Mancò infatti di vita nel dì 21 di aprile Cosimo I gran duca di Toscana, principe degno d'immortale memoria, quantunque non privo di nei, secondo l'umano costume; ad esaltare il quale da stato civile privato cooperò la fortuna; e ad assodarlo e a farlo crescere in potenza contribuì il raro suo senno. Di donna Leonarda di Toledo sua prima moglie lasciò don Francesco, che fu il secondo gran duca, e Ferdinando cardinale, che fu poi terzo gran duca. Dopo la morte di donna Leonora s'invaghì di una povera giovinetta, per nome Camilla Martelli, e un pezzo la tenne ai suoi piaceri. Ma infine, per le forti istanze di papa Pio V, che un parzial genio professò sempre a questo principe, la sposò, e di essa ancora ebbe prole. Sopravvissero parimente a lui due altri figli, cioè don Pietro e don Giovanni, che si segnalarono nel mestier della guerra. A Cosimo dunque succedette il primogenito don Francesco, che in ingegno non cedeva al padre, ma che non corrispose dipoi alla espettazion de' suoi sudditi colla saviezza del viver suo. Morì anche nell'anno presente Guidubaldo della Rovere duca di Urbino, principe rinomato pel suo valore, ma che nel precedente anno, per aver voluto imporre delle nuove gravezze ai suoi sudditi, avea dato motivo ad una ribellione, che fu quetata per opera del pontefice, ma che si tirò dietro la morte e l'esilio di molti. Ebbe per successore Francesco Maria suo figlio, il quale diede buon principio al suo governo, con richiamare i banditi dal padre, e chiunque era fuggito, e con restituire ad ognuno i beni confiscati. In questi tempi Guglielmo duca di Mantova ottenne da Massimiliano Augusto il titolo di duca del Monferrato. Riuscì poi l'anno presente assai funesto alla cristianità per più di un lagrimevol accidente. Già dicemmo presa in Africa la città di Tunisi dall'armi del re Cattolico. Uluccialì per questa perdita altamente adirato, seppe così ben adoperare il credito, che egli godeva alla Porta ottomana, siccome ammiraglio di quella potenza, che ottenne dal gran signore Selim un potente esercito per mare e per terra, affine di ricuperarla. Se vogliam credere alle relazioni d'allora, quattrocento legni tra galee, galeotte e navi da carico con circa cinquanta mila Turchi (numero forse alterato) condusse egli come generale di mare a quella volta: nel qual mentre anche Sinan bassà, genero del gran signore, e generale di terra, comparve colà con quindici mila Mori ed Arabi a cavallo. Non era peranche perfezionato il forte già disegnato in Tunisi, mancandovi la fossa, ed essendo i bastioni appena alzati alla statura d'un uomo, perchè non vennero somministrati a tempo i necessarii aiuti. Contuttociò Gabrio Serbellone, lasciato ivi per fabbricarlo, si preparò per una gagliarda difesa. Nella fortezza della Goletta, che potea far più resistenza, e veniva creduta inespugnabile, si trovò don Pietro Portocarrero, governatore di poca perizia, e insieme provveduto di molta albagia, che ricusò sulle prime di colà ammettere un rinforzo d'Italiani, perchè, secondo lui, dovea essere dei soli Spagnuoli la gloria di rintuzzare l'orgoglio turchesco. Ma i fatti riuscirono ben diversi dalle parole e speranze. Nello stesso tempo Sinan strinse d'assedio la Goletta ed il forte, e sì vigorosamente affrettò i lavori, che nel dì 25 d'agosto a forza d'armi mise il piede entro la Goletta, con tagliare a pezzi la maggior parte di que' difensori. Il Portocarrero, il figlio del re Amida e circa trecento soldati rimasti vivi, furono condotti in ischiavitù, e smantellata quella fortezza. Dicono che vi si trovarono cinquecento pezzi d'artiglieria tra grossi e minuti. Costò la vita anche ad alcune migliaia di Turchi l'ostinato assedio dell'altro forte, sostenuto con somma bravura dal Serbellone contro più assalti datigli dal feroce nemico. Ma finalmente, mai non comparendo i promessi soccorsi, anch'esso nel dì 12 di settembre si vide soccombere all'empito delle forze turchesche colla morte di quasi tutti i cristiani, e fra gli altri di Pagano Doria, trovato ivi gravemente malato. Il Serbellone, trattato barbaramente da Sinan, fu menato schiavo e in trionfo a Costantinopoli. Questa grave perdita, queste continuate prosperità della potenza ottomana faceano venir freddo agl'Italiani. I Veneziani per sì gran movimento dell'armi turchesche, sapendo il poco capitale, che può farsi della fede di que' Barbari, e delle paci stabilite con essi, furono obbligati ad un nuovo gagliardo armamento, e ad implorar gli aiuti del papa e del re Cattolico. E veramente il sultano Selim, gonfio per la fresca vittoria, già macchinava di portar la guerra in Candia, e forse avrebbe eseguito il mal pensiero, se la sua morte accaduta sul principio dell'anno seguente oppure verso il fine del presente, con succedergli il figlio Ammurat, non avesse fatto abortir le meditate sue idee.
Provossi in Francia un'altra disavventura, per aver quivi terminata la carriera del suo vivere il re Carlo IX, in età di ventiquattro anni nel dì 30 di maggio. Troppo appassionato era per la caccia, e fu creduto che per gli eccessi di essa egli si guadagnasse una mortal febbre con isputo di sangue, per cui passò all'altra vita. S'egli campava, siccome zelantissimo per la religione cattolica, e dotato di spiriti guerrieri, potea sperarsi che avrebbe purgato il suo regno dalla gramigna ereticale. In male stato restò per la sua morte la Francia, perchè si trovava in Polonia Arrigo III suo fratello e successore; e la regina Caterina de Medici sua madre, lasciata reggente, tali forze e consiglio non aveva da frenare i sempre inquieti ugonotti, i quali si diedero tosto a far maneggi coi protestanti della Germania, per turbare la pace. Pertanto ella sollecitò il figlio Arrigo, che appena era stato coronato re dai Polacchi, a tornarsene al suo regno, più di lunga mano desiderabile che quello di Polonia. Avendo Arrigo trovato delle difficoltà nei magnati polacchi alla sua rinunzia e partenza, con allegar essi la necessità di raunar per questo la dieta di tutto il regno, stimò egli meglio di mettersi in viaggio alla sordina, ossia di fuggire. Lo inseguirono i Polacchi, ma nol poterono raggiugnere. Passata felicemente la Germania, arrivò in Italia, e nel dì 17 di luglio entrò in Venezia, dove concorsero personalmente ad attestargli il loro ossequio Emmanuel Filiberto duca di Savoia, Alfonso II duca di Ferrara e Guglielmo duca di Mantova; Andrea Morosino, non so come, il chiama Francesco. La suntuosità degli apparati, dell'accompagnamento e dei divertimenti dati dalla sempre magnifica repubblica veneta a questo giovane monarca, esigerebbe più fogli da chi prendesse a descriverla. Nel dì 29 di luglio, accompagnato dal suddetto duca di Savoia e dal duca Alfonso, fece il re la solenne sua entrata in Ferrara, dove fermatosi per due soli giorni (tanta era la sua fretta), ricevè suntuosi passatempi e superba accoglienza. Volò poscia a Torino, accompagnato sempre da essi duchi, e quivi fu forzato a fermarsi per dodici giorni, affine di preparargli una possente scorta di alcune migliaia di fanti e di circa mille cavalli, con cui potesse andar sicuro dalle insidie degli eretici ribelli del Delfinato. Ma contuttociò non gli passò netta, avendogli coloro tolta nel passaggio una parte del suo equipaggio: il che fu cagione ch'egli, inclinato prima alla pace, prendesse poi la risoluzione di far loro guerra. Si servì di questa buona occasione il duca di Savoia per far gustare al re le ragioni sue sopra le terre a lui occupate dal re suo padre. E con frutto; perciocchè quantunque Lodovico Gonzaga, duca di Nevers e governator di Saluzzo, mettesse quanti ostacoli mai potè alla buona intenzione del re Arrigo: pure appena giunto esso re a Parigi, spedì ordine che fossero restituiti al duca Pinerolo e Savigliano, luoghi che lo stesso duca diceva essere le chiavi di sua casa. Semi di gran rottura e di guerra civile si videro in Genova per gara di comando insorta fra i nobili vecchi e nuovi di quella città. Crebbe poi questa discordia nell'anno seguente, siccome diremo.
MDLXXV
| Anno di | Cristo MDLXXV. Indizione III. |
| Gregorio XIII papa 4. | |
| Massimiliano II imperad. 12. |
Non poteano i nobili nuovi di Genova digerire, che nel governo della repubblica la nobiltà vecchia godesse più autorità di quel che conveniva, e che i principali uffizii a lei si dessero. Chiunque ha letto nei precedenti secoli a quante guerre civili e rivoluzioni sia stata esposta quella nobilissima e potente città, e come facilmente ivi si accendesse il fuoco della discordia, nulla si stupirà che per questi tempi ancora in quel popolo dotato di gran vivacità si ravvivassero le gare, non volendo gli uni essere da meno degli altri. Sollevossi inoltre una terza fazione, cioè la popolare, perchè, trovandosi da molti anni in qua escluso il basso popolo da tutti gli onori e magistrati del governo, al quale anticamente era ammesso, con esser anche talvolta giunto ad usurparselo tutto, non cessava di mormorare della nobiltà, e di aspirare almeno a parte dell'autorità perduta. Fu appunto commosso il popolo dai nobili nuovi a sollevarsi, per abbattere i vecchi. Andò tanto innanzi la gara, e il pericolo di una fiera sedizione, massimamente allorchè fu per eleggersi un nuovo doge, che i nobili vecchi per minor male della patria giudicarono meglio di ritirarsi fuori della città, e di cedere al tempo. Dall'una e dall'altra parte furono spediti ambasciatori a tutti i principi della cristianità per guadagnarli cadauno in suo favore. Ora tanto il papa quanto l'imperadore e il re Cattolico, per la premura che aveano di conservar la pace in Italia, spedirono colà i lor ministri, con incaricarli di fare il possibile per quetar quelle turbolenze; e massimamente per parte del pontefice vi fu spedito il cardinal Morone, uomo di mirabil destrezza nel maneggio degli umani affari. Ma si trovarono sì dure le teste dell'una e dell'altra fazione, che gran tempo restò inutile la diligenza dei pacieri. Fecero buon armamento tanto i rimasti in città che gli usciti, e si venne alle ostilità, con avere i nobili vecchi occupate le terre di Porto Venere, Chiavari, Rapallo, Sestri e Novi. In favore di questi maggiormente inclinava il re Cattolico Filippo II. Anzi gran gelosia recò ai cittadini l'essersi fermato in que' mari don Giovanni d Austria, nel mentre che passava a Napoli con cinquanta galee: laonde fu in armi tutta la città. Voce corse ch'esso don Giovanni, se gli veniva fatta, meditasse d'insignorirsi di quella città, mosso da privato desiderio di acquistare un bel dominio per sè: del che poi ne fece risentimento il re Cattolico. Altri poi dissero che d'ordine dello stesso re si fermò in quelle parti per dare maggior polso ai trattati di pace, o per impedire che alcun principe non entrasse in quel ballo. Certo è che il buon pontefice scrisse per questo lettere di fuoco a don Giovanni, minacciandolo di collegar contra di lui tutti i principi d'Italia, se nulla avesse tentato contro la libertà de' Genovesi. Intanto dall'una parte Arrigo III re di Francia avea spinte le sue armi a quei confini; e il gran duca Francesco avea fatto lo stesso dal canto suo, con aver ammassati dieci mila fanti. Dio volle che infine, per opera spezialmente di Matteo Senarega, uno dei nobili nuovi, uomo savissimo, fu fatto da amendue le parti un libero compromesso nel papa, nell'imperadore e nel re di Spagna, con deporre l'armi e licenziar le soldatesche forestiere. Si prolungò poi l'accomodamento sino al marzo dell'anno seguente, in cui, fissate le regole di quel governo, tornò a rifiorir la pace in quella insigne città e repubblica.
Fu quest'anno riguardevole pel giubileo romano, di cui molto per tempo fece il pontefice Gregorio XIII precorrere l'avviso e l'invito per tutta la cristianità. Tale fu il concorso della gente a Roma, allorchè sul fine del precedente anno si aprì la porta santa, che fu creduto ascendere a non meno di trecento mila persone. Continuò questo concorso nell'anno presente, di modo che pochi giorni furono, nei quali non si contassero in quella gran città circa cento mila forestieri, venuti per divozione da tutte le parti dell'Europa. Tenuto fu per mirabil cosa, che essendo già penetrata in Trento, e in alcun'altra città d'Italia la peste, e facendo essa una terribil strage in qualche luogo della Sicilia, pure, non ostante la folla di tanta gente venuta al giubileo, niun caso accadde in Roma. Gran cura ebbe il pontefice che quivi abbondasse in tal occasione la grascia, e di copiose limosine dispensò egli anche ai poveri. Altrettanto fecero varii di que' ricchi cardinali e baroni, ed alcune pie congregazioni. Fra gli altri luoghi pii si distinse quello della santissima Trinità, il quale dai 25 del precedente dicembre sino al dì 22 di maggio diede l'ospizio e il vitto per più d'un giorno a novantasei mila ed ottocento quarantotto pellegrini. Compiè parimente il papa in questi tempi l'insigne fabbrica del ponte senatorio, ossia di Santa Maria sopra il Tevere. Ruzzavano intanto fra loro i principi d'Italia per pretensioni di maggioranza e per la vanità dei titoli. Quello di gran duca, dato da Pio V al fu Cosimo I, avea spezialmente alterati gli spiriti, perchè il duca di Savoia per varii titoli si tenea da più del fiorentino. Quel di Ferrara gran tempo era che combatteva per questo anch'egli coi gran duchi; nè quel di Mantova volea cedere all'estense. Anche in Roma insorse la discordia per la precedenza, che il papa volle dare ad un principe sopra gli ambasciatori regi. Ma Francesco gran duca fece tanto in quest'anno e nel seguente, che l'imperador Massimiliano II conferì a lui, come cosa nuova, il titolo di gran duca, siccome costa dai documenti rapportati dal Lunigo. Similmente nell'anno 1582 gli elettori dell'imperio riconobbero la preminenza dei duchi di Savoia sopra dei gran duchi. Tal decreto vien riferito dal Guichenone e dal suddetto Lunigo. Ai principii del regno di Arrigo III re di Francia non mancarono gravi turbolenze, perchè Francesco duca d'Alanson suo fratello si gittò nel partito dei malcontenti e degli eretici, e si fecero dei gran preparamenti per una nuova guerra. In Fiandra prosperarono gli affari dei cattolici contra dei ribelli eretici; ma altro vi volea che la ricuperazione d'alquanti luoghi per domar coloro, assistiti dalle potenze della Germania. Si congregò poi la gran dieta di Polonia per eleggere un re nuovo. Concorrevano a quella corona Massimiliano imperadore, Giovanni re di Svezia, Giovanni Bosiliovitz gran duca di Moscovia, ed Alfonso II duca di Ferrara. Maggior merito per l'ordinario suol ivi avere chi più spende a guadagnare i voti. Dopo molti contrasti da gran parte de' magnati, restò eletto Massimiliano; un'altra elesse Anna sorella del re Sigismondo defunto, con destinarle in marito Stefano Batori principe di Transilvania, il quale infatti corse colà, e si fece coronare nell'anno seguente. Avea Rodolfo figlio dell'Augusto Massimiliano già conseguite le corone dell'Ungheria e Boemia. Nell'anno presente, a dì 27 di ottobre, nella dieta di Ratisbona venne egli ancora eletto, e da lì a cinque giorni coronato re de' Romani. Era già salita in gran credito la congregazion dell'oratorio istituita in Roma da Filippo Neri, prete di santa vita. Ne ottenne egli in questo anno la confermazione da papa Gregorio.
MDLXXVI
| Anno di | Cristo MDLXXVI. Indizione IV. |
| Gregorio XIII papa 5. | |
| Rodolfo II imperadore 1. |