Sognarono alcuni che don Carlo cominciasse o accrescesse l'izza sua contro il padre al veder presa da lui vecchio per moglie Isabella di Francia, che conveniva molto più a lui giovanetto. Che da lì innanzi egli amoreggiasse la matrigna, onde nascesse grave gelosia nel padre, il quale vieppiù si confermasse in tal sospetto, perchè la buona principessa gli parlasse talvolta in iscusa e favore del figliastro. Crebbe maggiormente cotal diceria, allorchè si vide mancar di vita per immaturo parto la stessa regina Isabella nel dì 3 di ottobre di quest'anno, interpretando la maliziosa gente per violenta una morte, che tanto facilmente potè essere naturale, e che inavvertentemente fu accelerata dai medici, giudicanti lei oppilata e non gravida. E questo s'ha dai romanzi fabbricati su questo funestissimo avvenimento, fra' quali ha avuto grande spaccio quello del signor di San Reale. Altri scrissero nata la discordia di don Carlo col padre, perchè tenuto come schiavo, e sovente ancora sgridato. Ch'egli tramò di fuggirsene e venire in Italia, o passare in Fiandra, per sollevare i popoli contro il real genitore; e che diede impulso alla sollevazion de' Mori, accaduta in questi tempi in Ispagna. Aver egli confidato, o almen lasciato traspirare qualche suo pernicioso disegno a don Giovanni d'Austria suo zio, il quale immantinente rivelò tutto al re. Che don Carlo sparlava pubblicamente del padre e dei suoi ministri; manteneva corrispondenze coi di lui nimici; era di genio sì crudele, che potea temersi di lui non un re severo, ma un tiranno spietato. Ch'egli si scoprì infetto di sentimenti eretici, per li quali fu anche chiamato il consiglio dell'inquisizione, secondo il parer di cui, non meno che del real consiglio, fu conchiuso doversi anteporre il pubblico bene della religione e dello Stato ad ogni privato riguardo. Perlochè fu proferita sentenza di morte contra di lui, e questa sottoscritta con coraggio dal re afflittissimo contro tutte le ripugnanze della natura.
Ma il saggio lettore deve essere persuaso che la immaginazion del volgo e degli storici e dei politici fabbricò qui più sul verisimile che sul vero; perciocchè Filippo II non volle per motivi di saviezza rivelare giammai al pubblico i motivi dell'imprigionamento del figlio. Quel che si può tenere per fermo, si è, che don Carlo fu principe di cervello torbidissimo, di genio stravagante, e pregno d'odio contra del padre: passione capace d'ispirargli ogni più rea risoluzione. Che il re padre nulla operò contro il figlio senza consultar sopra sì importante affare ministri e teologi, e senza chiarire con buone pruove in un processo i demeriti del figliuolo. E finalmente essendo egli stato monarca sì saggio e pio, non si può mai credere che egli padre prendesse sì vigoroso risentimento contra di un unico figlio, se giuste e potentissime ragioni non l'avessero spinto a sacrificare l'amore paterno all'interesse dello Stato. Anche lo czar Pietro imperadore della Russia, principe d'immortale memoria, si è veduto ai giorni nostri nel medesimo cimento, e ridotto a punire un figlio anch'esso unico, di cui tutto si potea temere. Questi poi volle per discolpa sua informato il mondo della giustizia di quel gastigo. Ma il re Filippo dovette credere maggior prudenza il tenere occulti i giusti motivi dell'indignazione e risoluzione sua. In somma quando un padre non tiranno, non empio, ma assennato e timorato di Dio, arriva ad infierire contra di un figlio, si ha da sentenziare in favore del primo, e non dell'altro.
Potrebbesi ben dubitare se convenisse alla prudenza di sì gran re l'avere inviato in Fiandra un nobile carnefice, che tale si potè chiamare il duca d'Alva, senza mai far caso dei consigli della duchessa Margherita sua sorella, e delle preghiere di Massimiliano II imperadore, che, prevenendo i disordini seguaci della crudeltà, non cessò mai d'inspirargli le vie della clemenza, per le quali si sarebbe assodata la religione cattolica e il dominio spagnuolo ne' Paesi Bassi. Fece l'inumano duca nel presente anno su pubblico palco decapitare i conti d'Agamonte e d'Horno, nobilissimi e prodi signori, che pur protestavano di nulla avere operato contro il re Filippo, e coraggiosi morirono nella comunione della Chiesa cattolica: il che fe' sempre più conoscere che la religione non era il primo motivo di quelle barbariche esecuzioni. Contra non meno di secento altre persone, dice l'Adriani, la maggior parte nobili, e almen la metà cattoliche di credenza, fulminata la sentenza di morte, ebbe il suo effetto; e ne restava nelle prigioni non minor numero, benchè di minor qualità e rispetto. Che orrore, che odio, che incitamento alla ribellione e alla vendetta cagionasse questo macello ne' popoli di quella provincia, non occorre ch'io lo racconti. Riportò in quest'anno due vittorie il duca d'Alva, l'una contro Lodovico di Nassau, e l'altra contra il principe d'Oranges, fratello di esso Lodovico; e per queste sì fattamente si gonfiò, che volle entrar come trionfante in Brusselles, e nell'anno seguente volle che gli fosse dirizzata una statua di bronzo con iscrizione piena di tanta vanità, che beffar si fece da tutti i saggi. Maggiormente ancora gli salì il fumo alla testa, perchè il pontefice Pio V, riguardando in lui un gran difensor della fede, gli mandò in dono il cappello e lo stocco ornati di gemme. Anche in Francia continuò la guerra del re Carlo contro gli ugonotti; ma in tali angustie si trovò esso re, per mancanza specialmente di pecunia, che non seppe esentarsi dal venire ad un accomodamento, ossia pace, con essi nel dì 25 di marzo, accordando a coloro tali condizioni, che non meno dal papa che dal re Cattolico fu disapprovata e biasimata come soverchia la di lui condiscendenza. Ebbero i Genovesi in questo anno la consolazione di metter fine alla rivolta dei Corsi, con guadagnare Alfonso figlio di Sampiero, che già vedemmo divenuto capo dei ribelli in quell'isola. Non avendo costui trovato alcun principe che stendesse una mano per aiutarlo, e niun di essi accettando l'offerta, vanamente lor fatta della Corsica, diede ascolto a chi trattava di pace: gli furono pagati dalla repubblica di Genova tutti i suoi beni, ed egli passò dipoi a stabilirsi in Francia, dove pel suo valore nelle seguenti guerre meritò d'aver nobili impieghi. Con ciò la Corsica si quetò, e tornò tutta all'ubbidienza dei Genovesi. Potrebbe essere nondimeno che il compimento di questo giubilo lo conseguissero eglino solamente nell'anno seguente. Durava tuttavia la lite di precedenza fra Alfonso duca di Ferrara, e Cosimo duca di Firenze. Gran dibattimento intorno ad essa fu fatto nel presente anno, essendo favorevole al primo l'imperadore, e all'altro il papa. Inclinava la corte di Francia a sostener la parte dell'Estense, e seguì anche un tumulto in quella corte per questo, in occasione di celebrarsi il funerale del defunto don Carlo principe di Spagna. Avea preso l'imperadore a decidere questa contesa, ma non mai giunse a proferirne il suo voto. Per altra via papa Pio V si studiò di darla vinta al duca di Firenze, siccome diremo all'anno che seguita.
MDLXIX
| Anno di | Cristo MDLXIX. Indiz. XII. |
| Pio V papa 4. | |
| Massimiliano II imperad. 6. |
Perchè s'andava maggiormente accendendo la guerra in Fiandra, e varii principi della Germania aveano già preso a proteggere il principe d'Oranges ribello del re di Spagna, l'imperador Massimiliano, a cui premeva di estinguere quel fuoco anche pe' suoi particolari interessi, avea spedito nell'anno addietro a Madrid l'arciduca Carlo per consigliare il re a levare dal governo di Fiandra quel beccaio del duca d'Alva, e seco le milizie spagnuole, assicurandolo che coll'uso della clemenza quei popoli tornerebbero tutti all'ubbidienza del re, purchè vi si mettesse un governatore di gran credito e prudenza. Ebbe un bel dire lo arciduca. All'altura spagnuola sembrava offeso il suo decoro, se cedeva alle dimande de' sudditi, benchè portate dal cugino Augusto. Si sospettò tendere questo maneggio a far cadere quel governo in uno degli arciduchi, e a ricavarne la libertà della religione nei Paesi Bassi. In somma nulla di ciò ottenne l'arciduca; ma bensì fu conchiuso che l'imperadore darebbe per moglie al re Filippo II l'arciduchessa Anna sua figlia, e a Carlo IX re di Francia l'altra minor figlia Isabella. Tornò l'arciduca Carlo in Italia, dopo aver ricevuto dalla corte cattolica grossi sussidii per la temuta guerra dei Turchi, e passò a Firenze a visitar la principessa sua sorella, e di là poi venne a dì 7 di maggio a Ferrara per veder l'altra sorella, cioè Barbara moglie del duca Alfonso II. Siccome questo duca era sommamente magnifico in simili occasioni, non lasciò indietro spettacolo o divertimento alcuno per solennizzar la venuta di sì illustre cognato. Il condusse anche a Venezia a veder la festa dell'Ascensione; poscia ritornato con esso lui a Ferrara, nel dì 26 del suddetto mese fece eseguire un torneo di maravigliosa invenzione e di somma spesa, in tempo di notte, e sopra la larga fossa della città, con singolar varietà di macchine, di azioni e di ricche comparse. Ma sì grandiosa festa, in cui non si sa se maggior fosse il diletto o lo stupore, rimase funestata da un lacrimevole successo. Perciocchè essendo scesi dal muro in una barca sei di que' nobili combattenti tutti armati, cioè il conte Guido ed Annibale de' Bentivogli (l'un figlio e l'altro fratello del conte Cornelio Bentivogli), il conte Ercole Montecuccoli, Niccoluccio Rondinelli, il conte Ercole Bevilacqua ed Annibale Estense, tutti signori di rara nobiltà e valore, per poca avvertenza dei loro servitori, si rovesciò la barca, e, a riserva dei due ultimi, i quattro primi cavalieri restarono miseramente affogati nell'acqua.
Un altro miserabile spettacolo di lunga mano maggiore si provò nell'anno presente in Venezia. Tra le maraviglie di Italia vien considerato il ricchissimo e vastissimo arsenale di Venezia. Nella notte susseguente alla festa dell'Esaltazione della Croce, ossia al dì 14 di settembre (e non già al dì 24, come ha, credo per errore di stampa, il Campana), o per malizia degli uomini, o per natural fermentazione dei nitri dell'aria, si attaccò fuoco in uno dei torrioni, dove era la polve da cannone, che si comunicò ai tre altri simili. Tale fu l'empito di questo scoppio, che rovinò la metà dell'arsenale, si fracassarono molte galee, andò per terra gran quantità di case vicine, e tutto il monastero e la chiesa delle Celestine, con altri infiniti danni. Tre o quattro mesi prima s'era divulgato un prognostico, senza saperne l'autore, che alla metà di settembre verrebbe la fine del mondo. Con questa prevenzione in capo non si può esprimere qual terrore negli animi anche della gente savia producesse sì spaventoso accidente. Ma ritornata la quiete primiera, non tardarono quei prudentissimi padri a rifabbricar tutto anche in forma migliore. Fu questo un preludio a maggiori disavventure della repubblica veneta, la quale, sentendo un grande armamento che si faceva dalla parte di Selim sultano dei Turchi, fu obbligata anch'essa a fare un grosso preparamento di vele e genti per quel che potesse occorrere. Attendeva intanto l'indefesso pontefice Pio V a mettere in buon assetto le cose della religione, con sostenerne la difesa in Francia, Germania e Fiandra, e insieme a riformar gli abusi dello stato ecclesiastico. Da questo furono banditi gli Ebrei, e loro solamente permesso di abitare in Roma ed Ancona. Con buona prammatica fu riformato il lusso delle donne, e molto più quello degli ecclesiastici. Uscì rigoroso proclama che vietava a chiunque avea abitazione in Roma, il poter andare alle pubbliche osterie e taverne, per quivi mangiare, bere o giocare, essendo queste unicamente istituite pel bisogno de' forestieri e per chi non ha casa: regolamento che verisimilmente fu di corta durata ma che sarebbe da desiderare introdotto e mantenuto anche nelle altre città, per impedir tanti disordini che ne provengono al basso popolo. Ma pur troppo andrà sempre il privato interesse al di sopra del pubblico bene.
Le paci degli ugonotti in Francia erano come le febbri quartane, e però poco stettero coloro a sguainar le spade, e a far più che mai una furiosa guerra ai cattolici. Il re Carlo IX per questo ricorse al papa, ai principi d'Italia e al re di Spagna. E non indarno, perciocchè, conoscendo il pontefice quanto in quei torbidi fosse interessata la causa di Dio, fece quanto potè per soccorrerlo. Da saggio padre non adoperò già nei suoi Stati l'odioso ripiego di accrescere la gravezze, ma sì ben si servì delle preghiere, colle quali ricavò dalla sola Roma cento mila ducati, ed altrettanto dagli ecclesiastici, ed altri cento mila dal rimanente de' suoi Stati. Adunò inoltre quattro mila fanti e mille cavalli, coi quali si congiunsero altri mille fanti e cento cavalli somministrati dal duca di Firenze. Eletto per generale d'essa gente il conte Sforza da Santafiora, spedì questo aiuto in Francia: aiuto non lieve al re Cristianissimo in que' bisogni, essendosi poi segnalati questi Italiani nella difesa di Poitiers, e nella battaglia di Moncontur, in cui le armi cattoliche riportarono una gloriosa vittoria. Ventisette furono le insegne o bandiere che in tal congiuntura guadagnò il conte di Santafiora generale del papa; e queste, inviate a Roma, furono appese in San Giovanni Laterano con iscrizione in marmo per eterna testimonianza della pietà del papa e del valore degl'Italiani. Non parlo del progresso delle guerre civili di Francia, per accennare dipoi gli avvenimenti di Fiandra, nei quali parimente ebbero parte molte milizie e nobili d'Italia. Il duca d'Alva, in cui, oltre alla naturale inclinazione, si accresceva ogni dì più qualche dose di alterigia per le vittorie riportate, e per tante armi che aveva in sua mano, si teneva ormai sotto i piedi la nazion fiamminga, sotto il qual nome a me sia lecito di comprendere tutti i Paesi Bassi. Trovando egli non solo esausto, ma anche indebitato l'erario regio, per rimetterlo, anzi per renderlo capace di maggiori imprese, si avvisò d'imporre nuovi aggravii a quei popoli. Pubblicò dunque un editto, ordinando che si pagasse per tutte le vendite de' mobili la decima parte, la vigesima per gli stabili, e di tutti per una volta sola la centesima. Ma i Fiamminghi, assai conoscenti che questo insopportabil peso era la maniera d'impoverirli, e che tutto quello che contribuissero alle voglie del duca, avea da servire per maggiormente conculcar loro stessi, cominciarono a ricalcitrare, mostrando che siffatto insolito aggravio andava a rovinar interamente il traffico, già troppo infievolito a cagion di tanti tessitori che erano passati in Inghilterra; e che si ridurrebbono in tale povertà, che neppure in tempo di pace avrebbero potuto pagare le ordinarie contribuzioni. Ma quanto più essi gridavano e comparivano renitenti ad una cieca ubbidienza, tanto più inalberava il duca. Il tornare indietro non era cosa da Spagnuolo; perciò venne al tuono delle minacce, ma senza ottener l'intento. In tali dispute terminò l'anno presente in quelle parti.
Ebbero in quest'anno varii capi di querele contra del pontefice l'imperador Massimiliano II e il re di Spagna Filippo II. Le buone maniere che sapeva usare l'accorto duca di Firenze Cosimo I, l'aveano renduto sì accetto a papa Pio V, ch'egli si potea in certa guisa chiamare l'arbitro della corte romana. Bastava che egli chiedesse, per ottenere. Concertata dunque fra loro la maniera di decidere, senza decidere, la preminenza del duca di Firenze sopra quel di Ferrara, il papa nel dì primo di settembre, senza partecipazion del sacro collegio, dichiarò Cosimo gran duca di Toscana, con assegnargli la corona regale. Specialmente si fondò egli, per concedergli quest'onore, nella pretensione del duca di non riconoscere alcun superiore temporale nel dominio fiorentino, e in una non so qual distinzione di papa Pelagio. Per questa risoluzione si risentirono forte e fecero gravi doglianze l'imperadore e il re di Spagna, pretendendola per una manifesta usurpazione del diritto altrui, stante l'esser Cosimo pel dominio fiorentino vassallo dell'imperio (come esso Augusto con sua lettera [Lunigo, Codice Diplomat.] diceva apparire dalle investiture ossia dai diplomi di Carlo V), e per la signoria di Siena vassallo dei re di Spagna; e stante il non aver i pontefici giurisdizione alcuna temporale in quegli Stati. Tanto più ancora si alterarono quei due monarchi, perchè a dispetto delle loro proteste e richiami, portatosi il duca Cosimo nell'anno seguente a Roma, con gran solennità ricevette dalle mani del papa la corona regale e lo scettro, senza che alcuno degli ambasciatori dei principi volesse intervenire a quella funzione. Dichiaravasi poi particolarmente esacerbato il re Cattolico, per avere il papa inviato in Sicilia monsignor Paolo Odescalco con titolo di nunzio, e facoltà di regolar quivi le cose ecclesiastiche: cosa insolita e contraria al preteso privilegio, ossia consuetudine della chiamata monarchia di Sicilia. Dolevasi inoltre che il pontefice avesse fatta un'altra novità coll'aggiugnere alla bolla In Coena Domini la proibizione ai principi d'imporre nuove gabelle e dazii ai popoli lor sudditi, con iscomunicar chi ciò facesse, senza eccettuare alcuno dei monarchi. Ma in nulla andarono a finir tutti questi lamenti, proteste e disgusti, perchè tempi correano, ne' quali ognun dei potentati cattolici abbisognava delle rugiade di Roma; l'imperadore per la guerra temuta vicina dei Turchi; il re di Francia per quella degli ugonotti; e il re Cattolico per la rivolta dei Mori, e per li torbidi della Fiandra. Anche il duca di Savoia Emmanuel Filiberto restò non poco offeso per l'onore conferito dal papa al duca di Firenze, e mandò le sue grida a Roma. Quetollo il pontefice con dire di non aver inteso con ciò di pregiudicare ai diritti di principe alcuno.