MDLXVII

Anno diCristo MDLXVII. Indizione X.
Pio V papa 2.
Massimiliano II imperadore 4.

Da che si vedeano con dolore i progressi dell'eresia in Francia e nei Paesi Bassi, attese con diligenza il sommo pontefice Pio a preservare specialmente l'Italia da quella perniciosa influenza. Sotto i precedenti papi non avea fatto grande strepito l'inquisizione in Roma; tornò a farsi sentire il suo vigore, ed anche rigore, sotto questo zelantissimo papa. E che in Italia non mancassero di quelle teste, che cominciarono a disapprovar certi usi della Chiesa, anzi segretamente sostenevano i perversi insegnamenti degli eretici di questo secolo, non se ne può dubitare. Ha pur troppo anche l'Italia somministrati eresiarchi agli oltramontani, e si videro persone di gran distinzione passare talvolta nel campo dei protestanti. Ora alcuni di costoro patentemente ribellati alla vera Chiesa di Dio furono presi in varie parti; e il pontefice avendoli ottenuti dal duca di Firenze, dai signori veneziani, dal governator di Milano e da altri, li fece condurre a Roma. E guai se ne nascevano sospetti di guasta credenza nelle persone; ciò bastava per trarli alle carceri. Quindi passò un salutevol terrore per tutta l'Italia, che mise in briglia i cervelli forti, o vogliosi di libertà. Lasciossi anche portare il pontefice dal suo zelo a bandire da Roma tulle le pubbliche meretrici contro il sentimento del senato romano, che gli rappresentò le peggiori conseguenze che proverrebbono da siffatto universal divieto, essendoci dei mali nel mondo che convien tollerare per ischivarne dei maggiori. La sperienza comprovò questa varietà; e però il papa ordinò che almeno queste sordide femmine si ritirassero in remoto ed ignobil angolo della città. Fece anche fabbricare una suntuosa casa o palazzo per li catecumeni. E ben sotto di lui si convertirono alla fede assaissimi Giudei ed anche ricchi. Una gran predica diveniva per gli scorretti la stessa vita santa di questo pontefice. Era già stata, siccome dicemmo, presa in Ispagna la risoluzione di inviare in Fiandra il duca d'Alva con buone forze per reprimere i moti di ribellione eccitati in quelle contrade [Adriani, Famiano Strada, Cardinal Bentivoglio, Campana ed altri.]. E perciocchè tale spedizione non si potea fare per la Francia, convenne pensare alla via d'Italia. Vennero intanto ordini a Gabriello della Cueva duca d'Albuquerque e governator di Milano, ed ai vicerè di Napoli, Sicilia e Sardegna, di unir quante truppe spagnuole potessero, e di reclutarle ed accrescerle. La massa delle genti fu fatta fra Alessandria ed Asti; e però il duca d'Alva imbarcatosi sul principio di maggio con diecisette bandiere di fanti spagnuoli, arrivò a Genova, e passò a far la rassegna delle raunate soldatesche. Si trovò avere otto mila ed ottocento fanti spagnuoli ed italiani, gente veterana e di sperimentato valore, ed inoltre mille e ducento cavalli tra italiani, spagnuoli ed albanesi. Si unirono poscia con lui nel viaggio mille Tedeschi ed altri piccioli rinforzi. Ottenuto il passaggio dal duca di Savoia, condusse quest'armata, pel Moncenisio, e andò in Borgogna, e di là in Fiandra, dopo aver dato gran gelosia ai Ginevrini e Franzesi, che per questo si premunirono ai confini.

Molto prima di siffatta spedizione era riuscito alla duchessa Margherita, governatrice de' Paesi Bassi, di rimettere colla forza all'ubbidienza del re Cattolico le città di Tornai, di Valenciene, di Mastrich e d'Anversa, dove in addietro essendo prevaluto il partito dei miscredenti, mossi ed aiutati dagli ugonotti di Francia, avea commesse di grandi insolenze contra de' cattolici, con prorompere in aperta ribellione. Castigo non mancò ai medesimi; e questo esempio sì buon effetto produsse, che tornò la tranquillità per tutte quelle provincie, e la religione cattolica restò nel suo vigore e quiete dappertutto. Perciò la duchessa non una, ma più lettere scrisse al re, rappresentandogli che colla via della soavità si guadagnerebbe tutto, e che non potrebbe se non nuocere l'inviar colà il duca d'Alva colla bandiera del terrore; giacchè, cessando il temuto nome della inquisizione spagnuola, quei popoli protestavano di voler continuare nel dovuto ossequio verso la Chiesa e verso il re. Ma per mala fortuna, ancorchè il re Filippo si trovasse assai perplesso, prevalse nel consiglio suo la presa risoluzione di spedire il duca e l'esercito in Fiandra, perchè sempre si temeva sopito, ma non estinto il fuoco dei precedenti tumulti, e venivano ancora dei gagliardi soffii dalla parte di Roma. Pure è lecito il credere che nulla avrebbe pregiudicato, anzi con più polso giovato ad assodar la dimostrata ubbidienza dei popoli, l'arrivo del duca d'Alva colà, se egli coll'amorevolezza e con dolci maniere avesse trattati quei popoli, e provveduto con prudenza alla parte guasta dall'eresia, ch'era la minore. Ancor qui bisogna chinar la fronte davanti agli occulti giudizii di Dio. Il primo passo che fece la superbia del duca d'Alva, e che intorbidò tutta la pace, rifiorita per cura della saggia duchessa nelle provincie, fu il trattener prigioni i conti di Agamonte e di Horno, amendue de' principali signori della Fiandra. Il principe d'Oranges, più di loro avveduto, s'era con altri, assai conoscenti dello strambo umore del duca, ritirato in Germania. Questa risoluzione presa ed eseguita senza parteciparla alla duchessa reggente, fece abbastanza a lei conoscere di non poter più con suo decoro fermarsi dove era chi esercitava maggiore autorità della sua. Però con sue lettere molto circospette supplicò il re fratello di concederle il congedo; ed ottenutolo, il ringraziò, predicendogli non di meno che la presente politica del di lui gabinetto arriverebbe a far acquisto di un grande odio, e una non lieve perdita di potenza nei Paesi Bassi. Si partì di Fiandra la duchessa Margherita, accompagnata dalle lagrime di quei popoli, che non cessavano di esaltare la sua pietà, il saggio suo governo, la sua cortesia e le altre sue belle doti; e tanto più vedendosi eglino restare sotto il dispettoso e severo ceffo del duca d'Alva. Tornossene a Parma questa illustre principessa, ricevuta con solennissimo incontro dal duca Ottavio consorte, e le furono dal re Cattolico accresciute le rendite dotali, fondate nel regno di Napoli, fino a quattordici mila scudi per anno. Per onore di questa principessa ho creduto a me lecito di entrare negli affari di Fiandra, intorno ai quali altro non soggiugnerò, se non che il borioso duca d'Alva continuò a far varii altri rigori, esecuzioni e novità, che servirono di tromba per muovere a sedizione e a guerra dichiarata quelle provincie, sostenute dal credito e dagl'incitamenti del duca d'Oranges.

Le turbolenze della Fiandra, nelle quali gran mano teneano gli ugonotti di Francia, tornarono ad accendere il fumo e la ribellion di coloro contra del re Cristianissimo. Giunsero fino a tentare di far prigione il medesimo re con tutta la sua corte, ma non venne lor fatto. Portarono il terrore sino alle porte di Parigi, s'impadronirono di Bologna in Piccardia, della Rocella e d'altre piazze, poco avendo servito a fermare i lor passi una rotta data loro a San Dionigi. In tali angustie il re Carlo IX ricorse all'aiuto di Pio V ed ai principi d'Italia. Avrebbe il papa volentieri inviate colà alcune migliaia di fanti; ma avendo il consiglio del re mostrato abborrimento ad armi straniere, e bramando piuttosto un soccorso di danari, si obbligò esso pontefice di somministrar ogni mese venti cinque mila ducati d'oro, fintantochè durasse la guerra. Il duca non di meno di Savoia, il quale, per quanto s'ha dal Guichenone, fu in pericolo in quest'anno di esser preso dagli ugonotti di Lione, mentre era alla caccia nella Bressa, inviò un soccorso al re di Francia di tre mila pedoni e mille e settecento cavalli, comandati da don Alfonso d'Este, zio del duca di Ferrara, e padre di don Cesare, che fu poi duca di Modena. Dicono che si trovò questa gente alla suddetta battaglia di San Dionigi. Le storie nostre mettono molto più tardi l'arrivo di tal soccorso in Francia; e l'Estense solamente al principio dell'anno seguente si mosse da Ferrara. Continuò ancora nel presente anno la ribellion dei Corsi alla repubblica di Genova; ma perchè presso Aiazzo restò ucciso il Sampiero, capo della rivolta, nè Alfonso suo figlio, tuttochè uomo di gran valore, succedendo a lui ebbe il credito e seguito del padre, noi vedremo all'anno seguente tornare al loro sito l'ossa slogate di quell'isola. Il giorno 4 novembre di quest'anno fu l'ultimo della vita di Girolamo Priuli doge di Venezia, in cui vece, nel dì 26 d'esso mese, fu alzato a quella dignità Pietro Loredano.


MDLXVIII

Anno diCristo MDLXVIII. Indizione XI.
Pio IV papa 3.
Massimiliano II imperadore 5.

Non si può passar sotto silenzio una delle più strepitose tragedie che ci rappresenti mai la storia, cominciata sul principio di quest'anno in Ispagna, e terminata dopo sette mesi, che diede dolore ad infinite persone, e stupore e gran materia di parlare ad ognuno per tutta Europa. Non avea Filippo II re di Spagna che un figlio solo, cioè don Carlo, erede futuro di quella vasta monarchia, già pervenuto alla età di ventidue o ventitrè anni, e che veniva considerato dai Siciliani, Napoletani e Milanesi per destinato dalla provvidenza al loro governo. Verso la mezza notte del dì 18 di gennaio lo stesso re accompagnato da' suoi consiglieri entrò nella di lui camera, e fece tosto levar la spada e una pistola carica ch'egli teneva sotto il capezzale. Svegliato il principe, saltò fuori del letto, e, veduto il padre gridò: Vostra maestà mi vuol ammazzare. Gli ordinò il re di tornarsene a letto; ma egli da disperato tentò fin buttarsi nel fuoco. Tolta fu di sua camera ogni scrittura, e tutto ciò di cui si sarebbe egli potuto servire per nuocere a sè stesso; e ben inchiodate le finestre, furono lasciate ivi buone guardie che il custodissero di vista, e riferissero tutti i suoi cenni e parole. Da lì a qualche giorno venne chiuso il misero principe in una forte torre. Secondo le apparenze, fu creduto che il padre altro non intendesse che di ritenerlo ivi senza voler la sua morte; ma egli in tante maniere se la procurò o col non voler cibo, o col prenderne di troppo, e spezialmente col lasciarsi vincere dalla rabbia e dal dolore, che nel dì 14 di luglio cadde gravemente malato. Allora fu ch'egli si rassegnò ai voleri di Dio, e munito poi dei sacramenti spirò l'anima nel dì 24 d'esso mese, vigilia della festa di San Jacopo maggiore, tanto venerato dagli Spagnuoli. Solenni esequie per quindici giorni gli furono fatte per ordine del padre, sommamente afflitto per la perdita di un figlio, qualunque egli si fosse, e per le tante dicerie, che ben prevedeva inevitabili per sì lagrimevole scena. E gran dire fu in effetto per questo dappertutto, e massimamente gli storici (e son ben molti) pretesero d'informare il pubblico dei motivi che indussero un re padre a privarsi di un figlio, e figlio unico, non già col veleno, come sospettarono i maligni, ma con una stretta prigionia, che bastò per trarlo alla morte.