Per la tregua suddetta gran festa si fece da' popoli cristiani, figurandosi ognuno di dover da lì innanzi respirare dai tanti passati guai; ma così non l'intendeva il papa, o, per dir meglio, i suoi nipoti, vogliosi troppo di romperla con gli odiati Spagnuoli. Secondo l'annalista pontifizio Rinaldi, nel dì 19 d'aprile espose il pontefice la risoluzion sua di spedire due cardinali legati, l'uno a Filippo re di Spagna e d'Inghilterra, e l'altro ad Arrigo II re di Francia, per trattar di pace. Che questo fosse un burlarsi del sacro collegio, i fatti lo dimostrarono. Imperciocchè, oltre all'aversi il papa avuto per male che senza di lui si fosse conchiusa quella tregua, il cardinal Caraffa, inviato in Francia, altro non operò che di spargere, invece di acqua, olio sul fuoco, incitando quella corte alla guerra, ad assistere al papa contro il regno di Napoli, con farne credere facile l'acquisto per la corona di Francia. Nè poco servi a maggiormente alterar l'animo del pontefice il parlar alto de ministri spagnuoli, e l'avere fra le altre cose il marchese di Sarria ambasciatore del re di Spagna forzata un giorno una porta di Roma per uscirne senza licenza dei dominanti Caraffi. Il perchè nel dì 27 di luglio il papa, siccome avvisato delle disposizioni del re Cristianissimo in suo favore, cominciò gli atti giudiciali contra del re di Spagna, per dichiararlo decaduto dal regno di Napoli, ossia per censi non pagati, ossia per insulti fatti o vicini a farsi contro dello Stato pontifizio dal duca d'Alva, il quale era passato a Napoli per cagion di questi rumori, con aver lasciato al governo di Milano il cardinal di Trento Madrucci, il giovane marchese di Pescara e Giam-Batista Castaldo, che andarono poi poco d'accordo. Non erano ignoti al re Filippo i maneggi del pontefice in Francia, e tanto più perchè il legato destinato per lui era anch'egli passato a Parigi; e già chiaramente ognuno scorgeva la disposizion de' Caraffi a non voler pace, ma guerra. Che con doppiezza camminasse la segreteria pontificia in questi negoziati, mostrando in pubblico brame di pace, e tutto il contrario nelle cifre segrete, bastantemente l'accenna il celebre cardinal Pallavicino [Pallavicino, Storia del Concilio di Trento.]. Per queste cagioni il re Filippo non perdè tempo ad assicurarsi con delle promesse e con dei benefizii di Cosimo duca di Firenze e di Ottavio Farnese duca di Parma. Infatti nel dì 15 di settembre rilasciò esso monarca al duca di Parma la città e il distretto di Piacenza, ritenendo solamente in sua mano la cittadella; e questo senza pregiudizio delle ragioni cesaree sopra quella città e sopra il Parmigiano. Restituì anche a lui la città di Novara, ma non il castello, e al cardinal Farnese le rendite dell'arcivescovato di Monreale in Sicilia. Lo strumento di tal cessione fu pubblicato nel 1727 dal senatore Cola [Cola, Apologia dei diritti imperiali su Parma e Piacenza.], ed insieme la convenzion segreta, per cui si dichiarava che il re concedeva in feudo essa Piacenza e parte del territorio di Parma al duca, con altre particolarità ed atti che quivi si possono leggere. Avendo perciò il duca Ottavio abbandonato il partito franzese, ed abbracciato lo spagnuolo, dal re di Francia fu chiamato il più ingrato uomo del mondo. Peggio ben fece il papa, che fulminò contra di lui molti monitorii, e tentò anche di torgli Castro, ma non potè.
Mandò poscia il re Cattolico ordine al duca d'Alva di procurare, se mai potea, d'indurre colle buone il pontefice Paolo alla pace; e, se no, di fargli guerra. Tentò indarno il vicerè di ammansare lo inferocito papa, da cui anche fu incarcerato Pietro Loffredo, mandato a lui per trattare d'accordo; e però diè di piglio all'armi, acciocchè si ottenesse col terrore ciò che non si potea in miglior forma conseguire. A ciò ancora fu consigliato dal riflesso di prevenir gli aiuti che altronde potesse il papa aspettare, oltre al vantaggio di far guerra piuttosto in casa altrui che nella propria. Raunato dunque a San Germano l'esercito suo composto di quattro mila Spagnuoli veterani, di otto mila Italiani, di trecento uomini d'arme, e di mille e ducento cavalli (altri scrivono meno), nel principio di settembre entrò nello Stato ecclesiastico, ed ebbe tosto Pontecorvo, Frosinone, Veroli, Alatri, Piperno, Terracina ed altri luoghi, prendendone il possesso a nome non giù del suo re, ma del papa futuro e del sacro collegio. Erano in Anagni ottocento fanti di guarnigione; appena cominciarono a mirar lo squarcio che faceano le artiglierie spagnuole nelle mura, che la notte del dì 15 di settembre si ritirarono per le montagne a Palliano, Tivoli e Roma. Presa nel dì seguente l'abbandonata città, fu messa a sacco. Così Valmontone, Palestrina e Segna volontariamente si arrenderono. In tanto Marcantonio Colonna con ottocento cavalli faceva scorrerie sino alle porte di Roma, città per la cui difesa avea Camillo Orsino già fatti molti ripari di bastioni, spianate ed altre fortificazioni; e il duca d'Urbino, benchè non più generale della Chiesa, avea spedito Aurelio Fregoso con mille e cinquecento fanti, e s'erano armati sei mila Romani sotto Alessandro Colonna, oltre all'avere il senato formata una compagnia di cento venti nobili per guardia della persona del papa. Colà ancora giunsero due mila Guasconi inviati dal re di Francia. Poscia i cittadini di Tivoli, non amando di essere assediati, si diedero al vicerè, in cui potere ancora vennero Vicovaro, Nettuno, Marino ed altri luoghi. Dopo tali acquisti, sopraggiunte le pioggie autunnali, diede il duca d'Alva alquanto di riposo alle affaticate milizie, per rinovare in questo tempo le pratiche della pace. Ma il papa neppur volea sentirsene parlare, se prima non erano restituiti i luoghi presi; e quanti cardinali s'interposero con buone maniere per fargli gustare il dolce della concordia, rimasero delusi nelle loro speranze; perchè se un progetto proposto piaceva in una ora, troppo da lì a poco dispiaceva. Prese dunque il vicerè la risoluzion di passare all'assedio di Ostia, o, per dir meglio, della rocca d'Ostia, poichè per conto di quella picciola città, albergo di soli pescatori, non potea essa fare difesa. Era quella rocca e castello una buona fortezza con soda muraglia, bastioni e terrapieni, fiancheggiata da due torri a tramontana e a mezzogiorno. Entro v'era Orazio dello Sbirro, valoroso giovane romano, che con poco più di cento fanti animosi tal resistenza fece, che, ripulsati più volte gli assalti dei nemici con grave lor danno, fu vicino a far ritirare il vicerè con confusione e vergogna. Pure essa rocca finalmente si rendè: il che servì poscia ad impedire il passaggio delle vettovaglie a Roma, non senza grave danno e lamento del popolo romano, il quale per la fame e per gli aggravii o accresciuti o inventati di nuovo dal pontefice per far danari, che asprissimamente si esigevano, e per gl'immensi danni recati ai lor beni in tanti luoghi, mormoravano forte, ma a mezza bocca, di questa guerra.
Per quanto poi si studiasse il duca d'Alva, dopo aver messe a' quartieri di inverno le sue truppe, di ridurre il pontefice a qualche onesto accordo, interponendovisi anche i ministri della repubblica veneta, e si abboccasse per questo eziandio col cardinal Caraffa (poichè questa guerra fatta era appunto, a udir gli Spagnuoli, per ottener la pace, e per questa speranza esso vicerè non aveva angustiata maggiormente Roma, come avrebbe potuto), il trovò sempre più cocciuto e più saldo d'una torre nel suo proponimento di guerra. E ciò perchè sedotto dall'una parte dai nipoti, ed animato dall'altra dai cardinali franzesi di Tornone e di Lorena, plenipotenziarii del re Arrigo, per mezzo de' quali fu conchiusa una lega nel dì 15 di settembre (seppur non fu in altro tempo), in cui si obbligò il re di difendere con mano forte il papa. Il Campana e il Summonte nella Storia di Napoli, rapportano i capitoli d'essa alleanza. Stentò il re non poco a prendere questo impegno per varie ragioni, e massimamente perchè troppo recente era la tregua col re di Spagna. Ma il papa gli levò di cuore gli scrupoli con assolverlo dal giuramento: laonde il re Arrigo, dopo aver fatto, senza alcun profitto, pregare il re Filippo di desistere dalle offese del papa, la cui oppressione egli non potea sofferire, diede ordine che il duca di Guisa si allestisse per passare il più presto possibile in Italia con un'armata in soccorso del pontefice. Tante preghiere ancora, promesse e minaccie adoperarono il papa e i Franzesi con Ercole II duca di Ferrara, pretendendolo obbligato a difendere il papa in questo stato di cose, ch'egli si lasciò avviluppare in questa lega col bell'onore di dover egli prendere il titolo di capitan generale, ed avere il comando di tutta l'armata gallo-pontifizia. Fu anche guerra in quest'anno ai confini della Marca coll'Abbruzzo, dove s'era portato don Antonio Caraffa marchese di Montebello con alcune fanterie per assicurar la città d'Ascoli. Don Francesco di Loffredo governatore di esso Abbruzzo fece una scorreria sullo Stato ecclesiastico sino ad Acquaviva; e, all'incontro, don Antonio prese Contraguerra, ma fu ben presto forzato a ritirarsi ad Ascoli, perchè il Loffredo ingrossato s'era mosso coll'artiglieria, minacciando fin la stessa città d'Ascoli. Intanto seguì fra il duca d'Alva e il cardinal Caraffa, creduto da molti simulatamente desideroso di concordia, una tregua di quaranta giorni, colla libertà del commercio per quel tempo; e questa affinchè si potessero comunicare al re di Spagna i progetti di pace dati per parte del papa, ossia del cardinale. Il principale articolo era, che si restituissero ai Colonnesi le lor terre e castella, e che, per reintegrare don Giovanni Caraffa della perdita di quegli Stati, gli si desse la città di Siena colle sue dipendenze: cambio e boccone che veramente sarebbe riuscito assai saporito al pontifizio nipote. Quando fosse vera la proposta di esso cambio (e per vera infatti vien essa creduta dagli storici, e asserita fin dallo stesso Rinaldi), questo era un far intendere anche ai meno accorti che la guerra non era per altro fatta e mantenuta dal papa, che per l'ingrandimento della propria casa. Fu biasimato per la tregua suddetta il Cardinal Caraffa, chiamato dal vescovo Belcaire uomo torbido e stolido, perchè lasciò spalancata la porta al duca d'Alva, ritirato a Napoli, di provvedere di vettovaglie e munizioni i luoghi conquistati: il che, durante il verno, non gli sarebbe riuscito, se fossero continuate le ostilità. Ma tornava in pro del cardinale questo ripiego, perchè dava tempo al duca di Guisa e all'esercito franzese di penetrare in Italia, ed egli intanto sperava di tirar altri principi nella lega pontificia. Venne a morte in quest'anno nel dì 2 di giugno Francesco Veniero doge di Venezia, che nel dì 14 d'esso mese ebbe per successore in quella dignità Lorenzo Priuli.
MDLVII
| Anno di | Cristo MDLVII. Indizione XV. |
| Paolo IV papa 3. | |
| Carlo V imperadore 39. |
Aveano nell'anno addietro, tanto il re di Francia, per mezzo del cardinal di Lorena, quanto il papa colla spedizione di Gian-Francesco Commendone, tentato d'indurre la repubblica veneta a collegarsi con loro contro degli Spagnuoli. Dalla parte ancora di Filippo re di Spagna una pari istanza aveano fatto Francesco Vargas e Marino Alonso. Altre ne fece ancora il duca d'Alva. Da cadaun d'essi quel saggio senato s'era sbrigato con gravi risposte, contenenti specialmente verso il sommo pontefice de' sentimenti filiali, ma in sostanza ripugnanti a prendere impegno veruno. Abbiam già veduto Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza attaccato agli Spagnuoli. Cosimo duca di Firenze, principe di somma prudenza e di cauta politica, se ne stava neutrale, conservando buona armonia e confidenza col papa, ma senza voler entrar nelle sue gare. E neppur egli lasciava di esortarlo alla pace, nel qual tempo si dava a conoscere il più unito agl'interessi del re di Spagna, per la speranza di cavargli di mano Siena, siccome gli venne fatto in quest'anno. Ora il cardinal Carlo Caraffa che assai presumeva della sua maestà ed abilità, si figurò facile il poter guadagnare il senato veneto, se in persona si portava a Venezia. Vi andò verso il Natale del precedente anno, e disse quanto seppe e volle di ragioni, per trarre que' prudenti senatori nella lega, appellata Santa per difesa del pontefice. Ebbe la disgrazia d'essere derisa in lor cuore la sua proposizione per vari motivi, e specialmente perchè ognun conosceva, esser egli dietro a valersi delle forze altrui solamente per procacciare un maggiore ingrandimento a sè stesso. Pertanto ricevè la risposta indorata da belle parole; trattar essi di pace, e nulla poter risolvere intorno alla lega, finchè non venivano risposte da Cesare e dal re di Spagna. Passò dipoi il legato a Ferrara, dove, nel dì 17 di gennaio di quest'anno, con solennità presentò a quel duca lo stocco e il cappello, insegne del grado di generale; e di là prese le poste per sollecitar le armi franzesi a calare in Italia. Far lo stesso doveano quattro mila Svizzeri assoldati dal papa. Anche il cardinal di Trento, trovandosi con poche forze nello Stato di Milano, aspettava di Germania otto mila fanti e ducento cavalli. Altri quattro mila Tedeschi e quattrocento uomini d'armi venivano al servigio di Cosimo duca di Firenze. A cagione di tanti barbari, chiamati e ben pagati, perchè venissero a divorar l'Italia, altro non si udiva che maledizioni de' popoli contro di chi era autore di quella guerra.
A tal risoluzione maggiormente ancora si animò il pontefice, perchè al duca di Palliano suo nipote, al maresciallo Strozzi, a Francesco Colonna e ad altri suoi capitani riuscì di ricuperar Genazzano, Volmontone, Frascati, Grottaferrata, Tivoli, Marino, Palestrina ed altre terre, e, quel che più importò, anche Ostia e Vicovaro. Sì prosperosi successi gonfiavano forte il cuore del papa e dei suoi nipoti, senza far caso dello sterminio che pativa in mezzo a quel fuoco tanto paese della Chiesa nel Lazio, ed anche nella Romagna, dove si era dolcemente riposata l'armata franzese. Promosse in questi tempi papa Paolo alla sacra porpora alcuni personaggi ben degni di essa, fra' quali mischiò ancora Alfonso Caraffa, figlio d'Antonio suo nipote. Non si sapeva accordare colla severità mostrata dal pontefice per rimettere la disciplina ecclesiastica, il crear cardinale ancor questo, quando ve n'erano due altri della stessa sua famiglia, e alzare a tanto onore un giovinetto di soli diecisette anni, con dargli appresso l'amministrazione eziandio della chiesa arcivescovile di Napoli. Più rumore ancora fece l'aver esso papa fatto comparire il disegno di procedere alle censure e alla privazion dei regni contra di Carlo V e di Filippo II, giacchè egli non riconosceva per imperadore Ferdinando I. Imperciocchè nel giovedì santo nella bolla in Coena Domini furono specialmente scomunicati da lui gli occupatori delle sue terre della Campagna e della Marittima, quantunque eminente per dignità eziandio imperiale, e tutti i consigliatori, fautori ed aderenti. Oltre a ciò nella messa papale del venerdì santo si lasciò la solita preghiera per l'imperadore. Attendeva intanto il vicerè duca d'Alva a provvedersi di danari, munizioni e vettovaglie; e fortificati i luoghi dell'Abbruzzo, per parere del vecchio don Ferrante Gonzaga, che si trovava allora nelle sue terre del regno di Napoli, cioè in Molfetta, determinò d'uscire anche egli in campagna per impedir gli avanzamenti a' nemici.
Restituitosi il duca di Guisa all'armata, quando Dio volle, proseguì il suo viaggio alla volta del fiume Tronto; ma nè per via, nè a' confini dell'Abbruzzo trovò quelle tante genti, artiglierie, vettovaglie ed intelligenze che magnificamente gli aveano fatto sperare i Caraffi. Contuttociò nel dì 15 d'aprile cominciò in quelle parti le ostilità. Nel giovedì santo fu preso e messo a ruba Campli colle più orride iniquità, affin di facilitar le imprese con questo primo terrore. Teramo si arrendè; e giacchè arrivarono per mare alquante artiglierie, nel dì 24 d'aprile fu impreso l'assedio di Civitella, terra, pel sito suo alto e circondato da tre parti da una valle, assai forte, alla cui guardia con presidio di mille fanti si trovavano don Carlo di Loffredo e il conte Sforza da Santafiora. Mirabil fu la difesa fatta da que' soldati, dai terrazzani, e fin dalle donne, animate dagli eccessi commessi in Campli da' Franzesi. In questo tempo comparve il duca d'Alva a Giulia-Nuova, dodici miglia da Civitella, menando seco tre mila fanti spagnuoli veterani, sei mila tedeschi, undici mila italiani e siciliani, mille e cinquecento cavalli leggieri, e settecento uomini d'armi. Bello esercito parea questo; ma, per esser la maggior parte composto di gente nuova ed inesperta, in cuore di cui non alloggiava peranche lo spirito dell'onore, nè la vergogna della fuga, il vicerè, capitano di buon discernimento e di gran cautela, era ben lontano dal tentare battaglia alcuna; se non che tolse ai Franzesi Giulia-Nuova, e barbaramente la lasciò saccheggiare ai soldati. Tale operazione, ciò non ostante, fece questo suo avvicinamento al campo franzese, che il duca di Guisa, considerando non potersi espugnare Civitella senza gran mortalità di gente, nel dì 15 di maggio si levò da quell'assedio, riducendosi sull'Ascolano, e poscia sul territorio di Macerata, dove attese a ristorare l'esercito sì faticato in nulla conseguire. Ma non succedè questa ritirata senza un precedente grave sconcerto; perchè, dopo avere il Guisa fatte più volte gravi querele con don Antonio Caraffa marchese di Montebello, perchè mancavano le genti, le munizioni e le paghe promesse dal papa, e neppur una delle tante decantate rivoluzioni del regno di Napoli s'era udita finora; un giorno si riscaldò cotanto in simili doglianze, che il marchese, perduta la pazienza, gli rispose per le rime, e il duca gli gittò sul volto una salvietta. Per tale affronto se ne andò il Caraffa a Roma a dolersi dell'alterigia ed insolenza de' Franzesi; ma bisognò che papa Paolo di lui zio, troppo bisognoso del loro aiuto, tutto inghiottisse. Rinforzato intanto il duca d'Alva da sei mila Tedeschi, condotti dalla flotta del Doria, spedì Marcantonio Colonna con tre mila di essi nel Lazio. La terra di Valmontone da lui presa andò a sacco, e restò anche preda delle fiamme. Provò lo stesso infortunio Palestrina, preservata nondimeno dal fuoco. Passò dipoi il Colonna, accresciuto di gente, sotto Palliano, dianzi ben fortificato dai Caraffi; e perchè il marchese di Montebello, e Giulio Orsino con tutte le milizie ecclesiastiche sì italiane che svizzere, andarono in soccorso di quella nobil terra o città, si venne ad un fatto d'armi, in cui rimasero sconfitti i papalini, ferito e prigione lo stesso Orsino.
Facevasi intanto guerra anche in Piemonte, dove il maresciallo di Brisac, uscito in campagna con otto mila fanti e mille e cinquecento cavalli, prese e spianò Valfenera; e di là poi portatosi a Cuneo, ne imprese l'assedio. Vi trovò quattrocento cinquanta fanti e i terrazzani, gente valorosa ed affezionata al duca di Savoia, tutti ben accinti alla difesa; e però vi alzò tre forti per impedir loro il soccorso, e non lasciò di far giuocare le artiglierie. Ma venuto il giovane marchese di Pescara a Fossano, ebbe maniera di spignere colà gente e munizioni. In questi tempi anche il duca di Ferrara fece guerra a Correggio e a Guastalla poco prima comperata da don Ferrante Gonzaga, che la tramandò ai suoi posteri. Nè stette in ozio Cosimo duca di Firenze. Avea egli intese le proposizioni di cedere Siena ai Caraffi: cosa che gli trafisse il cuore, perchè da tanto tempo faceva egli l'amore a quello Stato, e tanti tesori avea speso per cacciarne a questo fine i Franzesi. Non lasciò indietro parole e mezzi per dissuadere da tal contratto il re Filippo II; e poscia, facendo sotto mano palesi i vantaggi che a lui profferivano i Franzesi per tirarlo seco in lega, tanto s'ingegnò, che indusse il re a cedere a lui quella città con tutte le sue dipendenze, ancorchè parte di esse tuttavia restasse in poter de' Franzesi. Lo strumento, stipulato nel mese di luglio di quest'anno, vien rapportato dal Du-Mont [Du-Mont, Corp. Diplomat.], da cui apparisce che gli Spagnuoli riservarono in lor dominio Orbitello, Portercole, Telamone, Monte-Argentario e Porto di Santo Stefano. Parte dell'Elba fu restituita all'Appiano signore di Piombino, restando al duca Porto Ferraio con due miglia di contorno. Obbligossi il duca a varii capitoli in favore del re di Spagna. Venne con ciò fatto un bell'accrescimento alla potenza del duca di Firenze. Cagion poscia fu la nuova di tale accordo che il duca di Guisa, temendo delle novità dalla parte del duca Cosimo, non volle più tornare in Abbruzzo, e neppur passare a Roma, dove con premura era chiamato dal papa, senza ricevere nuovi ordini dalla corte di Francia. E contuttochè le genti del duca d'Alva entrassero nell'Ascolano, altro egli non fece che presidiar quella città: il che rendè inutile ogni altro tentativo degli Spagnuoli. Ma nel Lazio avvennero intanto altre azioni di guerra. Marcantonio Colonna, per maggiormente strignere Palliano, andò all'assedio di Segna; nel qual tempo al barone di Feltz riuscì di acquistare la rocca di Massimo, fortezza inespugnabile, perchè troppa fu la paura ch'ei fece a Giovanni Orsino, signor di essa, con cannoni di legno condotti in sito superiore alla rocca, e minaccianti ad essa la total rovina. L'infelice città di Segna presa fu dagli arrabbiati Spagnuoli e Tedeschi, avidi della preda, e quivi commesse le più orride iniquità, solite ad accompagnare i saccheggi; e non finì quella tragedia, che la misera terra fu anche data alle fiamme.