MDLXI
| Anno di | Cristo MDLXI. Indizione IV. |
| Pio IV papa 3. | |
| Ferdinando I imperadore 4. |
Aveano le guerre de' precedenti anni fatto cessare il concilio generale di Trento. Allorchè parea colla tregua dei principi cristiani tornato il tempo di riaprirlo, Paolo IV mostrò qualche velleità di accudire a questo importantissimo affare, ma con volere esso concilio in Roma nella chiesa lateranense: il che veniva a finire in non volerlo, stante l'esigere i più de' principi cattolici un luogo libero e fuori dello Stato ecclesiastico per quella sacra assemblea. Sopravvennero poi le brighe d'esso papa Paolo con gli Spagnuoli, nè più si parlò, vivente esso pontefice, di rimettere in piedi il concilio. Seriamente, all'incontro, vi pensò, appena eletto papa, lo zelante Pio IV; e però nel precedente anno si affaticò non poco, parte con efficaci lettere, e parte per mezzo de' suoi ministri per riunir gli animi de' potentati cattolici, affinchè concorressero coi lor prelati al compimento di opera tanto necessaria alla Chiesa di Dio. Trovò egli concordi in questo desiderio i principi, ma discordi nella determinazione del luogo, proponendo essi altre città invece di Trento. Il papa sempre insistendo di rinovare il concilio in quella città, dove era nato, finalmente nel dì 29 di novembre dell'anno precedente con sua bolla ne intimò il riaprimento in essa città di Trento, da farsi nel solenne giorno di Pasqua del presente anno. Dopo aver dunque nel dì 26 di febbraio di quest'anno fatta la promozione al cardinalato di alcuni degnissimi personaggi, e specialmente di Stanislao Osio e di Girolamo Seripando, nel dì 10 di marzo destinò cinque legati che dovessero presiedere al consiglio. Ma perchè insorsero nuovi motivi di ritardo, e con troppa lentezza comparivano a Trento i vescovi; però fu necessario il differir sino all'anno seguente la prima sessione.
Più che mai continuarono i corsari africani ad insolentire contro le marine d'Italia in quest'anno. Uscito da Tripoli Dragut colle sue galeotte, avendo per ispia inteso che sette galee fabbricate in Sicilia, e cariche di molte merci, aveano da passare a Napoli, si mise in aguato a Lipari, e gli venne fatto di prenderle. Grosso fu il bottino di robe e di persone fra le quali si contarono due vescovi siciliani che andavano al concilio, e molti nobili, de' quali, chi potè, con esorbitanti taglie si riscattò. Scorsero dipoi que' Barbari per le riviere del mar Tirreno, lasciando dappertutto memorie della lor crudeltà, e menando via gran quantità di schiavi cristiani. A cagion di questi terribili insulti papa Pio IV, attento al bene de' suoi sudditi, determinò di rifare in certa maniera la città Leonina, acciocchè in caso di bisogno avessero i pontefici colla lor corte e prelatura un luogo di salvezza. Cioè determinò di mettere Borgo in fortezza, chiudendo in esso sito castello Sant'Angelo, la basilica vaticana e il palazzo pontificio, con tanto spazio, che, in occasion di difesa, vi si potessero formare squadroni di soldati colle loro ritirate. Nel dì 8 di maggio andò lo stesso pontefice con solenne accompagnamento di tutti i cardinali, prelati e nobiltà a mettere la prima pietra con varie medaglie d'oro e d'argento. Avea dianzi nel dì 19 d'aprile creato capitano generale della Chiesa il conte Federigo Borromeo suo nipote, affinchè secondo le occorrenze fosse pronto alla difesa contro i nemici del nome cristiano. Nè ciò bastando all'indefesso suo genio pel pubblico bene, ordinò che si riducessero in miglior forma le fortificazioni de' porti di Civitavecchia e di Ancona, sicchè potessero resistere alle violenze inaspettate de' Turchi e de' corsari di Barberia, che ogni dì più diventavano rigogliosi, ed accrescevano il numero delle lor vele. Attese ancora il buon papa ad aggiugnere ornamenti alla per altro bellissima città di Roma, con tirare una nobile strada da Montecavallo sino alle mura di Roma diritto ad una porta, di belle fortezze fabbricata d'ordine suo, ed appellata porta Pia. Rimodernò eziandio la porta del Popolo con bei travertini e colonne; e nel palazzo vaticano e in Belvedere fece altre fabbriche, e fra queste si contarono due gran conserve d'acque verso levante, e un magnifico cortile con iscalinate da due bande ed ornamenti di singolar bellezza, e un corridore e un fonte nel bosco d'esso Belvedere. Fece anche finire di stucchi e pitture la bella sala cominciata da Paolo III, appellata la sala dei re, ornando la loggia superiore del palazzo con figure, e con farvi dipignere la cosmografia in bei quadri. Sollecitò ancora la fabbrica del suntuoso tempio di San Pietro, cominciata da papa Giulio II, e nella basilica lateranense fece far sotto il tetto il soffitto, con parimente applicarsi a tirare in Roma per via di condotti l'acqua di Salone, ossia l'acqua Vergine. Queste erano le applicazioni del pontefice, che sommamente rallegravano il popolo romano, non omettendo egli intanto ogni diligenza pel bene della religione e della Chiesa.
Godevano in questi tempi gl'Italiani il saporito frutto della pace, loro inviata da Dio dopo il flagello di tante desolatrici guerre. Regnava specialmente l'allegria nella corte e città di Ferrara, dove Alfonso II duca nel dì 2 di marzo diede al suo popolo e alla copiosa foresteria, che vi intervenne, un mirabil divertimento con un torneo sì magnifico e d'invenzione sì rara, chiamato il Castello di Gorgoferusa, ed onorato dalla presenza di Guglielmo duca di Mantova, che riscosse l'ammirazion d'ognuno. E perciocchè nella promozion suddetta, fatta dal papa nel dì 26 di febbraio, anche a don Luigi di Este, fratello del duca e vescovo di Ferrara, fu conferita la sacra porpora, si tenne corte bandita per tre giorni in quella città, e poscia nel dì 27 di marzo fu ivi dato anche un altro più suntuoso spettacolo, intitolato il Monte di Feronia, a cui intervenne Francesco de Medici principe di Firenze. Sì vaghe furono le invenzioni di que' pubblici giuochi, sì grande la magnificenza degli abiti, del corteggio, e tale la copia degli strumenti musicali o guerrieri e delle macchine, e le decorazioni del campo, che di sommo piacere e stupore restò presa tutta la gran folla degli spettatori, e ne corse la fama per tutta Italia. Veggonsi cotali feste descritte e date alle stampe. Ma si cangiò presto l'allegria in duolo, perciocchè nel dì 21 d'aprile fu rapita dalla morte Lucrezia de Medici duchessa di Ferrara, figlia del duca Cosimo. Nè molto si stette a vedere risorgere la lite di precedenza fra essi duchi di Ferrara e di Firenze, la qual durò poi anni parecchi. Era tornato, siccome dicemmo, a' suoi Stati Emmanuel Filiberto duca di Savoia, e siccome si avvicinava il tempo che gli doveano essere restituite dai Franzesi le città di Torino, Pinerolo, ed altre restate in loro mani, fece istanza perchè esaminassero le pretensioni del re Cristianissimo contro la casa di Savoia. Furono sopra ciò tenute varie conferenze dai ministri dell'una e dell'altra corte tanto nell'anno precedente, che nel presente, senza apparire che alcuna delle parti cedesse. Misero ancora i Franzesi in campo la difficoltà di rendere quelle piazze al duca, per non essere il re loro in età legittima; e il parlamento di Parigi eccitava anch'esso dubbii maggiori. Seguì poi, siccome diremo, lo scioglimento di queste controversie nell'anno seguente. Ardeva intanto, per le discordie e guerre fra i cattolici ed ugonotti, tutta la Francia, le cui sciagure chiunque brama di intendere, ha da ricorrere agli storici particolari di quel regno, e specialmente al nostro Davila. Riuscì quest'anno dannoso a Napoli e Sicilia, non solo per le prede ivi fatte dai corsari africani, ma ancora per varii tremuoti che atterrarono gran copia di fabbriche colla morte di più centinaia di persone. Le istanze fatte al tribunale cesareo da Alfonso marchese del Carretto contra de' Genovesi, che gli aveano occupato il marchesato del Finale, produssero una sentenza, per cui furono essi condannati alla restituzion dello spoglio coi frutti, danni e spese della lite. I Genovesi, che trovavano molto comodo ai loro interessi il possesso del Finale, maltrattarono non solo il messo che andò ad intimar loro quella sentenza, ma anche un feciale che fu poi spedito dall'Augusto Ferdinando, per denunziar loro il bando dell'Imperio, se senza dilazione non restituivano il marchesato, colla piena esecuzion della sentenza. Ciò che ne avvenisse, si dirà all'anno 1563.
MDLXII
| Anno di | Cristo MDLXII. Indizione V. |
| Pio IV papa 4. | |
| Ferdinando I imperadore 5. |
Rallegrossi la Chiesa di Dio nel presente anno, perchè nel dì 18 di gennaio si riassunse in Trento il concilio generale, e si celebrò la prima sessione, ossia la diecisettesima in riguardo alle altre degli anni addietro. Contaronsi di quella sacra assemblea, oltre ai cinque cardinali legati della santa Sede, due altri cardinali cioè quel di Lorena e il Madruccio, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abbati, sette generali d'ordini religiosi, e più di cento teologi, scelti dai regni del Cattolicismo. E dipoi v'intervennero in varii tempi anche gli oratori dell'imperadore, del re di Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Boemia, Polonia, Venezia, e d'altri duchi e principi. Guglielmo duca di Mantova vi fu nel principio in persona. Pertanto si continuarono quivi le sessioni si per lo stabilimento dei dommi, che per la riforma della Chiesa. Teneva questo grande affare non meno occupati i padri del concilio, che lo stesso papa e tutta la corte romana; nè dimenticò il pontefice d'invitare ad esso concilio anche i patriarchi e vescovi scismatici dell'Oriente. Venne infatti circa il mese di maggio a Roma Abdisù patriarca de' Soriani, uomo assai dotto, che rendè ubbidienza al romano pontefice, con accettare tutti i concilii generali venerati dalla Chiesa romana, e i decreti del presente tridentino, e col promettere di fare il possibile di trarre i suoi metropolitani e vescovi all'unione colla Sede apostolica. Ma la comparsa di questo patriarca finì, secondo il solito, in una pace di commedia fra la santa romana Chiesa e gli scismatici soriani. Il povero patriarca, il quale è da credere che parlasse di cuore, con assai regali e rifacimento di quanto gli aveano tolto i Turchi nel venire a Roma, se ne tornò contento in Soria; ma come prima continuarono que' cristiani a sostener i loro errori e la separazione dalla Chiesa romana. Crescevano intanto i guai della Francia per la detestabil ribellione e guerra mossa contro il re Carlo IX dagli eretici calvinisti, chiamati ugonotti; e con ciò crebbe anche al re il bisogno di soccorsi. Non mancarono il papa ed ancora il re di Spagna di mandarne, e specialmente esso re Cattolico esibì al re cognato dodici mila fanti e tre mila cavalli; ma i Franzesi non accettarono se non tre mila d'essi fanti ed altrettanti Italiani. Grosse somme ancora di denaro furono inviate al re Cristianissimo dai Veneziani e dai duchi di Ferrara e Firenze. A questi aiuti fu in parte attribuita la insigne vittoria che verso il fine del presente anno riportarono l'armi cattoliche contro degli ugonotti, benchè la medesima costasse ben caro ai vincitori stessi. Fa qui lo storico e vescovo Belcaire un epifonema, riconoscendo l'origine di tanti mali dallo orgoglio degli eretici, dalla negligenza, dall'avarizia e dai disordinati costumi dei precedenti pastori della Chiesa di Dio, che aveano offuscata la vera pietà, e dato campo agli eresiarchi di declamar cotanto contra di noi.