Si ultimò in quest'anno affatto l'affare della succession nell'imperio, avendo l'Augusto Carlo V fatta nel dì 24 di febbraio una piena rinunzia di tutti i suoi diritti sopra la dignità cesarea al re Ferdinando suo fratello. Fu questa portata dal principe d'Oranges alla dieta degli elettori, i quali perciò nel dì 12, o 13 di marzo in Francoforte riconobbero per legittimo imperadore esso Ferdinando. Nè tardò egli a spedire a Roma Martino Gusmano per rendere ubbidienza, come tale, al pontefice. Fece anche in questa congiuntura papa Paolo conoscere qual fosse l'animo suo verso la casa d'Austria. Non volle ammettere quell'ambasciatore, e rifiutò parimente Giovanni Figheroa, che allora governava Milano, speditogli dal re Filippo in favore dell'Augusto zio. In una parola, finchè visse, non seppe mai indursi questo pontefice a riconoscere Ferdinando per imperadore, non senza scandalo della Cristianità. Infierì la morte in quest'anno sopra le teste coronate. Imperciocchè nel febbraio o marzo mancò di vita Isabella sorella di Carlo imperadore, stata regina di Portogallo, e poi di Francia. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 21 di settembre il suddetto imperador Carlo V, dopo aver fatte celebrar le sue esequie negli ultimi giorni di sua vita nel monastero del suo ritiro in Ispagna: principe de' più gloriosi che abbiano maneggiato lo scettro imperiale. Gli elogi fatti da tanti scrittori alla di lui religione e pietà, alla sua gran mente, alla sua clemenza e giustizia, e alle grandi sue imprese, esentano me dal dirne di più. Gli opposero i nemici suoi la taccia dell'ambizione, ma per coprire la propria. Qualche trascorso contro la continenza si potè osservare in lui, ma fu breve, nè portato in trionfo, come si è veduto di tanti altri monarchi: se non che bella figura sempre fece nel mondo Margherita sua figlia, duchessa di Firenze, e poi di Parma. Per altro niun si sarebbe avveduto che a lui dovesse i suoi natali anche un fanciullo di dodici anni, paggio allora del re Filippo, se lo stesso imperadore prima di morire non l'avesse rivelato per raccomandarlo ad esso re di Spagna. Fu questi don Giovanni d'Austria, che si mostrò poi ben degno di sì gran padre; e checchè dicano alcuni nato di Leonora di Plombes, non si seppe mai con certezza la madre di lui, volendo altri che nascesse in corte da persona non solo nobile, ma di alto affare e nobilissima, la quale non lasciò vedere il suo volto alla mammana nel partorirlo. Però de' suoi natali esso don Giovanni in varie occasioni si gloriò anche per conto della madre.
Tenne dietro a questo immortal monarca nel dì 17 di novembre Maria regina cattolica d'Inghilterra, e moglie di Filippo II re di Spagna, dopo una lunga idropisia: principessa di sempre veneranda memoria per la sua rara pietà, e per aver fatto trionfare la religion cattolica in quel regno, ad onta delle tante rivoluzioni succedute sotto l'empio e crudele suo padre Arrigo VIII. Trovavasi in questo tempo gravemente malato anche il cardinal Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, gran sostegno della religion suddetta in Inghilterra, personaggio dei più illustri nella Chiesa di Dio per la sua pietà, gravità, eloquenza e letteratura. Non vi fu allora, nè oggidì ci è chi non riconosca per una delle inescusabili storture di Paolo IV l'odio ch'egli portò ad un porporato di tanto merito ed integrità, e le vane accuse formate contra di lui. Non potè contenersi lo stesso Polo dal comporre la sua apologia, benchè poi con grandezza d'animo la bruciasse o sopprimesse. La morte della regina e di questo arcivescovo si tirò dietro poco appresso la total rovina della religion cattolica in Inghilterra, per essere succeduta in quel trono, non già Maria Stuarda regina di Scozia, maritata in quest'anno con Francesco delfino di Francia, ma Elisabetta sorella di essa regina Maria, e figlia d'Anna Bolena, siccome diremo fra poco. Conviene ancora accennare per concatenazion della storia, che continuò la guerra in Piccardia fra i Franzesi e gli Spagnuoli. Cadde in pensiero al signor di Termes, comandante di Cales pel re di Francia, di occupar Gravelinga, per notizie avute che era sprovveduta. Con un corpo dunque di dieci mila fanti e di due mila cavalli prima s'impadronì di Berges, picciola terra, dove nondimeno fu fatto un gran bottino. Poscia si presentò sotto Doncherche, e in quattro giorni vi mise dentro il piede, lasciando la briglia ai soldati, cadaun de' quali divenne ricco in quel sacco. Avvicinossi poi Termes a Gravelinga; quando eccoti comparire il conte d'Agamonte, spedito da Manuel-Filiberto duca di Savoia e governator dei Paesi Bassi, con un corpo di gente superiore ai Franzesi. Era di luglio, e si venne ad un fatto d'armi, in cui talmente furono sconfitti i Franzesi, che la maggior parte vi rimasero trucidati o prigioni. Fra gli ultimi si contò lo stesso Termes con altri nobili di sua nazione. Questa vittoria, e l'avere gli Spagnuoli ricuperato Doncherche, con istrage del presidio franzese, rendè più docile Arrigo II re di Francia ad ascoltar proposizioni di pace. Se ne trattò lungamente, e ne era ansiosissimo il re di Spagna Filippo II, per le mutazioni che già prevedeva dell'Inghilterra. Ma perchè maniera non appariva di poterla conchiudere, nel dì 17 d'ottobre si fece una tregua e sospension d'armi, che poi fu promulgata per tutto il gennaio dell'anno seguente. Ribellossi in quest'anno il popolo del Finale ad Alfonso marchese del Carretto suo signore, pretendendo ch'egli tirannicamente li governasse. Vi accorsero tosto i Genovesi, che forse segretamente aveano eccitato lo stesso incendio, e fecero depositare in mano di Andrea Doria quel marchesato. Riuscì poi loro d'indurre esso marchese a certe convenzioni; ma pentito poi egli del concordato, e pretendendolo nullo, introdusse la causa nel consiglio imperiale antico siccome accenneremo all'anno 1561.
MDLIX
| Anno di | Cristo MDLIX. Indizione II. |
| Paolo IV papa 5. | |
| Pio IV papa 1. | |
| Ferdinando I imperadore 2. |
Potentissimo era in Inghilterra il partito de' cattolici, ed Elisabetta, per salire sul trono, avea incontrate delle difficoltà, ed altre ne prevedeva a dovervisi mantenere, perchè il re di Francia Arrigo II sosteneva i diritti di Maria Stuarda sua nuora, e il re di Spagna Filippo II vi aveva anch'egli non pochi interessi, con aver fatto proporre indarno l'accasamento di essa Elisabetta col duca di Savoia. Però la scaltra principessa, affine di assodarsi nel dominio, non tardò di ricorrere all'autorità di papa Paolo IV, esibendogli ubbidienza per mezzo di Edoardo Carno, ambasciatore in Roma della regina Mariaa sua sorella defunta. La risposta del papa fu alta, con dire che il regno d'Inghilterra era feudo della Chiesa romana, e che Elisabetta per essere spuria, e trovarsi altri legittimi pretendenti a quel regno, non avea senza l'assenso della Sede apostolica dovuto assumere quel governo. Pertanto, che ella si rimettesse all'arbitrio del sommo pontefice, il quale da buon padre avrebbe fatto giustizia. Fu cagione questa dura ed inaspettata risposta che Elisabetta, considerando qual pericolo a lei soprastasse in aderendo al papa, si precipitasse nel partito degli eretici, stabilisse in Inghilterra lo scisma della Chiesa cattolica, e si desse poi a perseguitare i seguaci della Chiesa romana. Però non c'è volta che io rifletta a questo lagrimevole avvenimento, che non mi senta venir freddo, sembrandomi pure, siccome ad altri sembrò, che se allora nella cattedra di San Pietro fosse seduto un pontefice più prudente, più discreto, più amorevole, da cui si fosse accolta con buon cuore l'offerta d'Elisabetta, come portava il bisogno della religione, al cui solo vantaggio dovea mirare un pontefice romano, senza entrare in dispute degli altrui o de' proprii terreni diritti, si sarebbe verisimilmente conservata la fede cattolica fra gl'Inglesi, nè avrebbe la vera Chiesa di Dio perduto un sì florido regno. Quello certamente non era il tempo da sfoderar pretensioni rancide, e da voler fare il distributore di regni, perchè troppa mutazione era seguita per conto dell'autorità esercitata ne' secoli addietro dai romani pontefici, e massimamente dappoichè Elisabetta avea, dal consenso de' popoli, ricevuta quella corona. E si ha un bel dire che quella principessa si finse cattolica in addietro, e portò seco l'eresia sul trono. Per cattolica a buon conto ella si facea credere, e tale forse la credette la regina Maria, che più degli altri era obbligata a saperlo; e la stessa Elisabetta si fece coronare da un vescovo cattolico, e non da' luterani o calvinisti, e sul principio professò la religion cattolica. In ogni caso, quand'anche ella avesse dipoi volte le spalle al cattolicismo, se il papa sulle prime avesse fatto il possibile per guadagnarla, e trattenerla dal gittarsi in braccio ai nemici della Chiesa romana, si sarebbe rovesciata tutta sopra di lei la colpa, e non già sopra un pontefice che dal canto suo nulla avesse tralasciato per salvarla da sì deplorabil eccesso. Ma il male è fatto, e noi non abbiamo che da adorare i sempre giusti giudizii di Dio, ancorchè non ne sappiamo intendere le occulte cifre.
Nel gennaio del presente anno fece papa Paolo una gagliarda risoluzione, per cui si acquistò gran credito presso tutti i saggi. Per tanto tempo in addietro niuno avea osato di parlargli francamente in male de' suoi nipoti, nè di scoprirgli la lor prepotenza, e gl'inganni da loro usati colla santità sua, che certamente furono creduti non pochi. S'ha da eccettuare il duca di Guisa che prima di partirsi da Roma gliene avea fatto un bel ritratto, ma nulla giovò. Volendo un altro dì il cardinal Pacieco scusare un fallo del cardinal del Monte, il papa, alzando la voce, gridò: Riforma, riforma. Al che rispose il Pacieco: Molto bene riforma, padre santo; ma questa dovrebbe cominciare da noi. Tacque il pontefice, e riflettendo su quel noi, si avvisò ch'egli avesse voluto ferire i nipoti suoi; ma non per questo ne profittò. Credesi che l'ultima mano venisse dall'ambasciator di Firenze, che, interrogato dal papa perchè sì di rado venisse all'udienza, francamente rispose, provenir ciò dai suoi nipoti, che gli serravano la porta in faccia, se prima non ispiegava loro le commissioni del principe suo. Ossia per questo, oppure che fosse messa nel breviario del papa una polizza indicante più d'un misfatto dei Caraffi; certo è che finalmente aprì gli occhi il deluso pontefice, e, dopo essersi informato di tutto, nel pubblico concistoro deplorò gli scandali avvenuti per colpa d'essi nipoti senza conoscenza e consenso suo; privò il cardinale della legazion di Bologna, del generalato il conte di Montorio, e il marchese di Montebello d'ogni suo grado; e licenziatili tutti colle lor famiglie da Roma, li mandò a' confini, chi in un luogo e chi in un altro. Quindi rimosse dal governo tutti coloro che dipendevano da essi suoi nipoti, e diede buon sesto non meno alla corte che agli uffizii, istituendo specialmente una congregazione che fu appellata del buon governo. Elesse ancora Camillo Orsino per soprintendente agli affari, personaggio di gran vaglia e prudenza, con cui comunicando i cardinali quanto occorreva, da lì innanzi il governo prese un ben regolato sistema. Meritò senza fallo gran lode, come eroico, questo atto del papa, perchè se non rimediava ai mali già fatti, gl'impediva almeno per l'avvenire. Tuttavia nulla questo servì per mitigar l'odio che gli portava il popolo, il quale, interpretando in male il bene, spacciava cacciati dal papa unicamente i nipoti per iscusar sè stesso dei disordini passati, quasi che a lui non fosse stato notissimo il principio e progresso delle passate guerre, e non si fosse egli tanto interessato per ingrandire i nipoti, trattando poi con tale altura i cardinali, che niuno ardiva mai di contraddirgli. Aggiugnevano inoltre che s'egli conosceva e detestava tanti loro delitti, avrebbe anche dovuto più rigorosamente gastigarli. Per conto poi dell'odio de' Romani, questo nasceva dalle molte gravezze loro imposte ed aspramente riscosse, e molto più dall'incredibil rigore che lo zelante pontefice professava contra di chiunque o era o veniva sospettato reo d'eresia fra i cattolici. A questo fine fu egli il primo che ispirasse a papa Paolo III d'istituire in Roma il tribunale dell'inquisizione, e il primo ancora che in essa città facesse fabbricar le carceri di esso tribunale, con eleggere alcuni cardinali che conoscessero le cause di eresia. Perciò poco si stette a veder piene di gente quelle prigioni. Dappertutto erano spie, facili le accuse, e bastavano i sospetti, perchè si venisse alla cattura. Nè ardiva alcuno di parlare di quel soverchio rigore, nè di raccomandare, per paura d'essere preso per fautore d'eretici. Gli stessi porporati tremavano per l'esempio del cardinal Morone. Tanto più ancora crebbero i lamenti, perchè da quel tribunale si cominciò a procedere anche per inquisizione contro delitti non pertinenti alla religione, e soliti a decidersi dai giudici ordinarii, bastando le accuse segrete. Questa novità mise di mal umore il popolo di Roma, non avvezzo a tanta severità, parendo loro che in tutto questo apparisse soverchia indiscretezza, e niuno, per innocente che fosse, potesse tenersi sicuro. Pubblicò inoltre il pontefice in questo anno, a dì 15 di febbraio, una fulminante bolla contra de' cattolici che cadessero in eresia, confermando le pene già imposte da altri, colla giunta d'altre maggiori, stendendole a qualsivoglia grado di persone, e neppure esentando gli stessi sommi pontefici: punto che, ben esaminato, può cagionar del ribrezzo, se non anche dell'orrore. Per altro, negar non si può ch'erano in questi tempi in gran voga l'eresie oltramontane, e serpeggiavano per tutte le provincie cattoliche, di modo che la stessa Italia non fu interamente intatta da quel veleno. Il perchè ai pastori della Chiesa conveniva di star più che mai all'erta, e di adoperar del rigore, il quale allora è solamente biasimevole che passa in eccesso.
Trattavasi alla gagliarda di pace oltramonti, e primieramente Arrigo II re di Francia dal canto suo, e Maria Stuarda regina di Scozia, moglie di Francesco delfino di Francia, la conchiusero nel dì 2 di aprile con Elisabetta, riconosciuta da essi per regina d'Inghilterra, facendo per bene de' loro Stati ciò che il pontefice non avea saputo fare per bene della religione. Le particolarità di tal concordia si possono leggere negli strumenti rapportati dal Du-Mont [Du-Mont, Corps Diplomat.]. Nel susseguente dì 3 d'aprile fu medesimamente stipulata la pace fra esso re di Francia e Filippo II re di Spagna, per cui seguì il matrimonio di Elisabetta figlia del re Cristianissimo col re Cattolico, e l'altro di Margherita sorella del re Arrigo suddetto con Emmanuel Filiberto duca di Savoia. Detestarono i Franzesi una tal pace, tenendola per vergognosa e pregiudiziale ai diritti della corona. Vantaggiosa, per lo contrario, riuscì al duca di Savoia; se non che quei gran politici d'allora aveano per uso di lasciar nelle concordie sempre qualche coda e seme di discordia. Cioè fu bene accordata le restituzion pacifica ad esso duca della Savoia, del Piemonte e di tutti gli altri suoi Stati, ma con volere il re di Francia ritenere per tre anni avvenire il possesso di Torino, Chieri, Pinerolo, Civasco e Villanuova di Asti, affinchè si ventilassero in quel mentre i diritti pretesi dal re per Luigia avola sua: il che era un accordar colle parole e negar coi fatti la restituzione intera di quegli Stati. E forse confidavano i Franzesi di trovare ragioni o pretesti per non restituire neppur dopo quel tempo le piazze suddette. Aveano anche promessa i medesimi agl'Inglesi la restituzion di Cales fra otto anni, eppure in lor cuore pensavano di ritener per sempre quella città. Per altro al duca fu dato il libero possesso e dominio della Savoia e dei restanti luoghi del Piemonte. Profittò parimente d'essa pace Cosimo duca di Firenze; perciocchè in vigor della medesima i Franzesi rinunziarono alla protezion de' Sanesi fuorusciti dalla lor patria ed abitanti in Montalcino, e a tutti i luoghi da lor posseduti in quella contrada, e se n'andarono con Dio. Abbandonati in tal guisa que' Sanesi, e trovandosi impotenti a cozzar colle forze del duca di Firenze, a lui infine si sottomisero: con che tutte le dipendenze di Siena vennero in potere di lui, eccettochè i porti della Maremma, che il re di Spagna dianzi avea riservati alla sua corona. Sul fine poi d'agosto il re Filippo, dopo avere restituita la quiete ai Fiamminghi, e lasciato il governo di que' paesi a Margherita duchessa di Parma e sorella sua, andò ad imbarcarsi, e con una numerosa flotta di vascelli se ne ritornò in Ispagoa.
Alla pace suddetta con segni immensi di giubilo fecero plauso tutti i popoli cristiani; ma da Parigi specialmente si lasciò la briglia all'allegria per li due matrimonii suddetti della figlia e sorella del re Arrigo II. Fra le altre solenni feste il re stesso accompagnato da donno Alfonso d'Este, principe ereditario di Ferrara, da Francesco duca di Lorena e da Iacopo duca di Nemours volle per tre giorni mantenere una giostra, esercizio cavalleresco, di cui egli sommamente si dilettava. Ne' due primi giorni riportò egli il premio della vittoria, e nel terzo avea fatto lo stesso; quando, non per anche sazio di rompere lancie, forzò il capitan delle sue guardie, chiamato Orges, oppure Gabriello signor di Mongomery Scozzese, a correre contra di lui. Ruppesi l'asta dello Scozzese in varie schegge; e siccome il re al dispetto delle preghiere dei suoi più cari non avea voluto allacciar la visiera dell'elmetto, così avvenne che una di quelle scheggie andò a conficcarsegli sopra l'occhio destro, con penetrare sino al cervello: lagrimevole spettacolo, accaduto alla presenza di Caterina de Medici regina sua moglie, dei principi suoi figliuoli e di un gran teatro di nobiltà. Dalla grave ferita nacque un interno apostema, per cui egli tratto fu a morte nel dì 10 di luglio, con estremo cordoglio di tutti i suoi popoli. A lui succedette nel regno Francesco II suo primogenito, in età allora di sedici anni: età non per anche abile al governo, nè a tenere in freno l'ambizione de' grandi, nè a reprimere l'ardire dell'eresia calviniana, che già avea cominciato a prendere gran piede in quelle parti. Però sotto di lui ebbe principio la civile discordia, madre di tante guerre che per assaissimi anni dipoi lacerarono quel nobilissimo regno, e diedero fomento all'eresia che sempre più si dilatò.
Anche in Italia venne a morte nel presente anno papa Paolo IV. Era egli pervenuto all'età di ottantaquattro anni, colla mente nondimeno sempre vegeta e sempre applicata al governo. Ma si cominciò ad unire colla decrepitezza la idropisia. Durava in lui un continuo affanno per le iniquità commesse dai suoi nipoti non meno in Roma, che per tutto lo Stato della Chiesa, e che di mano in mano egli andava intendendo per li ricorsi di chiunque era stato offeso, giacchè si era aperta la porta alle doglianze di ognuno. Avviso infine gli giunse che il conte di Montorio, il quale tuttavia si facea chiamare duca di Palliano, e stava relegato a Gallese, avea fatto uccidere la duchessa sua moglie gravida, per sospetti d'indecente commercio d'essa con Martino Capece, ancorchè questi, o pugnalato, o fatto morir nel tormento della corda, ed ella parimente, protestassero la loro innocenza, ed appellassero al tribunale di Dio. Risaputa questa crudeltà dall'infermo pontefice, fu creduto che accelerasse la, per altro vicina, morte. Ma il cardinal Pallavicino, che cita il processo, ci fa sapere succeduta l'uccision della moglie nella sede vacante. Morì egli nel dì 18 d'agosto (l'iscrizione posta al sepolcro suo il fa morto nel dì 15 di esso mese, contro la testimonianza degli autori contemporanei), lasciando la memoria sua non già in desiderio, ma in abborrimento pel suo governo, a cui la gente dava il nome di tirannico. Abbiamo la vita di lui scritta dai padri Antonio Caracciolo, Silos, Castaldi, Oldoino, per tacer d'altri, che ci rappresentarono in profilo il di lui volto, con farci vedere tutto il bello de' suoi pregi dall'una parte, e lasciando ascoso il difettoso dall'altra. Con pennello più giusto formarono il di lui ritratto Onofrio Panvinio, Mambrino Roseo e il cardinal Pallavicino, a' quali rimetto il lettore. A me basterà di dire che non mancarono belle dotti e virtù a questo sì religioso e zelante pontefice, ma ch'esse rimasero offuscate dal troppo odio ch'egli portò agli Spagnuoli e all'augusta casa d'Austria, e dal troppo amore verso de' proprii nipoti. Il suo gran fuoco congiunto con un'alta stima di sè medesimo non gli lasciavano quasi mai cogliere il punto di mezzo fra il difetto e l'eccesso; e però anche nelle belle azioni di lui si desiderò sovente la moderazione, si trovò soverchio il rigore, dal quale si scostarono dipoi i saggi suoi successori, conoscendo che la troppa severità rende odiosa la stessa religione, e che, all'incontro, le fa decoro la clemenza, adoperata a luogo e tempo.