Queste calamità e necessità della Francia quelle furono che più d'ogni altra ragione indussero il re Carlo e i suoi ministri a sacrificare infine le lor pretensioni in favore di Emmanuel Filiberto duca di Savoia. Dall'un canto abbisognavano del di lui aiuto; dall'altro poteano temere ch'egli, perduta la pazienza, diventasse lor nemico, ed accrescesse le forze ai congiurati contra della corona. Il perchè si venne ad un accordo, per cui il re Cristianissimo convenne di rilasciare al duca Torino, Civasco, Chieri e Villanuova di Asti; e che il duca rilascerebbe al re possesso di Pinerolo, di Savigliano e della Perosa, ed inoltre procurerebbe di somministrare in servigio di sua maestà mille fanti e trecento cavalli pagati, con altri capitoli ch'io tralascio. Fece quanto potè il maresciallo di Bordiglione per impedire, o almeno per differire l'esecuzion di questo trattato ch'egli chiamava troppo pregiudiziale al re, quasichè fortissime, anzi chiare ragioni non assistessero il duca contra l'invasion de' suoi Stati fatta da' Franzesi. Tuttavia nel dicembre di quest'anno si vide rimesso il duca in possesso di Torino e degli altri suddetti luoghi: il che riuscì d'inestimabil consolazione a quel principe e a' sudditi suoi. Un altro avvenimento anche di maggior allegrezza per la real casa di Savoia era stato l'avere la duchessa Margherita nel dì 12 di gennaio di quest'anno dato alla luce un principino, a cui fu posto il nome di Carlo Emmanuele, unico frutto del loro matrimonio, tale nondimeno, che noi a suo tempo il vedremo sorpassare la gloria di tutti i suoi antenati. Non fu già favorevole il presente anno alla casa de Medici, anzi al resto dell'Italia. Imperocchè, oltre ad una siccità inudita, essendovi stati luoghi che per sette mesi non seppero cosa fosse pioggia, il che produsse non lieve penuria de' viveri, nell'ottobre e novembre cominciò a scorrere per Italia un malore di qualità epidemiale, passando da una città nell'altra, con infermarsi la maggior parte delle persone, e seguirne la morte d'assaissime per ogni città, e massimamente in Napoli, dove intorno a venti mila persone cessarono di vivere. La stessa febbre micidiale (a cui poi fu dato il nome del Castrone) in altri tempi si è fatta sentire all'Italia, e a' nostri di imperversò qui non poco, correndo l'anno 1730, andando anche allora gradatamente di città in città.
Ora il duca Cosimo, che in tutte le guise si studiava di far comparire la sua divozione ed attaccamento alla corona di Spagna, mandò in quest'anno con pomposo accompagnamento don Francesco suo primogenito a Madrid, acciocchè ivi soggiornasse, e facesse la corte a quel gran monarca. Ma eccoti nel novembre di quest'anno, per cagion della suddetta, oppur d'altra maligna influenza, cader malato il cardinale Giovanni di età di diecinove anni, e don Garzia di minore età, amendue figliuoli del suddetto duca, e giovanetti di generosa indole e di rara espettazione, e l'un dietro all'altro essere rapiti dal mondo. Voce nondimeno comune allora fu, che, odiandosi fra loro questi due fratelli, don Garzia in una caccia uccidesse il cardinale, senza esser veduto da alcuno. Avvisatone Cosimo, fece segretamente portare il cadavero in una stanza, e colà chiamò Garzia, immaginandolo autore di quell'eccesso. Arrivato ch'egli fu, cominciò il sangue dello estinto a bollire e ad uscir della ferita. Allora Cosimo, dando nelle furie, presa la spada di Garzia, colle sue proprie mani l'uccise, facendo poi correr voce che amendue fossero morti di malattia. Se questa sia verità o bugia, nol so io dire. Ben so, che trafitta dalla perdita di così cari germogli, donna Leonora di Toledo lor madre, e soccombendo al dolore, anch'ella terminò fra poco i suoi giorni: donna che col suo consiglio e giudizio avea, per comun sentimento, contribuito non poco alla felicità del marito. Ebbe bisogno Cosimo della sua virtù per poter resistere all'urto di siffatte traversie; e il pontefice Pio IV, per consolarlo, creò poscia cardinale nel giorno 6 di gennaio dell'anno seguente, Ferdinando altro di lui figliuolo, tutto che appena giunto alla età di quattordici anni. Ma non andò senza affanni lo stesso pontefice nell'anno presente. Grande era l'amore ch'egli portava a due suoi nipoti Borromei, cioè al conte Federigo e al cardinal Carlo, e sel meritavano essi per le loro virtù. Ad istanza del re Cattolico, avea il papa restituito a Marcantonio Colonna tutte le terre a lui tolte dal pontefice predecessore, e in tale occasione data in moglie al figlio di Colonna una sorella dei suddetto conte Federigo. All'incontro, il re, per non lasciarsi vincere in generosità, avea donato al conte Federigo il marchesato ossia ducato d'Oira nel regno di Napoli, ricaduto alla corte, con assegnargli anche una pensione annua di alcune migliaia di scudi sopra la gabella della seta di Calabria, con altre promesse; e similmente un'altra pensione di dodici mila scudi al cardinal Carlo di lui fratello sopra l'arcivescovato di Toledo. Ma preso nel novembre esso conte Federigo da quella infermità che dicemmo diffusa per l'Italia, terminò la carriera del viver suo con molto dolore del papa, che vide sfasciati in un momento i suoi disegni dalla volubilità delle cose umane. Servì la perdita del giovane fratello al cardinal Carlo per maggiormente mettersi nella via de' santi. Attese in quest'anno l'imperador Ferdinando a stabilire il figlio Massimiliano nella succession de' regni e della dignità sua. Il fece coronare re di Boemia, e poscia nella dieta degli elettori in Francoforte ottenne che fosse nel dì 25 d'ottobre proclamato re de' Romani. La sua coronazione venne poi solennizzata nel dì 30 di novembre, e fu anche nell'anno seguente a lui conferita la corona del regno d'Ungheria. Erano intanto occupati i pensieri di papa Pio IV dalla grand'opera del concilio di Trento, che proseguiva con vigore, ma insieme con continui dibattimenti per le precedenze degli ambasciatori spediti colà dai re e principi seguaci della Chiesa cattolica. Con tutto ciò, non lasciava egli di accudire a migliorare il governo di Roma, con avere specialmente in quest'anno regolata la forma de' giudizii, affinchè non si tirassero troppo in lungo le liti. Riformò ancora la corte, la sacra penitenzieria e i notai della camera apostolica, e pubblicò anche una riforma intorno al conclave. Erano restate guaste dall'antichità le celebri terme di Diocleziano imperadore. Egli le convertì in una chiesa e monastero, e ne diede il possesso ai monaci certosini. Ordinò ancora che i titoli delle chiese e diaconie assegnati ai cardinali, giacchè per la vecchiaia non meno, che per la negligenza dei precedenti porporati, erano andati in rovina, si riparassero: cose tutte che renderono sempre più glorioso il di lui pontificato.
MDLXIII
| Anno di | Cristo MDLXIII. Indizione VI. |
| Pio IV papa 5. | |
| Ferdinando I imperadore 6. |
Gran dispute e dissensioni, sì di precedenza che di riforma, occorsero in quest'anno nel concilio di Trento, mosse in parte dall'oratore spagnuolo, dai Franzesi e dagl'imperiali, che tennero in qualche inazione que' padri. Colla pazienza nondimeno e colle buone maniere dei cardinali legati tutto si andò superando. Ma nel dì 2 di marzo restò conturbata tutta la sacra assemblea per la morte di Ercole cardinal Gonzaga, a cui tenne dietro nel dì 17 dello stesso mese il cardinal Girolamo Seripando. Erano amendue legati a latere del papa, e personaggi per la pietà, per la dottrina e per la prudenza di un merito incomparabile. In luogo d'essi spedì il pontefice da Roma due altri insigni porporati, cioè Giovanni Morone Milanese, che vedemmo sì maltrattato da papa Paolo IV, e Bernardo Navagero Veneziano. Continuarono anche dipoi i contrasti dalla parte de' Franzesi e dell'imperadore. Pure col divino aiuto proseguì vigorosamente il concilio, e più che mai si stesero decreti riguardanti il dogma egualmente che la disciplina ecclesiastica. Per tanta dimora in Trento erano per la maggior parte stanchi i padri. Intervennero allora altri motivi, per li quali nel mese di novembre si cominciò a trattare di terminar quella gran funzione: al che si trovarono ripugnanti gli Spagnuoli. Ma, venuto avviso che sul fine di novembre era stato preso il sommo pontefice da un pericoloso accidente, per cui si dubitava di sua vita, tale scompiglio entrò per questo in quella sacra adunanza, che l'ambasciatore del re Cattolico si diede per vinto, e consentì che si proponesse il fine del concilio. Tornò il papa da lì a non molto a goder buona sanità. Ora, dopo avere il consesso dei padri smaltiti con indicibil diligenza varii punti di dogma e di riforma che restavano a farsi, nella sessione ventesima quinta ebbe fine nel dì 4 di dicembre il sacrosanto concilio di Trento: concilio a cui intervennero i più dotti vescovi e teologi di tutti i regni cattolici, e che superò tutti gli altri precedenti per l'ampia esposizione della dottrina della vera Chiesa, e per la correzione e riforma di assaissimi punti spettanti alla disciplina ecclesiastica. Tanti abusi che da lì innanzi cessarono, tanta emendazione e mutazion di costumi nell'uno e nell'altro clero, e il presente bell'aspetto della Chiesa di Dio tanto ne' pastori di sublime grado che dell'ordine inferiore, troppo diverso da quello in cui si trovava essa Chiesa allorchè Dio permise la nascita di tante eresie nel Settentrione per gastigo nostro, e molto più per gastigo di chi si ribellò alla religione dei suoi maggiori: tutto questo lo dobbiamo riconoscere da quel benedetto concilio, che poi fu solennemente confermato dal romano pontefice, ed accettato, almeno per quello che appartiene ai dogmi, da tutta l'universalità dei cattolici. Misericordia di Dio fu ancora, che in tal congiuntura sedesse nella cattedra di San Pietro un pontefice di buona volontà, e che i grandi affari della santa Sede fossero principalmente appoggiati alla mente diritta, all'indefesso zelo e alla pietà singolare del cardinal Carlo Borromeo, primo ministro della sacra corte, che a gloria di Dio e a benefizio della repubblica cristiana trasse a fine quella memoranda impresa. Fu egli anche il primo a dar buon esempio agli altri, con severamente riformare la propria corte. Erano stati inviati ad esso concilio anche i protestanti. Niun d'essi vi volle intervenire, perchè avrebbero preteso di dare, e non già di ricevere la legge. Però prima di quest'anno, e molto più dappoi, si scatenarono con varii libri contra del concilio suddetto, vendicandosi in quella maniera che poterono degli anatemi contro di lor proferiti. Ma è da sperare nella clemenza di Dio che verrà un dì in cui si saneran queste piaghe. E certamente questo ha da essere uno dei desiderii di chiunque, sia cattolico, sia di altra credenza, purchè professi la santa religione di Gesù Cristo, condannatrice degli scismi.
In quest'anno ancora grave danno risentirono le marine dell'Italia dai corsari barbareschi, e specialmente quelle di Napoli. Dragut Rais, fuggito dall'assedio di Orano, comparve colà con tutte le sue forze, e gli riuscì di prendere sei legni cristiani che s'erano spiccati da quel porto col carico di molta gente e merci. Ad uno d'essi il disperato capitano Vincenzo di Pasquale Raguseo diede il fuoco, mandando in aria e in acqua tutte le robe e famiglie che quivi si trovavano. Dragut per tale risoluzione gli fece poi tagliare la testa. Era, dissi, stato ne' giorni addietro assediato fieramente Orano dai Mori, al soccorso della qual fortezza accorsero anche le galee di Napoli; e ben sapea Dragut che Napoli si trovava allora senza galee da difesa. Il perchè l'orgoglioso Barbaro giunse fin sotto Chiaia con isperanza di coglier ivi la marchesa del Vasto, la quale per buona fortuna non vi si trovò, e però solamente fece schiavi alquanti cristiani, che il vicerè da lì a poco riscattò. Alle coste eziandio della Puglia, dell'Abbruzzo e del Genovesato fecero questi masnadieri delle aspre visite. Grandi perciò erano i lamenti dei popoli; ma niun provvedeva, eccettochè i cavalieri di Malta, i quali sempre in corso recarono bensì non pochi danni alle terre de' Turchi, ma senza sollievo di quelle de' cristiani. Dalle civili guerre fu in quest'anno parimente lacerata la Francia, dove gli inquieti e perfidi ugonotti fecero assassinare ed uccidere il valoroso duca di Guisa, capo della parte dei cattolici. In Ispagna, giacchè il re Filippo II non poteva aver successione dalla nuova sua moglie, sorella del re di Francia, ed era per altra parte malissimo contento dell'unico suo figlio don Carlo, giovane di cervello torbido, egli desiderò che Massimiliano II re de' Romani suo cugino inviasse alla corte di Madrid i di lui due figli Ridolfo ed Ernesto arciduchi, acciocchè apprendessero i costumi degli Spagnuoli, e per ogni bisogno potessero sostenere la casa d'Austria nella monarchia di Spagna. Passarono questi due principi verso il fine dell'anno per Milano, e andarono dipoi ad imbarcarsi a Nizza, con ricevere dappertutto distinti onori.
Ad essa città di Milano tentò in questo anno il re Cattolico di fare un regalo, col volere introdurre colà l'inquisizione all'uso di Spagna. Contuttochè la maggior parte de' cardinali ripugnasse a tal novità, pure il papa, a cui premeva di non disgustare un sì potente re, si lasciò vincere, e condiscese a siffatta istanza. Esposta dal duca di Sessa governatore ai Milanesi la volontà reale, gran commozione si svegliò nella nobiltà del pari che ne' popolari, assai informati dell'odiatissimo rigore dell'inquisizion di Spagna, e come sotto colore di punir le colpe di chi era miscredente nella fede, per altri delitti ancora, o veri o pretesi, si facevano segrete giustizie o vendette a piacimento del principe. Però tutti animosamente risposero d'essere buoni cattolici, e non trovarsi fra loro Ebrei finti cristiani, come in Ispagna; nè esservi motivo alcuno di mutar l'ordine già prescritto e discreto di quel tribunale in Italia, e che perciò non comporterebbono una sì esorbitante gravezza. Poco mancò che non si venisse ad una sollevazione, e non si rinovasse la scena succeduta negli anni addietro per questo medesimo tentativo in Napoli. Il saggio governatore, veggendo gli animi sì mal disposti, calmò con buone parole il lor movimento, e promise di scrivere in favore di essi al pontefice e al re. Così fece egli, nè più si parlò di questo affare. Per simili sospetti sorse ancora nell'anno seguente non lieve alterazione nel popolo di Napoli, troppo alieno dall'ammettere anche la sola ordinaria inquisizione che si pratica in tante città d'Italia per unico bene della religione. Erasi da qualche tempo costituito capo di banditi nella Calabria un certo Marco da Cotrone; e concorrendo a costui la feccia di tutti i malviventi, arrivò la sua baldanza a prendere titolo di re, onde era comunemente appellato il re Marcone. Infestava egli tutte le strade, spogliava i passaggieri, metteva in contribuzione le ville, vendeva anche i poveri cristiani ai corsari barbareschi. Spedì il vicerè di Napoli contra di quegli assassini alcune compagnie di Spagnuoli che vi rimasero o morti o prigioni. Fu d'uopo di inviarvi dipoi circa due mila fanti e cavalli sotto il comando di Fabrizio Pignatelli marchese di Cerchiero, la cui industria seppe sparpagliare e poi ridurre a nulla quella ciurma di malandrini. Tornò in quest'anno dalla corte di Madrid a Firenze don Francesco primogenito del duca Cosimo. Irritato l'imperador Ferdinando dello sprezzo fin qui mostrato dai Genovesi della sua sentenza nella causa del Finale, pubblicò in quest'anno un duro decreto contra di quella repubblica, la quale perciò ricorse al re di Spagna per placarlo. Durarono poi le dissensioni de' Finalini, finchè nel 1571 il duca d'Albuquerque governator di Milano, andò a mettere presidio spagnuolo nel Finale, terra che fu poi nell'anno 1598 venduta dal marchese Andrea Sforza, ultimo di quella linea, al re Filippo II, il cui successore Filippo III nell'anno 1619 ne ottenne l'investitura dall'imperadore Mattias.