Racconta qui il Sardi contemporaneo Ferrarese una particolarità, di cui non ho trovata menzione presso altri scrittori. Cioè, che venne a Ponza e Palmirola l'armata navale franzese col principe di Salerno, per unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee. Che su questa ultima era il signor della Vigna, il quale, per parte de' Caraffi invitava quegl'infedeli a portar la guerra nel regno di Napoli, per divertire le forze del duca d'Alva. Ma altro non fecero i Musulmani, che saccheggiare ed abbruciare Cariati nel golfo di Taranto e Turrana: il che fatto, con quanti cristiani schiavi poterono menar seco, se ne tornarono in Levante, lasciando deluso il principe di Salerno, il quale andò poscia a morire miseramente in Francia, degno di tal fine per la sua smisurata dissolutezza ed ambizione. Tornò intanto di Francia il maresciallo Strozzi con ordine al duca di Guisa di assistere al pontefice, ed egli perciò passò colle sue genti a Tivoli. Trasse anche il duca d'Alva colle sue in quelle parti, ed unitosi con Marcantonio Colonna, seco disegnò di tentare l'acquisto di Roma. V'ha chi crede ch'egli dicesse daddovero, e sperasse anche di buona riuscita, dopo aver dato giuramento ai capitani di astenersi da ogni molestia dei Romani: cosa facile ad essere promessa, ma troppo difficile, per non dire impossibile, ad essere mantenuta dall'avidità de' soldati. Vogliono altri che il tentativo suo solamente tendesse ad intimidire l'ostinato pontefice per ridurlo alla pace: cosa desiderata più dal re Cattolico Filippo II per varii riguardi, che dal medesimo papa Paolo IV. Quello ch'è fuor di dubbio, nella notte del dì 26 d'agosto con iscale preparate si presentò il duca d'Alva alla porta di San Sebastiano. Ma avendo il cardinal Caraffa avvisato di questo movimento dal cardinal di Santafiora, ben guernite di soldati le mura di Roma, senza che i Romani ne avessero notizia, perchè di loro non si fidava, e spinti anche fuori alcuni cavalli a scaramucciare, fece conoscere al duca scoperti i di lui disegni; perlochè questi si ritirò tornando a strignere Palliano.
In tale stato si trovavano le cose in Italia, quando giunsero a Roma le nuove funeste della guerra dei Franzesi cogli Spagnuoli ne' Paesi Bassi. Era questa apertamente stata dichiarata nel mese di giugno, essendo entrata in lega col re Cattolico anche l'Inghilterra; e tenutosi un gran consiglio dai capitani del re Filippo, in esso prevalse il parere di don Ferrante Gonzaga, il qual poscia nel dì 15 di novembre dell'anno presente terminò i suoi giorni in Brusselles. Ebbe questo principe la gloria d'essere compianto fin dagli emuli suoi, e molto più dal re Cattolico, per avere perduto in lui un valorosissimo capitano, e sempre fedele, non ostante le tante calunnie inventate contra di lui. Fu dunque risoluto di formar l'assedio di San Quintino, fortezza importante e di difficilissimo acquisto. Emmanuel Filiberto, valoroso duca di Savoia, e capitan generale dell'armata spagnuola, consistente in circa trentasette mila bravi combattenti, nel dì 3 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella forte terra, e tosto si applicò a fare i dovuti trinceramenti. Per soccorrerla giunse nel dì 10 del suddetto mese con un'armata di ventitrè mila persone il contestabile di Francia Anna di Memoransì. Allora fu che si venne ad un fatto d'armi, in cui urtati e rovesciati i Franzesi dalla forte cavalleria de' Tedeschi e Spagnuoli, andarono totalmente in rotta. Memorabile al maggior segno fu quella vittoria, perciocchè poco costò agli Spagnuoli; all'incontro, secondo alcuni, vi perirono quasi sei mila Franzesi, e rimasero prigioni lo stesso contestabile col figlio, i duchi di Mompensiero e di Longavilla ed altri gran signori, circa due mila gentiluomini e quattro mila soldati. Dopo questa insigne vittoria fu maggiormente stretto e bersagliato San Quintino, alla cui difesa non mancò di far molte prodezze Gasparo di Colignì ammiraglio di Francia. Lo stesso re Cattolico si portò a quell'assedio, e andò a finire la scena nella presa e nel saccheggio d'essa piazza. Di sì buon vento fu creduto che non sapessero profittare l'armi del re Cattolico, essendo bastato loro di prendere il Castelletto, Han, Noione, Scevì ed altri luoghi di poco momento. Ora per questa grave percossa trovandosi il re Arrigo II in non lievi angustie, giudicò necessario il ritorno in Francia del duca di Guisa colle soldatesche di suo comando; e l'ordine a lui ne fu spedito.
A confondere intanto i disegni ambiziosi de' Caraffi, e i pensieri mondani di papa Paolo, s'erano aggruppate molte disavventure, cioè la ritirata del Guisa da Civitella, il sacco di Segna, e il pericolo che Roma venisse saccheggiata. Vi si aggiunse, che gli stessi difensori di Roma tuttodì commettevano ladronecci, rapine ed insolenze contro le donne. Fra coloro si contavano anche degli eretici che spogliavano altari e cose sante. Venne inoltre a scoprirsi, avere i Romani tenuto consiglio di trattar d'oneste condizioni col duca d'Alva, s'egli fosse ritornato sotto Roma. Contra d'essi per questo proruppe il papa in ingiuriose parole, e vide oramai traballate le macchine bellicose de' suoi nipoti. Arrivò in questo frangente il duca di Guisa a Roma, e presentatosi alla santità sua coll'ordine a lui venuto di Francia, il consigliò di pace. Per quanto avessero finora fatto i saggi Veneziani e Cosimo duca di Firenze per indurlo a pacificarsi, nulla aveano potuto ottenere. Ora trovandolo i lor ministri, e con esso loro i più zelanti cardinali, in miglior positura, tanto dissero, che cominciò daddovero a smuoversi. Questo appunto era quello che sospirava Filippo II re di Spagna, ed anche il duca d'Alva, e però condiscese ad accordare al pontefice una capitolazione sì onorevole alla di lui dignità, che molti se ne stupirono. Abboccatisi adunque col suddetto duca d'Alva i cardinali Santafiora e Vitelli in Cavi, tra Genazzano e Palestrina, nel dì 14 di settembre sottoscrissero l'accordo, con rinunziare il papa ad ogni lega contro il re Cattolico, e con perdonare a chiunque avesse prese le armi contro la Chiesa. Palliano restò in deposito per sei mesi, da restituirsi a Marcantonio Colonna, dappoichè il conte di Montorio Caraffa fosse ricompensato dal re di Spagna, con varii altri patti che a me non occorre di rapportare, alcuni de' quali ancora furono tenuti occulti al pubblico, ma non già al pontefice, come alcuni si fecero a credere. Il più bello fu che in tal concordia non fu compreso Ercole II duca di Ferrara, con esempio ai posteri di quel che non rare volte succede a' principi minori nel volersi collegare coi maggiori. Intanto il duca di Guisa, imbarcate le sue fanterie, le spedì per mare in Provenza. Lasciò ire la cavalleria sbandata per varie vie alla volta della Francia, senza volere valersi di un articolo della capitolazione, per cui gli era lecito di condurre liberamente le sue genti per gli Stati del re cattolico. Il duca d'Alva andò poscia a Roma a render pubblicamente ubbidienza al papa.
E tale esito ebbe la guerra sconsigliatamente mossa da esso pontefice al re di Spagna, benchè, secondo le apparenze, non da lui, ma dagli Spagnuoli fosse inferita, con avere impiegati tanti tesori della Chiesa per impinguare i nipoti suoi: guerra, per cui furono imposti assaissimi aggravii allo Stato ecclesiastico, e che, oltre all'essere costata tanto sangue, saccheggi, incendii, violenze e desolazioni alle terre papali, si tirò dietro anche la rottura fra i re di Spagna, d'Inghilterra e di Francia. Nè questo solo flagello toccò al ducato romano nell'anno presente. Nel giorno seguente alla pace suddetta, cioè nel giorno 15 di settembre, per le dirotte pioggie cadute ai monti, sì fieramente s'ingrossò il Tevere, che allagò la maggior parte di Roma ad un'altezza tale, che d'una simile non si ricordavano i Romani di allora. Atterrò l'empito delle acque due ponti, la chiesa di San Bartolomeo nell'isola, moltissime case, mulini ed altri edifizii, con perdita di molte persone e bestiami, ed immenso danno di merci, fieni, grani, vini ed altri commestibili, e con restar tutti i sotterranei pieni di belletta. Da una pari disavventura fu afflitta anche Firenze con altri luoghi di Toscana per la sfoggiata escrescenza dell'Arno, che si trasse dietro i ponti di Santa Trinita, della Carraia e Rubaconte; e quivi cagionò parimente i mali sopraddescritti. Anche in Palermo un fiumicello a cagion delle pioggie, continuate per sette giorni, sì rigoglioso calò dal monte, che rovinò assaissimi edifizii, affogando oltre a sette mila persone. Scrivo ciò coll'autorità del Sardi allora vivente; ma forse la fama ingrandì per viaggio il numero dei morti. Era intanto restato solo Ercole II duca di Ferrara, cioè abbandonato affatto dal papa, e poco meno dai Franzesi stessi, ed esposto all'ira del re Cattolico, il quale non tardò a far muovere Ottavio duca di Parma contra di lui, rinforzato a questo effetto da milizie speditegli da Cosimo duca di Firenze e da Giovanni Figheroa vicegovernator di Milano, a cagion della discordia nata fra il cardinal di Trento e Giambatista Castaldo. Sul principio d'ottobre, uscito in campagna il Farnese, s'impadronì di Montecchio, Sanpolo, Varano, Canossa e Scandiano. Le genti del duca di Ferrara anch'esse cominciarono le ostilità con delle scorrerie sino alle porte di Parma. Sopravvenne il verno, che fece star quiete le armi; per altro il duca di Parma per varii riguardi, e specialmente perchè non correano le paghe, poco inclinato si sentiva a questo ballo. Meno ancora v'era portato l'Estense, che nello stesso tempo per mezzo de' Veneziani e del duca Cosimo avea de' maneggi in campo per ricuperar la grazia del re Cattolico.
MDLVIII
| Anno di | Cristo MDLVIII. Indizione I. |
| Paolo IV papa 4. | |
| Ferdinando I imperadore 1. |
Conosceva il pontefice Paolo quanto convenevole fosse al sacro paterno suo grado procurar la pace fra i potentati, cristiani, e tanto più avendola egli stesso riaccesa fra loro. Il perchè aveva già, verso il fine del precedente anno, inviato in Francia legato il cardinal Trivulzio e il cardinal Carlo Caraffa suo nipote al re Cattolico, dimorante tuttavia in Brusselles. Questa si può credere che fosse la vera e pura intenzione del pontefice; ma non meno a lui, e forse più al cardinal nipote premeva l'ottenere dal re Filippo una magnifica ricompensa di Stati al conte di Montorio suo fratello per la cession di Palliano e delle altre terre colonnesi, che si dovea fare a Marcantonio Colonna. Il re Cattolico, tuttochè internamente odiasse quel bizzarro cardinale, considerato da lui per un mal arnese della corte di Roma, pure, da quell'accorto signore ch'era, il ricevette con istraordinarie finezze. Della pace poco si trattò, perchè troppo alterati erano gli animi di quei regnanti, ed anche il Trivulzio trovò il re Cristianissimo alieno da ogni concordia. Contribuì ancora assaissimo a maggiormente accendere alla guerra i due emuli monarchi un avvenimento, che quanto inaspettato, tanto più riempie di maraviglia il pubblico. Erano ducento anni che gl'Inglesi possedeano di qua dal mare la città di Cales in Piccardia, luogo di somma importanza per la loro nazione. Non era ignoto alla corte di Francia che poca guardia vi si faceva, e meglio ancora se ne chiarirono, perchè il maresciallo Pietro Strozzi, il quale ne proponeva l'acquisto, andò in persona travestito da villano in quella città, vi scandagliò le fortificazioni, e riconobbe la facilità dell'impresa, per non esservi dentro che secento fanti avviliti nell'ozio ed assuefatti più ai lor proprii comodi che alle fazioni militari. Risoluta dunque nel consiglio del re Cristianissimo quell'impresa, e destinatone direttore il duca di Guisa, dopo aver prese varie precauzioni per occultar questo disegno, in tempo che gli Spagnuoli erano qua e là divisi ai quartieri d'inverno, il duca nel dì primo di gennaio con un buon esercito si presentò sotto Cales, e tosto cominciò a battere colle artiglierie le torri e fortezze del porto, e le costrinse alla resa. Quindi si diede a bersagliar la città, riponendo le maggiori speranze nella sollecitudine, prima che gli Spagnuoli e gl'Inglesi potessero tentarne il soccorso. Con tal felicità venne condotto quest'assedio, che ne fu capitolata la resa. Nel dì 8 oppur 9 del mese suddetto v'entrò il duca di Guisa trionfante, con aver il piacere di trovar quivi circa trecento pezzi d'artiglierie, munizioni e vettovaglie in somma copia. Passò egli dipoi nel dì 13 sotto Guines, fortezza dieci miglia lontana da Cales, e di questa parimente colla forza s'impadronì.
Trovavansi prima in gran costernazione per la rotta e perdita di San Quintino gli affari de' Franzesi. Questo felice avvenimento li rincorò tutti, e mosse i popoli ad assistere al re con grossi sussidii pel proseguimento della guerra; siccome, all'incontro, cagionò dei fieri sintomi in cuore del re Cattolico e della nazione inglese, la quale restò da lì innanzi priva di sì importante luogo. Avendo poi atteso il re di Francia Arrigo II a rinforzarsi di gente, spedì nel giugno seguente il duca di Guisa all'assedio di Teonvilla, che fu anche essa forzata a rendersi, con aver ivi lasciata la vita per una ferita nel petto Pietro Strozzi Fiorentino, maresciallo di Francia, degno d'essere paragonato co' più valorosi ed insigni capitani del suo tempo, ma sfortunato nelle imprese di Toscana. Ho dovuto far menzione di tali stranieri successi, poichè da essi presero regola anche gli affari d'Italia. Risvegliossi di nuovo la guerra sul principio dell'anno fra il duca di Ferrara Ercole II ed Ottavio Farnese duca di Parma. Donno Alfonso d'Este, primogenito del primo, si fece più volte vedere alle porte di Parma, ripigliò Sanpolo e Canossa; costrinse alla resa la fortezza di Guardasone, e tolse ai Correggieschi Rossena e Rossenella. Fu poi ricuperato Guardasone dal Farnese, dappoichè gli venne aiuto di gente da Milano, e danaro da Firenze. Mirava intanto l'avveduto duca Cosimo questo picciolo incendio, che poteva divenir maggiore, e costava a lui non poco, senza profitto alcuno. Gli dava ancora assaissimo da pensare l'avere il re Cristianissimo dato il governo di quante terre restavano alla corona di Francia nel Sanese a don Francesco d'Este fratello del duca di Ferrara, il quale, passato a Roma, cercava d'imbarcare in nuovi imbrogli i nipoti del papa, mal soddisfatti del re Cattolico. Però con più premura che mai si adoperò alla corte del re Filippo II, affinchè ricevesse in grazia il duca estense, e si mettesse fine a quella turbolenza. Ora il re, che mirava a prosperare a vista di occhio le cose de' Franzesi, temeva in Italia de' Turchi, come diremo, e dubitava sempre de' cervelli inquieti dei Caraffi, nel dì 22 d'aprile approvò la concordia dianzi abbozzata dal duca di Firenze, concedendo onorevoli condizioni al duca di Ferrara, il quale rinunziò alla lega franzese, e fu accettato sotto la protezione del re Cattolico. Restituiti i luoghi presi, tornò anche la buona armonia fra esso duca di Ferrara ed Ottavio Farnese; e maggiormente questa si strinse fra l'Estense e il duca Cosimo per le nozze allora conchiuse di Lucrezia de Medici figlia d'esso Cosimo, e di donno Alfonso, principe ereditario di Ferrara.
Qualche movimento d'armi fu ancora in Piemonte, perchè mandato al governo di Milano Ferdinando di Cordova duca di Sessa, verso la metà d'agosto liberò Cuneo e Fossano, che si trovavano in certo modo bloccati dai Franzesi; prese dipoi Centale e Moncalvo, e ristrinse non poco le guernigioni nemiche di Casale e Valenza. Ma ciò che maggiore strepito fece in Italia, fu il ritorno anche in quest'anno dell'armata navale turchesca ne' mari dell'Italia ad istanza dei Franzesi. Era composta di centoventi galee, e veniva con ordini del gran signore per unirsi colla franzese a' danni delle terre del re Cattolico. Di molti regali e danari costava al re di Francia il far muovere quegl'infedeli. Nè occorre più ricordare, se per tale alleanza ed attentato fosse in abbominazione e maledizione presso gl'Italiani il nome franzese. Giunti que' Barbari a Reggio di Calabria, lo presero di nuovo ed arsero. Di là venuti al golfo di Salerno, la notte precedente al dì 13 di giugno misero gente a terra, entrarono nella terra di Massa, e rastellarono su da cinque in sei mila anime cristiane. Ebbero per tradimento di un moro schiavo, e senza contrasto, la città di Sorrento, dove commisero ogni immaginabile iniquità. Salvossi una sola monaca, passando per mezzo a loro col tabernacolo del santissimo Sacramento. Poichè per le altre coste del regno di Napoli stavano all'erta i popoli, e facevano buone guardie, passarono i Turchi in Corsica, e poscia ad Antibo, dove uniti colle galee di Francia, si credeva che farebbono l'assedio di Nizza o di Savona; ma nulla di ciò seguì a cagion dell'alterigia franzese, che non sapeva accordarsi colla maggiore de' Turchi. Sciolsero poi le vele costoro verso Minorica, dove fecero dei gran mali, con tornarsene finalmente in Levante carichi di preda e di schiavi. Torniamo ora ancor noi al cardinal Carlo Caraffa, che in Brusselles trattava di una ricompensa al fratello conte di Montorio per la cession di Palliano. Fece il re offerire a lui una pensione annua di dodici mila ducati sopra l'arcivescovato di Toledo, ed otto mila di naturalezza in Ispagna. Esibì ancora pel fratello il ducato di Rossano, la cui rendita ascendeva a quindici mila ducati. Ma al borioso cardinale, e al gran merito ch'egli s'era certamente fatto alla corte di Spagna, troppo poco parea. E siccome egli s'era invogliato dell'insigne ducato di Bari, ultimamente vacato per la morte di Bona Sforza già regina di Polonia, nè poteva spuntarla, facendo il corrucciato, si ritirò fuori di Brusselles. Tante dolci parole nondimeno e larghe promesse adoperò poscia il re, che questo porporato contento, nel dì 12 di marzo, prese le poste alla volta di Roma, per rompersi il capo coi ministri del re in Italia, i quali andarono tanto temporeggiando, che la morte del papa li liberò da qualsivoglia impegno.