la fama del suo sacro ministero.

Giunto papa Paolo a non aver superiori in terra, ripigliò il suo feroce animo, e mostrò di non aver abbastanza meditate le parole dell'Apostolo, che vuole il vescovo non superbum, non iracundum; ed invece di amare e procurar la pace (che questo specialmente appartiene ai vicarii di Gesù Cristo), andò miseramente ad ingolfarsi in una biasimevol guerra. Ma ciò che particolarmente levò di tuono questo pontefice, fu il troppo amore del nepotismo Tre nipoti avea, figli di Gian-Alfonso Caraffa conte di Montorio, suo fratello. Pochi giorni dopo l'assunzione sua creò cardinale Carlo, uno d'essi, cavaliere di Malta, uomo di cervello torbido, fatto più per la milizia secolare, da lui esercitata fin qui, che per l'ecclesiastica. Un altro era Giovanni conte di Montorio, a cui si voleva fabbricare una magnifica fortuna; e presto se ne presentò, non so se giusta o ingiusta, l'occasione. Avea Alessandro Sforza, cherico di camera, avuta maniera di trarre da Cività Vecchia due o tre galee, già tolte da' Franzesi a Carlo suo fratello, e condottele a Gaeta. Per tale insolenza s'alterò forte il papa, credendo complice di tutto il cardinal Guido Ascanio Sforza loro fratello, fieramente il minacciò, e mise prigione il di lui segretario. Per queste novità furono veduti alcuni baroni romani trattar segretamente con esso cardinale, con Marcantonio Colonna e co' ministri cesarei. Non vi volle di più perchè il pontefice, figurandosi dirette quelle combricole contra di lui, facesse mettere in prigione esso cardinale Sforza, Camillo Colonna ed altri; poichè, quanto a Marcantonio, questi si ritirò in salvo a Napoli. Passò lo sdegnato papa a far citare lui ed Ascanio Colonna suo padre, che era detenuto prigione in Napoli; ed essi non comparendo, gli scomunicò e privò d'ogni dignità, e di quante terre e castella possedeano negli Stati della Chiesa (erano circa cento), con investirne tosto il suddetto Giovanni suo nipote, e dichiararlo duca di Palliano e capitan generale della Chiesa. Per provvedere anche Antonio Caraffa, terzo suo nipote, il creò marchese di Montebello e d'altre terre nel Montefeltro, avendo trovate ragioni o pretesti per ispogliarne Gian-Francesco da Bagno de' conti Guidi.

Ancorchè dipoi fossero restituite le galee, cagione di tai disturbi, pure continuò più che mai la disposizione alla rottura; perchè, godendo i Colonnesi la protezion dei re di Spagna, e vedendosi così maltrattati dal papa, si misero in armi. Accorsero anche gli Spagnuoli ai confini dello Stato ecclesiastico, e il papa anche egli ordinò al duca d'Urbino di portarsi con alcune migliaia di fanti a que' medesimi confini. Che sconcerti, che prigionie succedessero in Roma in tal congiuntura, lungo sarebbe il riferirlo. Si trattò di pace, ma ossia, come alcuni vogliono, che il papa anche cardinale sospirasse di cacciar dal regno di Napoli gli Spagnuoli, per aggravii da lor fatti alla sua casa e a sè medesimo col negargli le rendite dell'arcivescovato di Napoli; oppure che il cardinal nipote l'attizzasse con isperanza di pescare Stati nella vantata depression degli Spagnuoli: certo è che papa Paolo IV non ebbe mai vera voglia di pacificarsi. E in questa risoluzione si fissava egli, perchè già andava maneggiando una lega con Arrigo II re di Francia; e infatti la conchiuse prima che terminasse quest'anno. Era anche dietro a tirare in essa lega Ercole II duca di Ferrara; lusingandosi forse colle lor forze e con sognate sollevazioni de' popoli napoletani d'aver in pugno quel regno. Ora fra le molte azioni degne di lode in questo pontefice, non si può già contare ch'egli, in tempo che si trattava seriamente di pace fra i re di Francia e di Spagna, si studiasse di maggiormente accendere la guerra fra essi; e ciò per odii ed interessi privati; il che gli riuscì con tanto danno de' sudditi suoi ed altrui. Certamente altro ci vuole che eloquenza, altro che ingegnose riflessioni per iscusarlo e giustificarlo in questo. Di gravi mormorazioni ancora cagionò nell'anno seguente l'aver esso pontefice tolta la dignità di legato al cardinale Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, lume chiarissimo del sacro collegio, e sì benemerito della Chiesa di Dio negli affari dell'Inghilterra; come apparisce dalle opere di lui, che ora illustrate abbiamo dall'eminentissimo cardinale Quirini vescovo di Brescia. Anche prima del pontificato non avea Paolo quel grand'uomo nel suo libro, tenendolo per amico dei protestanti, o almeno non assai nemico, com'egli desiderava. I sospetti soli in mente d'uom sì focoso divenivano presto enormi reati, e si correva alle prigionie o al gastigo. E ne fecero la pruova nei tempi susseguenti anche il cardinale Giovanni Morone, uno de' più dotti ed insigni personaggi del sacro collegio, Tommaso San Felice vescovo della Cava, ed Egidio Foscherari vescovo di Modena, ch'era de' più accreditati teologi dell'età sua. Furono essi cacciati in castello Sant'Angelo, dove stettero penando per due anni sino alla morte del papa, non per altro, se non per varii sospetti della loro dottrina, di cui diedero essi dipoi un saggio sì luminoso nel concilio di Trento. Se noi desiderassimo di non vedere mai più nella sedia di san Pietro pontefici di simil tempra, si dimanda, se fosse irragionevole o almen tollerabile un siffatto desiderio.


MDLVI

Anno diCristo MDLVI. Indizione XIV.
Paolo IV papa 2.
Carlo V imperadore 38.

Già fitto era il chiodo: l'imperador Carlo V avea risoluto di dare un calcio al mondo, per ritirarsi a goder tranquillamente que' pochi giorni di vita che Dio volea lasciargli; e pochi appunto gliene prometteva la troppo afflitta sua sanità [Belcaire. Manenti. Campana. Surio, ed altri]. Solamente il riteneva il dover lasciare il re Filippo suo figlio giovane fra i tumulti e pericoli della guerra, che viva tuttavia si manteneva co' Franzesi. Tanto perciò s'affaticarono i mediatori, che nel dì 5 di febbraio si conchiuse, per opera specialmente del cardinal Polo, una tregua di cinque anni fra esso imperadore e il figlio da una parte, ed Arrigo II re di Francia dall'altra: con che i contraenti ritenessero pacificamente tutto quel che restava in mano loro sì nel Piemonte come in Toscana. Leggesi lo strumento d'essa tregua presso il Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.] e presso altri autori, i quali giudicarono appartenere tal atto al febbraio dell'anno precedente 1555, senza badare che il 1555 della data dovette essere secondo l'anno fiorentino e veneto, terminante nel dì 25 di marzo dell'anno presente. Certo è che tal atto s'ha da riferire a quest'anno, dappoichè si sa che per tutto l'anno precedente durò la guerra fra que' potentati; e il Belcaire, il Sardi, l'Adriani, il Manenti e il Surio, autori contemporanei, e l'Angeli, Mambrino Roseo, lo Spondano ed altri ci assicurano della conchiusion d'essa tregua nel febbraio di quest'anno. Allora fu che l'Augusto Carlo passò all'esecuzione del suo memorabil disegno; perciocchè nel dì 6 del mese suddetto assiso in trono col re Filippo figlio alla destra, perchè re d'Inghilterra, e alla presenza delle due vedove sue sorelle, cioè di Leonora già regina di Francia, e di Maria già regina d'Ungheria, del duca di Savoia, dichiarato governator de' Paesi Bassi, e d'infinita nobiltà, fece un'ampia rinunzia di tutti i suoi regni al figlio, tanto del vecchio che del nuovo mondo. Non gli restò se non il titolo cesareo e l'amministrazione dell'imperio; ma, giunto al settembre, pensò ancora di deporre questo peso, e però inviò lo scettro e la corona imperiale a Ferdinando I re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, suo fratello, a lui rinunziando ogni suo diritto, con pregar nello stesso tempo gli elettori di approvar questa sua cessione. Non l'approvò già papa Paolo IV, con pretendere che senza sua espressa licenza non si potesse venire alla rinunzia di sì gran dignità; e sì forti lettere ne scrisse agli elettori, che solamente poi nel 1558 fu esso Ferdinando riconosciuto e proclamato da tutti imperadore. Questa durezza del papa fu attribuita al mal animo suo verso la casa di Austria, laddove altri la chiamavano un giusto zelo per sostenere l'antica autorità dei romani pontefici nell'elezion degli Augusti. Ma se Carlo Augusto non volea più quella dignità, avea senza fallo essa a cadere in chi era re de' Romani, e la morte civile di lui, in tal caso, operava ciò che la naturale. Pertanto verso il fine di settembre il magnanimo Carlo, non più re, non più imperadore, accompagnato dalle sorelle, passò per mare in Ispagna, dove tosto cominciò a conoscere il presente suo stato pel poco concorso de' grandi ad ossequiarlo, e per la difficoltà di riscuotere la pensione di cento mila scudi, ch'egli s'era riserbato. Poscia nel dì 24 di febbraio dell'anno seguente, giorno suo natalizio e propizio, entrò nel monistero di San Giusto dei monaci di san Girolamo, posto ne' confini della Castiglia e del Portogallo, non lungi da Piacenza, luogo delizioso da lui fabbricato e scelto gran tempo prima, con dar l'ultimo addio alle umane grandezze, affine di meditar le altre vere ed incomparabilmente maggiori che Dio fa sperare nell'altra vita ai suoi servi. Al suo servigio non ritenne se non dodici persone, impiegando poscia il tempo in orazioni, limosine ed altre opere di pietà.