Abbiam fatta menzione del piissimo cardinal Carlo Borromeo, legato allora della santa Sede per tutta l'Italia. Ardeva egli di voglia di portarsi a Milano per visitar la sua chiesa, con disegno ancora di tener ivi il primo suo concilio provinciale; e cotanto tempestò lo zio pontefice, a cui troppo rincresceva lo stare senza di lui, che ottenne licenza di inviarsi colà nel dì primo di settembre. Vi andò, accolto con incredibil allegrezza e divozione dal popolo milanese; celebrò il concilio suddetto, con alloggiare alle sue spese i vescovi suffraganei; poscia si portò, siccome dicemmo, a Trento. Accompagnata sino a Ferrara la duchessa Barbara, continuò poi il cammino colla principessa di Toscana sino a Fiorenzuola, dove ricevette un corriere colla nuova di grave malattia sopraggiunta al pontefice; e però prese le poste verso Roma. Parve che in quest'anno il papa si dipartisse dalle massime plausibili di governo osservate da lui in addietro, e massimamente durante il concilio di Trento, di cui mostrava apprensione. Cioè si diede a far danaro; al qual fine impose alquanti nuovi aggravii allo Stato ecclesiastico: maniera comoda per ricavarne, ma eziandio per eccitar lamenti e riscuotere maledizioni. Fece anche rivedere i processi già cominciati contro di alcuni nobili, per imputazion di varii delitti; e questi furono il conte Gian-Francesco da Bagno e il conte Nicola Orsino da Pitigliano, a' quali diede gran travaglio; e fu creduto che si riscattassero colla moneta. Mosse in oltre lite al duca di Ferrara, pretendendo ch'egli avesse fatto più sale che non conveniva, con pregiudizio della camera apostolica: tutte cose odiose, benchè vestite col manto della giustizia. E non è già che questa avidità di pecunia gli entrasse in cuore per ingrassare od innalzare i parenti. Ebbe egli da soccorrere Malta con gente e danari; ebbe da inviar somma di contante all'imperadore per la guerra mossa dal Transilvano e dal Turco. Avea anche preso piacere alle fabbriche, all'abbellimento di Roma, a risarcir le fortezze e i porti dello Stato della Chiesa. Terminò egli in quest'anno la fortificazion del Borgo di Roma, di cui sopra parlammo, e che abbracciava il Vaticano e castello Santo Angelo, ed ampliò il recinto di Roma da quella parte, ordinando che si chiamasse Città Pia ad esempio di papa Leone IV che fabbricò la Leonina. Chiamasi oggidì Borgo Pio. Cominciò da' fondamenti il palazzo de' conservatori in Campidoglio, e rifece il pontifizio in esso sito. Ad uso pubblico rimise la via Aurelia, e fece del bene all'altra, che guida a Campagna di Roma. In benefizio ancora delle lettere istituì una nobile stamperia con varietà di caratteri anche di lingue orientali, e ne diede la cura a Paolo Manuzio letterato di molto credito, chiamato per questo a Roma.

Tali azioni, ed altre ch'io tralascio, servirono certamente ad illustrar la memoria di questo pontefice. Ma se per farle a lui fosse convenuto aggravare i suoi popoli, si può dubitare se sia vera gloria quella dei principi che senza necessità se la procacciano colle lagrime de' sudditi. La verità nondimeno si è, che la gravezza di quattrocento mila scudi d'oro da lui imposta nell'anno presente fu in soccorso dell'imperadore gravemente minacciato da' Turchi. Appena arrivato a Roma il cardinal Borromeo, ed informato dai medici della disperata vita del pontefice, egli stesso fu quello che destramente andò da avvertirlo che s'avvicinava il suo passaggio a miglior vita, e gli assistè sino all'ultimo respiro con altri due insigni cardinali Sirletto e Paleotto. Morì papa Pio IV nel dì 9 di dicembre, come s'ha dall'iscrizione posta al suo sepolcro; ma perchè mancò di notte, altri fa succeduta la morte sua nel dì 10 d'esso mese. Non mancarono difetti a questo pontefice (e chi n'è mai senza?), ma un nulla furono in paragon delle molte sue virtù; e sempre sarà in benedizione la memoria sua pel glorioso compimento da lui dato al concilio di Trento; per avere riformati i tribunali tutti di Roma; mantenuta la pace e l'abbondanza nei suoi Stati; e promosse alla sacra porpora persone di gran merito e di rara letteratura; e infine per essersi guardato da ogni eccesso nell'amore de' suoi, ed avere a beneficio ed ornamento di Roma fatte tante belle fabbriche. Era egli dotato di sì felice memoria, che all'improvviso recitava squarci degli antichi poeti, storici e giurisconsulti. Furono in quest'anno tumulti nel Monferrato, essendosi rivoltato il popolo di Casale contra di Guglielmo duca di Mantova lor signore. Ma il governator di Milano, a cui non piacevano questi semi di guerra, fu loro addosso coll'armi, e gli obbligò a chiedere perdono. Durò bensì la ribellione dei Corsi, quantunque contra d'essi fosse spedito da Genova Stefano Doria con nuove genti. Ricevette egli una buona percossa da que' ribelli, che anche costrinsero Corte colla sua rocca a rendersi, ma egli dipoi la ricuperò. Nel dì 18 di novembre di quest'anno si videro pomposamente celebrate in Brusselles le nozze di Alessandro Farnese, figlio di Ottavio duca di Parma, con donna Maria figlia di Odoardo, fratello di Giovanni re di Portogallo, la quale da Lisbona fu magnificamente condotta in Fiandra, dove dimorava allora esso principe colla duchessa Margherita sua madre governatrice dei Paesi Bassi. Tornei, giostre ed altri suntuosi divertimenti non mancarono in quella congiuntura, tuttochè pregni di mali umori si trovassero in questi tempi i popoli di quelle contrade, siccome accenneremo all'anno seguente.


MDLXVI

Anno diCristo MDLXVI. Indizione IX.
Pio V papa 1.
Massimiliano II imperad. 3.

Sul principio di quest'anno, cioè nel dì 7 di gennaio, fu posto nella cattedra di San Pietro uno de' più riguardevoli pontefici della Chiesa di Dio, per opera spezialmente del piissimo cardinal Carlo Borromeo, a cui aderiva il grosso partito de' cardinali creati da Pio IV suo zio. Questi veramente sulle prime inclinava co' suoi voti a promuovere il degnissimo cardinal Morone milanese. Ma nel dissuase il cardinal Michele Ghislieri, chiamato il cardinale Alessandrino, per essere stato il Morone carcerato sotto papa Paolo IV per sospetti di religione, quasichè non avesse bastato a pienamente dileguarli una chiara sentenza dell'innocenza di lui sotto il pontefice Pio IV, e l'esser egli stato capo del concilio di Trento. Si rivolsero dunque gli occhi d'esso Cardinal Borromeo ai cardinali Sirteto, Boncompagno, ed altri degni suggetti. Ma incontrandosi in cadaun d'essi qualche ostacolo, fissò finalmente i pensieri nel medesimo cardinale alessandrino; e tuttochè da più d'uno gli fosse rappresentato non convenire nè a lui nè alle creature di Pio IV l'innalzamento di chi riconosceva per suo promotore Paolo IV Caraffa, ed avea poco goduto della grazia dello stesso Pio IV; oltre all'essere in concetto d'uomo troppo rigido e severo; pure il Borromeo, assai conoscendo la somma pietà e l'integrità della vita dell'Alessandrino, e che il suo zelo non andava scompagnato dalla prudenza e clemenza, volle anteporre ad ogni privato suo riguardo il bene della Chiesa di Dio con accelerare la di lui elezione: esempio, il quale volesse Dio che stesse sempre davanti a chiunque deve entrare nel sacro conclave. Era nato il cardinale Ghislieri nell'anno 1505 nel Bosco, terra dell'Alessandrino, diocesi di Tortona, di bassa famiglia. Allorchè egli fu poi salito tant'alto, l'antica e nobil famiglia de' Ghislieri Bolognesi si recò ad onore di riconoscerlo di sua schiatta, vero o falso che fosse che un de' loro antenati nelle guerre civili avesse piantata casa nel Bosco. In età di quindici anni entrò nell'ordine religioso di San Domenico, in cui riuscì insigne teologo, fu inquisitore in varii luoghi, poi vescovo di Nepi e Sutri, e finalmente promosso alla sacra porpora nell'anno 1557 da papa Paolo IV che poi il deputò capo della sacra inquisizione in Roma. Era egli, siccome esente da ogni ambizione, ben lontano dal desiderio, non che dalla speranza di dover reggere come sommo visibil pastore la Chiesa di Dio, quando contro l'espettazion d'ognuno egli dai cardinali Farnese e Borromeo fu proposto e concordemente eletto pontefice, e prese il nome di Pio V per compiacere il Borromeo. Cosa curiosa si racconta, di cui non mi fo mallevadore: cioè, che, passando per la terra del Bosco un corriere portante in Francia la nuova della di lui elezione, senza che egli sapesse che quella era la patria del papa, il suo cavallo si fermò nella piazza d'essa terra, nè sperone o battitura bastò a rimetterlo in cammino. Accorse gente in aiuto del corriere, e saputo da lui il motivo della sua fretta, vennero anche ricavando l'esaltazione del loro compatriota: il che fatto, il cavallo, senza farsi più pregare, tornò al suo galoppo. Grande allegrezza che fu in quel popolo.

Non accolsero già con pari giubilo i Romani l'esaltazion di questo pontefice, temendo di veder risorgere in lui l'odiato Paolo IV, perchè conosciuto per uomo severo e collerico, tutto che presto passasse la collera sua, e zelante al maggior segno della sacra inquisizione. Di queste voci informato il buon Pio, ebbe a dire: Confidiamo in Dio di aver da operare in maniera che ai Romani dispiacerà più la nostra morte che la nostra elezione. Infatti diede egli principio alle sue lodevoli azioni colla liberalità, donando ai cardinali poveri venti mila scudi d'oro, e dieci mila ai conclavisti. Pagò inoltre, secondo che avea desiderato pria di morire Pio IV, cinquanta mila scudi di dote al conte Altemps, che avea presa in moglie una sorella del cardinal Borromeo. Nel primo concistoro, dopo avere ringraziati i cardinali per averlo innalzato a sì sublime grado, li pregò del loro aiuto e consiglio per rimettere in buon tuono la Chiesa di Dio, onoratamente riconoscendo che tante eresie e disastri sopravvenuti alla religion cattolica altra origine non aveano avuto che dalla mala vita e dai cattivi esempli dell'uno e dell'altro clero. Il perchè scongiurava ognuno di dar da lì innanzi buon odore, e di aiutarlo affinchè fossero ridotte in pratica le belle ordinanze del concilio di Trento. Poscia nel dì 6 di marzo per le tante batterie di varii porporati s'indusse a conferir la sacra porpora a fra Michele Bonelli suo pronipote per sorella, ed anche esso dell'ordine de' Predicatori, il quale per le molte sue virtù grande onore dipoi recò alla dignità cardinalizia. Applicossi dipoi con sommo fervore il santo pontefice a riformar la propria corte, gli abusi di Roma e corruttele della cristianità: intorno a che è da vedere la di lui Vita. All'infelice regina di Scozia Maria, agitata dalle fiere turbolenze del suo regno, inviò in dono venti mila scudi d'oro. La sua gratitudine verso di papa Paolo IV suo promotore cagion fu ch'egli, siccome accennammo, fatto rivedere il processo formato contra del fu cardinal Carlo Caraffa, e contra il già conte di Montorio suo fratello, e trovatolo difettoso, restituì almeno alla lor memoria e nobil casa ogni onore e fama, ancorchè paresse a taluno che lo scaricare i nipoti di Paolo IV tornasse in qualche aggravio o dello stesso pontefice loro zio, o di papa Pio IV che gli avea fatti condannare. Da una grave epidemia restò afflitto in questo anno il popolo romano. A tutti i poveri infermi somministrò il pontefice limosine, medici e medicine. Riscattò con pochi danari dalle mani de' corsari un suo nipote, per tale non riconosciuto da essi; e fattolo comparire in Roma con gli abiti da schiavo, gli donò un cavallo e un uffizio che annualmente fruttava cento scudi. Con questo lieve regalo il rimandò a casa sua. Così operava il santo pontefice, troppo alieno dal nepotismo.

Ma in quest'anno moltiplicarono i mali sopra la terra. Perciocchè il tuttavia vegeto gran signore dei Turchi Solimano, sempre sovvenendosi con rabbia dello scorno ricevuto da' cristiani nel vano assedio di Malta, e sempre ingordo di nuove conquiste, si diede a fare un più formidabile armamento non solo per mare, ma anche per terra. Dove avesse a piombare il suo sdegno, non si potea ben prevedere. Erano certamente in pericolo Malta e la Ungheria. Perciò il gran mastro Valletta fece gagliarde istanze di soccorso al papa e al re di Spagna, che non mancarono di preparar gente e navi, e di spedir grosse somme di danaro per difesa di quella importante isola. In tale strettezza di tempo fece egli quante fortificazioni mai potè nella lingua di terra dove dianzi era la smantellata fortezza di Sant'Ermo, dando principio alla città poi denominata Valletta, e si premunì in maniera che nulla paventò da lì innanzi le minaccie e i vanti degl'infedeli. Vennesi poscia a scoprire tali non essere le forze in mare de' Turchi, per lo gravissimo danno da lor patito nel precedente anno sotto di Malta, che potessero tentar di nuovo un osso sì duro. Contuttociò unirono coloro una flotta di ottanta galee (Andrea Morosino la fa di circa cento quaranta) sotto il comando del bassà Pialy, e la lor prima impresa fu di sottomettere all'impero ottomano l'isola riguardevole di Scio, ricca per la produzion del mastice, la quale, ducento anni prima presa dai Genovesi, si governava a guisa di repubblica colla superiorità de' Giustiniani nobili di Genova, e colla permissione della porta ottomana, a cui pagavano ogni anno un tributo di dieci mila ducati d'oro. Proditoriamente fu occupata quella città, abbattute varie chiese, alzata ivi una moschea con incredibil dolore de' poveri cristiani. Giunse dipoi la flotta turchesca nell'Adriatico. Tentò in vano Pescara e l'isole di Tremiti; ma al loro furore soggiacquero nella costa di Puglia e dell'Abbruzzo Ortona, Francavilla, Ripa di Chieti, il Vasto, San Vito, la Serra Capriola, Termole ed altre terre, per lo spazio di cento miglia, che rimasero saccheggiate e date alle fiamme, con fare schiavo chiunque si trovò pigro a fuggire. Fu spedito dal papa il duca di Bracciano alla difesa della Marca con quattro mila fanti pagati. I Veneziani frettolosamente corredarono e spinsero in mare cinquanta galee ben fornite di gente. Circa ottanta altre ne mise insieme don Garzia di Toledo vicerè di Sicilia. Verisimilmente l'avviso di tali armamenti quel fu, che indusse Pialy a tornarsene in Levante, lasciando liberi da ogni timore i Maltesi. Licenziate dipoi dal vicerè di Sicilia le galee di Spagna, Genova e Firenze, molte d'esse capitarono in mano de' corsari algerini, siccome ancora due navi con ricchissimo carico procedenti dall'America, per le quali prede immensi danni patì la repubblica cristiana.

Il pericolo maggior nondimeno, che soprastava ai cristiani, era in Ungheria, sapendosi che Solimano aveva allestito un potentissimo esercito da terra. Massimiliano II Augusto, che vedea in aria il nero temporale, intimò una dieta generale in Augusta, chiamando colà i principi tutti della Germania ed Italia. A questa fu dato principio nel dì 26 di marzo; e perciocchè si temeva che i protestanti, prevalendosi nel bisogno di Cesare, fossero per trattar ivi di religione, sollecito fu papa Pio a far venire colà da Polonia il celebre cardinal Commendone legato, il quale sì saggiamente dispose le cose, che niuna novità si fece ivi in riguardo alla religione; e però il papa mandò a Cesare di presente sessanta mila scudi colla promessa d'altri cinquanta mila l'anno, finchè durava la guerra col Turco. Intervennero ad essa dieta Emmanuel Filiberto duca di Savoia, che promise e mandò dipoi quattro o cinquecento cavalli archibugieri in aiuto dell'imperadore; e Guglielmo duca di Mantova, che s'impegnò di contribuir buona somma di danaro. Gli altri principi di Germania, chi più, chi meno, esibirono soccorsi, e in universale fu risoluto di mettere in piedi un'armata di quaranta mila fanti e di otto mila cavalli. Promise in oltre il principe di Firenze tre mila fanti e gran somma di danaro. Ma superò l'aspettazion d'ognuno Alfonso d'Este duca di Ferrara. Ho io descritto altrove [Antichità Estensi, P. II.] il grandioso suo apparato per soccorrere il cognato Augusto. Però brevemente dirò ch'egli in persona passò a Vienna con accompagnamento nobilissimo di trecento gentiluomini a cavallo, tutti ben in armi, di secento archibugieri a cavallo e di altri armati. Consisteva tutto questo corteggio in quattro mila persone; la sola metà nondimeno era di combattenti tutti a cavallo con bell'armi e ricche divise. Ma sì magnifico preparamento di Tedeschi ed Italiani, che tante spese costò, andò, poscia a finire in una guerra da scherzo, senza che dal canto de' cristiani prodezza alcuna si facesse, a riserva della presa di Vesprino. Intanto arrivò Solimano in Ungheria con sì poderoso esercito, che la fama e il terrore fece ascendere a secento mila persone, calcolandosi nonostante che solamente centocinquanta mila a cavallo, e cento mila pedoni fossero atti alle militari imprese. Fu presa da costoro Giula, poi nel dì 5 d'agosto messo l'assedio a Zighetto, città fortissima, che fu mirabilmente per alquante settimane difesa dal conte Nicolò Sdrino, contro i molti sanguinosi assalti dati dai Musulmani. Venne a morte in questo tempo, cioè nel dì 12 di settembre, sotto quella piazza il gran signore Solimano II. Nulla di ciò seppe sino al seguente ottobre l'esercito turchesco, sì accortamente si studiò il bassà Maometto di celarlo, affinchè Selim II di lui figlio avvisato si mettesse pacificamente sul trono. Anzi esso bassà fingendo minacciata, a lui e agli altri comandanti la morte, se non si prendeva Zighetto, animò i Turchi a far l'ultimo sforzo, per cui si finì di prendere la rocca tuttavia resistente, colla morte dello Sdrino e di tutta la guarnigione cristiana. Nulla di più fecero i Turchi, e vittoriosi se ne tornarono in Levante: con che restò sciolta anche l'armata cesarea. Venne il nuovo gran signore Selim sino a Belgrado ad incontrare il corpo dell'estinto genitore.

Si accese in questi medesimi tempi un altro incendio ne' Paesi Bassi, le cui scintille fin l'anno precedente aveano avuto principio. Per la vicinanza de' Tedeschi luterani e de' Franzesi calvinisti s'era ampiamente dilatato in quelle parti il veleno dell'eresia, e n'erano infetti anche assaissimi delle nobili e principali famiglie. A Filippo II re di Spagna venne in testa che il più efficace rimedio, per purgare que' mali umori fosse l'introdurre colà non l'inquisizione ordinaria che v'era, ma quella di Spagna coll'esorbitante sua rigidezza, senza ben esaminare, se per quegli stomachi fosse a proposito una medicina di tanto vigore. Ordinò pertanto che in Fiandra e Olanda e nel resto di que' paesi si pubblicasse e fosse accettato il concilio di Trento, e seco l'inquisizione suddetta. Forse al concilio non si sarebbe fatta resistenza; ma bensì la fecero coloro alla minacciata introduzione di un giogo che non aveano portato i lor maggiori, e che facea paura anche ai buoni ed innocenti. Ed eccoti tumulti, sedizioni, proteste e ricorsi alla duchessa Margherita governatrice de' Paesi bassi, la quale spaventata promise di scrivere al re, e intanto fu obbligata a far qualche capitolazione di tolleranza coi sollevati. Intesa che ebbe il re Filippo questa novità, gli cadde in pensiero di passar egli in persona con buona copia d'armati in Fiandra; ma poi prese la risoluzione di spedir colà don Ferdinando di Toledo duca d'Alva, personaggio che in alterigia e severità non si lasciava prender la mano da alcuno. Tali furono i principii d'una lagrimevol guerra che durò poi per trenta anni, e terminò nella funesta separazione degli Olandesi, ossia delle Provincie Unite, dall'ubbidienza del re Cattolico e della Chiesa romana. S'è disputato, e si disputa tuttavia, se si fossero conservati que' popoli nella vera credenza e nella divozione alla corona di Spagna, qualora il re si fosse astenuto dall'imporre ad essi l'insopportabil peso dell'inquisizione spagnuola, ed avesse adoperato i lenitivi, e non già i caustici e il ferro in sì scabrosa congiuntura. Ma niun può decidere qual effetto avesse prodotto la clemenza e la mansuetudine che il duca di Feria vigorosamente consigliò allora al re Cattolico, perchè tali radici avea preso ne' Paesi Bassi l'infezione dell'eresia, che forse colla piacevolezza neppur si sarebbe mantenuto nella cattolica religione quel paese che poi colla forza si preservò. Certissimo tuttavia all'incontro si è, che la via del rigore usata contra di questi popoli, i quali pretendevano lesi i lor privilegii colla novità dell'inquisizione suddetta, fece infine perdere al re Cattolico e alla Chiesa romana quelle belle provincie che oggidì miriamo cotanto ricche e mercantili far sì grande figura negli affari del mondo. Fu imputata tutta quella ribellione al prurito di libertà per seguitar le nuove false opinioni; ma chi avesse bene scandagliato il cuor di ognuno, avrebbe trovato essere grandissima, anzi superiore la schiera di coloro che nulla pensavano a mutar religione, ma sì ben cercavano di schivare un tribunal sì odioso che maneggiato alla forma di Spagna facea ribrezzo a chi ne sapeva l'acerbità, e ne ingrandiva in suo cuore il fantasma. Buoni cattolici erano e sono i Napoletani; pure che non han fatto, allorchè si è trattato di un'introduzion somigliante? Ma non più di questo. Creato che fu papa il buon Pio V, Ottavio Farnese duca di Parma e Piacenza si portò in persona a pagare il tributo del suo ossequio al suo novello sovrano. Tornato a Parma, inviò una nobil comitiva a condurre dalla Fiandra la principessa di Portogallo sua nuora in Italia. Venne essa col principe Alessandro suo consorte, e nel dì 24 di giugno fece la sua magnifica entrata in Parma, accolta da madama Vittoria, sorella di esso duca e moglie di Guidubaldo duca d'Urbino. Quivi con varie feste e divertimenti si solennizzò l'arrivo di essi principi, mentre la duchessa Margherita madre del medesimo Alessandro, e reggente de' Paesi Bassi, si trovava in mezzo alle tempeste, delle quali poco fa abbiam favellato.