Anno diCristo MDLXIV. Indizione VII.
Pio IV papa 6.
Massimiliano II imperad. 1.

Non tardò il pontefice Pio IV a far conoscere il suo zelo per l'esecuzione dei decreti del concilio di Trento. Gravissimi disordini erano proceduti in addietro dall'assenza de' vescovi dalle loro diocesi, e s'era anche disputato forte in esso concilio se la residenza de' pastori fosse di gius divino, con riconoscerne almeno la somma importanza. Molti di essi vescovi se ne stavano in Roma impiegati in varii uffizii, ed assaissimi altri nelle corti dei principi, intenti ai proprii vantaggi, e poco o nulla a quel delle lor chiese. Costrinse il papa gli abitanti in Roma a tornarsene alle lor greggie; e chi avea più d'un vescovato, fu obbligato a contentarsi d'un solo: dal che seguì una gran mutazione in Roma. Cominciossi ancora a procedere con posatezza nell'elezione de' vescovi, scegliendosi que' soli che aveano per sè la raccomandazion de' buoni costumi e del sapere: tutte provvisioni che riaccesero fra' popoli l'ardore della religione, e fecero a poco a poco cessare la depravazion de' costumi non solo nel clero, ma anche ne' secolari. Al che parimente non poco contribuirono colle lor fatiche ed esempli i nuovi ordini religiosi dei Teatini, Gesuiti, e la congregazion dello Oratorio di San Filippo Neri, che in questi tempi cominciò a fiorire. E perciocchè nel concilio suddetto era stata decretata l'erezion de' seminarii de' cherici, il pontefice ordinò la fabbrica del seminario romano che riuscì ben riguardevole, e ne diede poi la cura ai padri della compagnia di Gesù. Donò anche generosamente alla repubblica di Venezia il palazzo di San Marco, già fabricato in Roma da papa Paolo II. Ma una disgustosissima briga tormentò in quest'anno esso pontefice; imperciocchè, nata nel precedente una gravissima gara fra i ministri di Francia e Spagna a cagion della precedenza, per cui anche nel concilio di Trento s'era caldamente disputato, il papa non osava decidere, conoscendo inevitabil cosa che la decisione si tirerebbe dietro la nimicizia di chi restava al di sotto, laddove egli desiderava di star bene con tutti. Furono perciò presi varii spedienti, ma niun d'essi piacendo alla corte di Francia, anzi facendo il re Cristianissimo aspre doglianze e minaccie, papa Pio al riflettere che in tempi tanto pericolosi, ne' quali avea tanta forza ed anche fortuna in Francia il partito de' calvinisti, non conveniva esacerbar quella corona: si dichiarò in favore dell'ambasciator franzese. E tanto più prese animo a far questo passo, perchè l'aveano prevenuto i Veneziani, e si dovea sperare che il piissimo animo di Filippo II, considerate le circostanze presenti, troverebbe non ingiusto il procedere della corte di Roma, siccome infatti avvenne.

Giunse in quest'anno a morte nel dì 25 di luglio dopo lunga malattia Ferdinando I imperatore, principe sommamente pio, e lodatissimo per le sue gloriose azioni. Ebbe per successore nella augustal dignità Massimiliano II suo figlio, già re de' Romani, d'Ungheria e Boemia, a cui tosto con rompere la tregua precedente, mosse guerra il vaivoda di Transilvania, assistito da' Turchi. Grande armamento di galee e navi fatto fu nel presente anno per ordine del re Cattolico in Napoli, Sicilia e Genova. Come una spina negli occhi stava ad esso re il Pegnon, cioè il sasso di Velez, scoglio altissimo nelle coste di Barberia, verso lo stretto di Gibilterra, su cui stando alla vedetta i corsari africani, e scoprendo da lungi i legni cristiani che uscivano de' porti di Spagna, o altrimenti veleggiavano pel Mediterraneo, erano pronti colle loro fuste e galeotte per volare ad assalirli e predarli. Dato fu il comando di quella flotta a don Garzia di Toledo, figlio del fu vicerè di Napoli. Vi concorsero la galee di Malta, di Firenze, di Savoia, di Portogallo, talchè l'armata arrivò ad ottantasette galee, oltre a una gran quantità di legni da carico, galeotte ed altre vele minori. Sul fine d'agosto giunse al suddetto Pegnone questo potente sforzo de' cristiani, e in poco tempo s'insignorì di quel posto, dove poi furono lasciati di presidio ottocento fanti. Fece nel mese di giugno del presente anno una rara risoluzione Cosimo duca di Firenze. Alcuni incomodi di sanità aveva egli patito, e però sì per proprio sollievo, come per addestrare il principe don Francesco suo primogenito al maneggio degli affari, cedette a lui il governo degli Stati. Era allora il principe in età di ventiquattro anni, e la prudenza ed attività sua l'aveano già fatto conoscere per abilissimo a questo peso. Riservò a sè Cosimo il titolo e la dignità ducale, e da lì innanzi si ridusse come ad una vita privata, prendendo diletto delle ville e de' luoghi solitarii. Gran ribellione intanto bolliva in Corsica, dove que' popoli si mostravano mal soddisfatti del governo de' Genovesi, come ancora è avvenuto, e più strepitosamente, di nuovo a' dì nostri. Capo dei ribelli era un Sampiero, uomo fiero di quella nazione, il quale ancorchè avesse messo in rotta tre mila soldati genovesi spediti contro di lui, pure perchè gli mancavano le forze da tentar cose maggiori da per sè, fece almeno quanto potè per muovere qualche principe che assumesse l'acquisto di quell'isola, ma senza trovarne alcuno. Tanto innanzi andò quell'izza, che protestarono que' sollevati di volersi piuttosto dare a' Turchi, che tornare all'ubbidienza della repubblica di Genova: precipitoso consiglio che si è fatto udire anche ne' tempi nostri. In mano d'essi Genovesi restavano le principali fortezze, e riuscì loro di ripigliar Portovecchio coll'aiuto dell'armata spagnuola che ritornava dalla conquista del Pegnone.


MDLXV

Anno diCristo MDLXV. Indizione VIII.
Pio IV papa 7.
Massimiliano II imperad. 2.

Avvenimento sopra modo strano parve l'essersi nel gennaio di quest'anno scoperta una congiura contra del pontefice Pio IV, il quale mansueto e clemente, non odio, ma amore cercava pur di riscuotere da ognuno; nè certamente alcun danno o dispiacere avea recato a chi meditò di torre a lui la vita. Fu essa cospirazione tramata da Benedetto Accolti, figlio del fu cardinale Accolti, ed in essa concorsero il conte Antonio Canossa, Taddeo Manfredi, il cavalier Pelliccioni, Prospero Pittorio ed altri, tutti gente di mala vita, e gente fanatica, come dai fatti apparve. Fu creduto che l'Accolti, coll'essere stato a Ginevra, avesse ivi bevuto non solamente il veleno dell'empie opinioni, ma eziandio le fantastiche immaginazioni ch'egli ebbe forza d'imprimere ne' complici suoi. Cioè, diceva egli, che ucciso il presente papa, ne avea da venire un altro divino, santo ed angelico, il quale sarebbe monarca di tutto il mondo. E buon per costoro, perchè bel premio aveano da riportare di sì orrido fatto. Al conte Antonio dovea toccare il dominio di Pavia; quel di Cremona al Manfredi; al Pelliccioni quello della città dell'Aquila; e così altre signorie agli altri. Per conoscere meglio l'illusione e leggierezza delle lor teste, basterà sapere che si prepararono al misfatto colla confession de' lor peccati, tacendo nulla di meno l'empio sacrilegio ed omicidio che disegnavano di commettere. Fissato il giorno, si presentò una mattina ai piedi del pontefice l'Accolti col pugnale preparato all'impresa; ma sorpreso da timore, nulla ne fece. Nata perciò lite fra i congiurati, il Pelliccioni, per salvar la vita, andò a rivelare il già fatto concerto. Tutti furono presi; e per quanto coi tormenti e colle lusinghe si procurasse di trar loro di bocca chi gli avesse sedotti ed incitati a sì esecranda azione, nulla si potè ricavarne, se non che l'Accolti sosteneva di aver di ciò parlato cogli angeli, i quali certamente non doveano essere di quei del paradiso. Furono costoro pubblicamente tormentati per la città, e poi tolti dal mondo. L'Accolti, sempre ridendo fra i tormenti, assai dimostrò che si trattava di gente che avea leso il cervello, e forse meritava più la carità d'esser tenuta incatenata in uno spedale, che il rigore di un capestro. Per assicurarsi non di meno il papa da altri simili insulti, destinò al palazzo papale la guardia di cento archibusieri. Confermò parimente l'ordine da lui fatto nel 1562, che non dovessero godere franchigia i palazzi dei cardinali, nè degli ambasciatori de' principi, affinchè non servissero di rifugio a' malviventi. Proibì poscia sotto varie pene ai nunzii pontifizii di procacciarsi lettere di raccomandazione dai principi, o di valersi di quelle che essi spontaneamente esibissero. Fece inoltre nel dì 11 di marzo la promozione di molti cardinali, la maggior parte persone di gran merito, e contossi fra esse Ugo Boncompagno vescovo di Bologna, che fu poi Gregorio XIII.

Gran terrore, massimamente all'Italia, diede in quest'anno il tuttavia vivente e feroce sultano dei Turchi Solimano. Si rodeva egli da molto tempo le dita per li continui insulti che faceano alle sue navi e terre i cavalieri gerosolimitani di San Giovanni, chiamati gli Ospitalarii; però venne alla determinazione di levar loro l'isola di Malta, da lui chiamata nido dei corsari cristiani. Stupendo fu il suo armamento, perchè giunse a ducentoquaranta vele, fra le quali si contarono centosessantotto galee con copiosa quantità di gente da sbarco e d'artiglierie. Simile armata di mare non avea mai fatta in addietro la potenza ottomana. General di terra fu Mustafà bassà; general di mare Pialy bassà unghero rinegato. Andò ancora, ma tardi, ad unirsi con loro il famoso corsaro Dragut Rais colle sue galeotte e soldati. Certificati intanto del barbarico disegno don Garzia di Toledo vicerè di Sicilia, e il generoso gran mastro di que' cavalieri Giovanni Valletta, aveano provveduta la città di Malta di tutto il bisognevole per sostenere un assedio. Nel dì 18 di maggio a vista di quell'isola comparve la formidabil flotta turchesca; ed allora tutti i combattenti cristiani con sommo coraggio e insieme allegria corsero ai posti lor destinati, contando per fortunata la loro vita, se la spendeano per difesa della fede e della patria. Erano intorno a sei mila i difensori, cioè cinquecentonovanta cavalieri, quattro mila Maltesi, e mille e cinquecento soldati, e forse più, tra Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Cominciarono i Turchi a battere con molti pezzi di grossa artiglieria il castello di Santo Ermo, posto nella lingua di terra che guarda i due porti dell'isola, e poi vennero a furiosi assalti, che costarono loro gran perdita di gente; e in uno d'essi colpito il corsaro Dragut rallegrò assaissimo i cristiani colla sua morte. Nel dì 21 di giugno restò presa la suddetta fortezza, e trucidato chiunque era sopravvivuto alla forte difesa. Si accinse dipoi Mustafà all'assedio della fortezza di San Michele; nel qual tempo, cioè a dì 12 di luglio, venne a rinforzarlo il bey d'Algeri con ventisette legni, sui quali erano più di mille uomini da guerra.

All'incontro, spedito di Sicilia il mastro di campo Robles con quattro galee, passando arditamente quasi per mezzo i nemici, sbarcò nell'isola secento fanti, rinforzo che recò non lieve ristoro agli assediati. Frequenti e sanguinosissimi furono gli assalti dati a quella fortezza dai Turchi, e già le loro trincee erano arrivate sotto le mura, e si lavorava di mine; quando il Toledo vicerè di Sicilia, dopo tanta dilazione, determinò di portare all'afflitta città il promesso soccorso. E però con sessantadue galee giunto nel dì 7 di settembre alla parte di Malta vecchia, colà sbarcò nove mila soldati eletti, con vettovaglia per quaranta giorni, e poi se ne tornò in Sicilia a preparar altri aiuti. Mandò il bassà Mustafà sei mila de' suoi a riconoscere che gente era quella, e trovò persone che sapeano menar le mani, perchè uccisero forse mille e cinquecento di quegl'infedeli. La notte seguente imbarcati i Turchi, fecero vela alla volta di Lepanto, lasciando libera l'isola di Malta, ma conquassate tutte le sue fortezze. Perirono in quell'assedio, per quanto fu creduto, almen venti mila Turchi, parte per le battaglie, e parte per le infermità. De' cristiani quattro mila se ne contarono estinti ne' combattimenti, fra i quali, chi dice ducentoquaranta, e chi trecento cavalieri, che intrepidi sempre in tutte le fazioni, combattendo come leoni, lasciarono gran fama del loro valore. Nè minore fu quella del vecchio gran mastro Valletta, non avendo egli in sì terribil congiuntura perdonato a fatiche e pericolo alcuno. Lasciò egli dipoi immortale maggiormente il suo nome per avere aggiunta alla vecchia città la città Valletta, e tanta copia di fortificazioni, che Malta può oggidì sembrare inespugnabile, o, per dir meglio, può appellarsi la città più forte dell'universo. Guai all'Italia, s'essa cadea allora nelle griffe turchesche; però quanto fu il terrore d'ognuno per quell'assedio, altrettanto giubilo si provò nella sua liberazione. Nè già mancò papa Pio IV di somministrar soccorso di gente e danaro per sì urgente bisogno della cristianità. Tuttavia don Garzia di Toledo, per aver cotanto differito il soccorso, ebbe dei miramur dal re Cattolico, e col tempo perdè il governo della Sicilia.

Fin l'anno precedente era stato conchiuso il matrimonio dell'arciduchessa Barbara d'Austria, figlia di Ferdinando I imperadore, con Alfonso II duca di Ferrara, e dell'arciduchessa Giovanna di lei sorella minore con don Francesco de Medici principe di Firenze. Ma convenne differirne dipoi l'esecuzione per la morte del suddetto Augusto. Nel dì 21 di luglio del presente anno il duca di Ferrara con grandioso accompagnamento s'inviò verso la Germania, per visitare in Ispruch la principessa a lui destinata in moglie. Di là passò a Vienna per assistere al funerale del defunto Cesare, e ricevette singolari finezze dal novello imperador Massimiliano II, e dai due arciduchi di lui fratelli. Tornato poscia in Italia, si diede a fare i preparamenti più magnifici per le nozze suddette; e nel dì 20 di novembre inviò a Trento il cardinale Luigi d'Este suo fratello accompagnato dal cardinal di Correggio e da una comitiva nobilissima, a sposare l'arciduchessa in suo nome. Insorsero ivi dispute di precedenza, per esservi giunto prima in persona il principe di Firenze, con pretendere perciò che seguisse lo sposalizio suo avanti a quello del duca di Ferrara. Ma rappresentando il cardinal Luigi la preminenza dell'età nella principessa Barbara, e del grado nel duca Alfonso, stante l'essere questi sovrano, e il Medici soggetto al padre duca, s'incagliò forte lo affare; e contuttochè il santo cardinale Carlo Borromeo, spedito colà dal papa con titolo di legato per onorar quelle nozze, si adoperasse non poco per ismorzare la contesa, niun d'essi volle ritrocedere. Troncò dipoi Massimiliano Augusto il gruppo con ordinare che lo sposalizio delle due arciduchesse si facesse negli Stati dei mariti loro destinati. Il che fu poscia puntualmente eseguito. Insigni feste furono fatte in Ferrara nel dì 5 di dicembre, in cui l'arciduchessa Barbara fece la sua solenne entrata, e parimente ne' susseguenti giorni, essendosi specialmente nel dì 11 del detto mese data esecuzione ad un torneo, intitolato il tempio d'amore, che riempiè di maraviglia e diletto per la novità e magnificenza dell'anfiteatro, delle macchine e delle comparse, l'incredibil copia degli spettatori, accorsi colà anche da lontane parti. Fra gli altri merita d'essere mentovato Guglielmo duca di Mantova con Leonora d'Austria sua moglie, sorella della nuova duchessa di Ferrara. Era allora essa città di Ferrara riguardata qual maestra di queste arti cavalleresche. Passò a Firenze anche l'arciduchessa Giovanna, e quivi ancora con solennissime feste di maschere, conviti, balli, giuochi di cavalli, caccie di fiere selvatiche, ed apparati di statue e pitture, furono magnificamente celebrate le sue nozze.