Prese il novello papa il nome di Gregorio XIII, dicono per la venerazione che egli professava a san Gregorio Magno, se pur non fu a san Gregorio Nazianzeno. Volle che invece di gittare al popolo, secondochè si usava nella coronazione dei papi, la somma di quindici mila scudi di oro, questa si distribuisse ai poveri. Parimente in favor d'essi ordinò che s'impiegassero altri venti mila scudi, soliti a darsi ai conclavisti, perchè niuna molestia o fatica aveano patito in sì poco tempo che era durato il conclave. Era non so come saltato in capo al pontefice Pio V di fabbricare oppur di tirare innanzi una fortezza nel territorio di Bologna. Il primo favore che papa Gregorio compartì alla sua patria, fu quello di ordinarne la demolizione nei primi giorni del suo pontificato. Ad inchinare il nuovo pontefice si portò in persona Alfonso II duca di Ferrara con accompagnamento magnifico di molta nobiltà, e vi concorsero ancora gli ambasciatori di tutti i potentati cattolici. Mostrò dipoi questo pontefice il medesimo desiderio ed ardore, che aveva già avuto il suo predecessore, per proseguir la guerra contro la potenza ottomana; e però spedì tosto nunzii e legati ai monarchi e principi della cristianità, per pregarli ed esortarli a così lodevole impresa. Confermò generale delle galee pontificie Marcantonio Colonna, già mandato innanzi dal sacro collegio ad imbarcarsi. Ma non vi fu che il re Cattolico Filippo II, il quale contribuisce soccorsi, e questi anche lievi a paragon dell'anno precedente; perchè gravi sospetti correano che il re di Francia macchinasse guerra contro la Spagna e con qualche certezza si prevedevano perniciosi movimenti nei Paesi Bassi. Ventitrè sole galee con sei mila fanti ottenne il pontefice da don Giovanni d'Austria, senza che questi si volesse muovere da Messina col restante di sua armata, affin d'essere pronto ai bisogni occorrenti del Cattolico monarca. Contuttociò unite che furono, dopo gran ritardo, queste forze con quelle de' Veneziani, comandate dal nuovo generale Jacopo Foscarino, trovossi la flotta cristiana gagliarda di centocinquanta galee, ventitrè navi, sei galeazze e trenta altri legni minori. Ad onta della gran rotta dell'anno addietro, avea potuto la Porta ottomana formare una flotta di ducento sessanta tra galee, galeotte e fuste, con cinque galeazze: flotta nondimeno inferiore di nerbo e di coraggio alla cristiana. In traccia di costoro fecero vela i due generali Colonna e Foscarino. Ma il generale turchesco Uluccialì, uomo di sopraffina accortezza, benchè sempre mostrasse voglia di azzuffarsi, pure fuggì sempre ogni incontro, e sì artifiziosamente andò trattenendo i cristiani, che lor fece perdere il resto della campagna; laonde, appressandosi il verno, non altra gloria riportarono questi a casa, che quella di aver fatto paura ai nemici. Per altro a sì infelice successo contribuì non poco don Giovanni d'Austria, il quale ora facendo vista di voler passare al comando dell'armata, senza poi mantener la parola, ed ora facendo doglianze perchè senza di lui gli altri due generali tentassero di dar battaglia, imbrogliò non poco i disegni; e neppur si trovò grande armonia fra il Colonnese e il Foscarino: cose tutte che sommamente afflissero papa Gregorio.

L'anno fu questo in cui propriamente ebbe principio la ribellione de' Paesi Bassi contra del re Cattolico. Avea ben esso monarca mandato colà un general perdono, che fu pomposamente pubblicato in Anversa dal duca d'Alva nel 1570, ma con poco frutto, perchè cotali riserve ed uncini conteneva l'indulto, che pochi ne mostrarono stima, e niuno ne fece allegrezza. E fin qui era andato fluttuando l'odioso affare delle gravezze imposte da esso duca tra le di lui minaccie e la disubbidienza e costanza di buona parte di que' popoli di non voler pagare: quando si avvisò il superbo reggente di mettere mano alla forza per conciliare rispetto alle sue leggi col gastigo dei renitenti. Allora apparve qual odio, quali mali umori covassero le genti di quelle provincie, soffiando spezialmente nel segreto fuoco con esortazioni e promesse di soccorsi il principe d'Oranges, animato dai protestanti di Germania e dagli ugonotti di Francia. Pertanto nell'Olanda, Zelanda e Frisia si diede fuoco ad un aperto ammutinamento e rivolta di molte città, dove principalmente avea preso radici la eresia, restando nulladimeno alla Chiesa ed al re ubbidiente la principal fra esse, cioè Amsterdam. Collegaronsi queste, prestarono una spezie di ubbidienza all'Oranges, da lui riceverono governatori e leggi. Ed ecco il principio della repubblica delle Provincie Unite, volgarmente appellata la repubblica Olandese, che andò poi a poco a poco crescendo pel concorso dei vicini Tedeschi, Franzesi ed Inglesi, tanto nella profession dell'eresia, quanto nella mercatura e nelle forze di mare, che arrivò a divenire una delle potenze più ricche dell'Europa, quale oggidì la miriamo. Il di più dee prenderlo il lettore da altre storie. Sia a me lecito di accennare anche un altro non men sonoro avvenimento della Francia, spettante all'anno presente. Durava la pace fra il re Carlo IX e gli ugonotti; ma perciocchè il re, tenendo davanti agli occhi le tante infedeltà ed insolenze passate di quegli eretici, e temendone sempre delle nuove, tuttodì cercava la via di vendicarsene e di opprimerli; finalmente si fermò nella risoluzion seguente. In occasione ch'era concorsa a Parigi copia di coloro, e spezialmente di nobili, per le nozze di Arrigo re di Navarra (eretico che a suo tempo vedremo re di Francia) con Margherita di Valois sorella cattolica del suddetto re Carlo, segretamente fu dato ordine dal re che nella notte precedente al dì 24 di agosto, ossia alla festa di san Bartolomeo, si uccidessero tutti gli ugonotti. Grande strage fu fatta di loro in Parigi, unitosi il popolo ai soldati del re contro gli odiati nemici della religion cattolica; e quivi ne perirono circa due o tre mila, come scrissero l'Adriani e lo Spondano, e non già dieci mila, come altri hanno scritto, fra' quali si contarono quasi quattrocento gentiluomini che godeano gradi onorati di milizia: esecuzione, in cui restarono involti anche molti innocenti cattolici, perchè ricchi. Andò poi un regio bando, che più non s'incrudelisse contro gli Ugonotti, ma non fu a tempo per trattenere i cattolici di Lione, Tolosa, Roano ed altre città, dal mettere a fil di spada quanti di quella setta caddero nelle lor mani. Famoso perciò divenne in Francia questo macello col nome delle Nozze parigine e della Notte di San Bartolomeo. Lascerò io disputare ai gran dottori intorno al giustificare o riprovare quel sì strepitoso fatto, bastando a me di dire che per cagion d'esso immense esagerazioni fece il partito degli ugonotti, e loro servi di stimolo e scusa per ripigliar l'armi contra del re. Nel settembre di questo anno terminò i suoi giorni Barbara d'Austria duchessa di Ferrara, in cui fra le molte virtù spezialmente si distinse la pietà, ereditaria dote della nobilissima casa d'Austria.


MDLXXIII

Anno diCristo MDLXXIII. Indizione I.
Gregorio XIII papa 2.
Massimiliano II imperad. 10.

Molte e grandi consulte, per gl'impulsi spezialmente di papa Gregorio, fatte furono nella corte di Madrid, in Roma e Venezia, per formare un armamento più formidabile dei precedenti contro l'imperio ottomano. Si calcolò che il re Cattolico armerebbe centocinquanta galee, cento i Veneziani e cinquanta il pontefice. Ma con tutti questi bei consigli, assai chiarita la repubblica veneta che in fare i conti sugli aiuti altrui, e sulla buona sinfonia delle leghe, sovente si falla; e che dopo l'insigne vittoria di Lepanto comparivano vigorose come prima le forze de' Musulmani; e che niun conquisto si era fatto finora, e sol gravissimi danni aveano patito i suoi littorali: trattò di pace col gran signore, e la conchiuse per mezzo di un suo ministro nel mese di marzo, e la ratificò nel seguente aprile, con promettere, dopo tanti milioni inutilmente spesi nella passata guerra, di pagare per tre anni cento mila scudi di oro annualmente al superbo sultano. Chi in bene e chi in male parlò di questa pace; ma sopra gli altri se ne risentì vivamente il pontefice, per veder fatto un passo di tanta importanza senza saputa sua; e maltrattato con acerbe parole Paolo Tiepolo mandato apposta ambasciatore, che gliene diede la nuova, ordinò che questo gli si levasse davanti. Andò tanto innanzi lo sdegno e lo sparlare del popolo romano contra de' Veneziani, che il Tiepolo, temendo di qualche insulto, fu forzato ad armar di gente il suo palazzo e ad uscirne con molta cautela. Vi volle del tempo a quetare l'adirato pontefice, ma infine si quetò. Con tranquillità di animo, all'incontro, accolse il re Filippo II questa nuova, anzi lodò la prudenza veneta, siccome quegli che da molto tempo meditava un'altra impresa, ed avrebbe anche desiderato che nel precedente anno a quella sola avessero accudito l'armi de' collegati. Essendo stato cacciato da Tunisi nell'anno 1571 il bey o dey Amida per le sue crudeltà, il famoso corsaro Uluccialì re d'Algeri s'impadronì ancora di quella città. Conservavasi tuttavia in potere del re di Spagna la Goletta, fortezza posta in faccia al porto di Tunisi; fece Amida ricorso al re Cattolico, rappresentandogli la facilità di riacquistar quella città, e il re, che ardeva di voglia di dar qualche gastigo ad Uluccialì per le insolenze e per li danni che colui recava ai lidi cristiani, segretamente ordinò a don Giovanni d'Austria, soggiornante coll'armata navale in Sicilia, di far quella impresa. Non si aspettava Uluccialì una tal visita, e però colla flotta turchesca andava rondando per le riviere di Albania, dove tuttavia altro non fece che saccheggiar la città di Castro. Con sole cento sei galee sottili fece vela dai porti della Sicilia don Giovanni, non avendo potuto le navi cariche di gente pel vento contrario uscire dal porto di Trapani. Giunto egli nel dì 8 di ottobre alla Goletta, lo spavento entrò siffattamente nella città di Tunisi, che la maggior parte degli abitanti col loro meglio se ne fuggì. Però senza pericolo o fatica vi entrarono l'armi cristiane, le quali poco tardarono ad impadronirsi anche di Biserta, lontana da Tunisi dieci miglia. Ma perchè si trovò essere troppo odiato Amida in quelle contrade, e nacque pensiero agli Spagnuoli di poter conservare quella gran città sotto il dominio del loro monarca, don Giovanni vi lasciò con titolo di vicerè o governatore Maometto cugino di Amida, ed ordinò che quivi si fabbricasse una fortezza atta a signoreggiar la città dalla parte della Goletta. Alla fabbrica d'essa fu lasciato Gabrio Serbellone con tre mila Spagnuoli; altrettanti Italiani sotto Pagano Doria ivi restarono: il che fatto, si restituì don Giovanni con gloria a Messina, e indi a Napoli, da dove si mise poi in viaggio alla volta di Spagna, chiamatovi dal re per altri bisogni.

Continuò in quest'anno la guerra in Francia fra il re Carlo IX e gli ugonotti; e in Fiandra fra que' ribelli e il duca d'Alva. Al trovarsi quel duca assai vecchio e mal concio per la podagra, e più al vedersi cotanto odiato dai popoli, avea più volte chiesta licenza di tornarsene in Ispagna. La impetrò in quest'anno, e forse con discapito degli affari del re in Fiandra; perchè s'egli col suo crudele e sempre detestabile governo avea eccitato sì lagrimevole incendio in quelle contrade, il credito non di meno e la sua maestria nell'arte della guerra tenea in somma apprensione il principe di Oranges e i sollevati: il perchè motivo per loro di allegrezza fu la di lui partenza. Andò alla corte, e fu ben ricevuto; da lì nondimeno a qualche tempo restò confinato in Uceda; ma meritava ben altro un uomo sì inumano. Fama correa che dieciotto mila Fiamminghi di ordine suo per mano del carnefice avessero perduta la vita. Era vacato per la morte di Sigismondo Augusto il trono di Polonia, e molti competitori si affacciarono aspiranti a quella corona. Tanti maneggi (consistenti per l'ordinario nel buon uso dell'oro) furono fatti da Carlo IX re di Francia, che gli riuscì di far cadere l'elezione in Arrigo duca d'Angiò, suo minor fratello: elezione nulladimeno aggravata da molte dure condizioni, delle quali parla la storia. Passò in Francia una bella ambasceria di Polacchi per sollecitar questo principe a consolar colla sua presenza chi l'aspettava con singolar divozione. Sul fine di settembre si mosse il re novello verso la Polonia, e non giunse colà se non sul fine del seguente. Attentissimo sempre al bene della religione papa Gregorio XIII, istituì nell'anno presente in Roma il collegio germanico coll'annua dote di dieci mila scudi d'oro, affinchè almen cento giovinetti quivi si educassero, e nelle scienze e lingue si addottrinassero. Ne diede la cura ai padri della compagnia di Gesù sì da lui amati e favoriti, che qualunque grazia e privilegio a lui chiesero, tutto ottennero. Dimorava in questi tempi Cosimo gran duca di Toscana in Pisa, lasciando a don Francesco suo primogenito le cure del governo. Poca era la sua sanità; sopraggiunse ancora un sì pernicioso accidente al corpo suo, che ogni suo membro restò impotente al suo uffizio. Nulladimeno la mente ritenne sempre il suo vigore, se non che si cominciò a preveder vicina la sua morte.


MDLXXIV

Anno diCristo MDLXXIV. Indizione II.
Gregorio XIII papa 3.
Massimiliano I imperad. 11.