Funestissimo si fece sentire l'anno presente alla Lombardia per la fierissima peste che si dilatò e fece stragi immense per varie città. Cominciò essa nell'anno addietro specialmente a spopolare la città di Trento, e a poco a poco andò serpeggiando per altre terre lombarde. Il suo maggior furore si provò in questi tempi. Portata a Venezia, fu disputato non poco se fosse vera peste passata dal Levante in Italia, oppure un'epidemia cagionata dalla strana siccità e dallo straordinario caldo del precedente anno. Chiamati colà da Padova Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, pubblici lettori e grandi barbassori dell'arte medica, a spada tratta sostennero, quella essere influenza epidemica, e non vero contagio, contro il parere de' medici veneziani. Cagion fu il credito di amendue che non si prendessero le più rigorose precauzioni contra di così orrendo malore, finchè si giunse a vedere tutta piena di morti quella gran città. Se scornati non fuggivano que' satrapi della medicina, fu creduto che il popolo li avrebbe sacrificati al loro furore. Incredibil dunque fu in Venezia la mortalità, nè minore in Padova, Vicenza, Verona, Milano, Pavia e Genova. Mirabili pruove della sua incomparabil pietà e carità diede nella città di Milano in sì lugubre occasione il santo cardinale ed arcivescovo Carlo Borromeo. In Venezia per un tempo morirono settecento persone per giorno. Terminato il male, si trovò esser morti ventidue mila uomini, trentasette mila donne, e circa undici mila fanciulli dell'uno e dell'altro sesso. Fra gli altri in quel terribile conflitto lasciò la vita Tiziano Vecelli da Cadore, celebratissimo dipintore: se non che dalla morte fu burlato di poco, perchè già decrepito di novantanove anni, siccome abbiamo da più d'uno scrittore delle vite dei pittori. Non fece la peste a proporzion della popolazione tanta strage in Milano. Da una galeotta venuta da Levante fu essa portata anche a Messina, dove fama corse che perissero sessanta mila persone. Di là passò a Reggio e ad altri luoghi di Calabria, con fare dappertutto una miserabil desolazione di que' popoli. All'incontro, quelle città e terre che con buone e rigorose guardie fecero fronte a questo fiero nemico, ne rimasero preservate.
A far peggiorare gli affari della religione e del re di Spagna ne' Paesi Bassi assaissimo contribuirono i mali portamenti degli stessi Spagnuoli nell'anno presente. Imperciocchè essendo mancato di vita il gran commendatore Requesens, regio governatore di quelle contrade, si ammutinarono i soldati spagnuoli col motivo delle paghe da gran tempo non ricevute, e tal terrore misero anche negli amici e in chi dianzi era fedele al re, che quasi tutte quelle provincie formarono una confederazione tendente a cacciar di Fiandra l'odiata razza degli Spagnuoli. Maggiormente crebbe quest'odio dacchè quegli ammutinati pieni di ferocia, dopo aver dato il sacco a Mastrich e ad altri luoghi, si unirono nella cittadella di Anversa; e contuttochè quella città avesse ricevuto un gran rinforzo d'armati per sua sicurezza, pure usciti gli Spagnuoli, cotanto furiosamente si scagliarono contra di que' cittadini, che, superato ogni riparo, s'impadronirono della città. Fu creduto che sette mila di quegli abitanti ed ausiliarii fossero messi a filo di spada. Era allora Anversa città sommamente ricca, perchè colà approdavano in gran copia le merci e ricchezze dell'Indie Occidentali ed Orientali: commercio che poi passò ad Amsterdam con gran depressione d'essa Anversa. Per tre giorni fu dato alla misera città un orribil sacco. Dell'esorbitante preda, benchè venduta a vil prezzo, ricavarono que' masnadieri due milioni d'oro. Furono anche in sì funesta congiuntura bruciati alcuni superbi edifizii del pubblico, e da ottocento case di essa città. Se azioni di tanta crudeltà meritassero l'amore o l'odio de' Fiamminghi, non occorre che io lo dica. Quindi venne che molte terre e città state fin qui fedeli al re si ribellarono; e il principe d'Oranges ne seppe ben profittare, per maggiormente ingrossare il suo partito, e infiammar gli animi d'ognuno ad ostinarsi nella ribellione. Portato molto prima di questi fatti al re Filippo II in Ispagna lo avviso di sì gravi disordini, se ne risentì allo scorgere che principalmente cresceano per colpa di chi avea l'incombenza di guarire que' mali. Spedì pertanto per le poste e per la Francia don Giovanni d'Austria suo fratello in Fiandra col titolo e coll'autorità di governatore, lusingandosi che più il senno e la riputazione sua, che il suo valore, potessero sostenere quel troppo vacillante dominio. Arrivò egli colà sul principio di novembre, e tosto si applicò a cercar le vie più dolci per tirare a sè gli animi sconcertati di que' popoli. Anche papa Gregorio, all'intendere che don Giovanni cominciò a trattar di pace, colà spedì monsignor Castagna, affinchè non ne venisse detrimento alla religione. Accadde in questi tempi che mentre l'imperador Massimiliano iva cercando aiuti per sostener le pretensioni sue sopra il regno di Polonia, trovandosi alla dieta di Ratisbona, fu più che mai sorpreso dalla palpitazion di cuore, male suo familiare, e quivi in età di soli anni trentanove pagò il debito della natura nel dì 12 di ottobre: principe per le sue belle doti e virtù degno di più lunga vita. A lui succedette il re de' Romani Rodolfo suo figlio, non meno in tutti gli Stati della linea austriaca di Germania, che nella dignità imperiale. Si fece egli chiamare Rodolfo II Augusto, tuttochè l'antenato suo Rodolfo I fosse bensì re de' Romani, ma non mai godesse il titolo d'imperadore.
MDLXXVII
| Anno di | Cristo MDLXXVII. Indizione V. |
| Gregorio XIII papa 6. | |
| Rodolfo II imperadore 2. |
I maggiori pensieri del pontefice Gregorio erano sempre rivolti o alla difesa o all'accrescimento della religione cattolica, e ad opere, delle quali durasse anche ne' secoli avvenire l'utilità. Nel presente anno fondò egli in Roma il collegio de' Greci, affinchè quivi si ricevessero ed istruissero i giovanetti di quella nazione, insegnando loro spezialmente la antica lingua greca, le scienze e l'erudizione, onde tornati alle lor case potessero promuovere l'unione di quegli scismatici colla Chiesa cattolica romana. Cessò finalmente in Venezia la peste, e si restituì il commercio, ed allora fu che quel pio senato in rendimento di grazie a Dio per questo benefizio fece fabbricare la magnifica chiesa del Redentore, secondo l'architettura di Andrea Palladio. Diede qui fine ai suoi giorni nel dì 4 di giugno Luigi Mocenigo doge di quella repubblica, e nel dì 11 d'esso mese in luogo suo fu eletto Sebastiano Veniero, quegli che fu generale nella gloriosa vittoria di Lepanto. Ma non terminò questo anno senza un terribile incendio, che nel dì 20 di dicembre consumò tutto il magnifico palazzo pubblico di Venezia, e massimamente la sala del gran consiglio, dove perirono i ritratti dei dogi, e molte altre insigni dipinture fatte da Gian-Bellino, da Tiziano, dal Pordenone e da altri valenti pittori, colle storie della pace seguita fra papa Alessandro III e Federigo I imperadore. Intanto di male in peggio andavano gli affari della religione in Francia e in Fiandra. Svegliossi di nuovo la guerra degli ugonotti o calvinisti contra del re Arrigo III, e quantunque l'armi dei cattolici prevalessero in molti luoghi, e il papa non mancasse di mandar buona somma di contanti in aiuto loro; pure il re, perchè scoprì fatta lega da quegli eretici con Elisabetta regina d'Inghilterra, col Palatino, col principe d'Oranges e con altri protestanti di Germania, si lasciò indurre a far pace con loro. Fu questa conchiusa nel parlamento della città di Blois, e ordinato che per tutto il regno pubblicamente si esercitasse la sola religione cattolica, ma con permettere la libertà delle coscienze ad essi ugonotti, e l'esercizio della falsa loro credenza nelle loro case, nei luoghi posseduti dai baroni, e in un borgo almeno di cadauna provincia, con altri vantaggi di quella setta: il che non si può dire qual gran dispiacere recasse al pontefice ed a tutti i buoni cattolici. E soprattutto se ne risentì molto il re di Spagna, ben prevedendo le perniciose conseguenze che produr potrebbe nei Paesi Bassi questo esempio, e come da lì innanzi sarebbe facile agli ugonotti il dar calore e braccio alla ribellione fiamminga.
Presero infatti nell'anno presente in Fiandra una pessima piega quegli affari. Troppo erano esacerbati gli animi di que' popoli contro gli Spagnuoli; però si accordarono tutte le diecisette provincie in non voler riconoscere don Giovanni d'Austria per loro governatore, s'egli non cacciava da' lor paesi le soldatesche spagnuole, con protestar nondimeno di voler sempre salda l'ubbidienza al re Cattolico, e la conservazione della religione cattolica romana. Tal protesta veniva dal cuore di molti di que' popoli; ma non pochi altri coi desiderii e coi disegni interni smentivano ciò che dicea la voce, null'altro aspettando, se non che fossero licenziati gli Spagnuoli, per poter fare peggio di prima. Stette perplesso un pezzo don Giovanni, s'egli dovea cedere a così dure condizioni. Tale era nondimeno la premura sua di calmar quell'incendio, che si lusingò di venirne a fine con darsi per vinto. Ebbe maniera d'indurre gli ammutinati spagnuoli a passare in Italia; entrò poi fra gli strepitosi viva in Brusselles; gli fu prestato il giuramento; parve cessata affatto tutta la passata burrasca. Ma che? chiunque avea il cuor guasto dall'eresia, e massimamente gli Olandesi e Zelandesi cominciarono a mostrarsi renitenti a sottoscrivere l'editto che obbligava a ritener la sola fede romana. Il principe di Oranges movea quante macchine potea per alienar gli animi dall'ubbidienza, e per attizzare il fuoco. Fu infine creduto ch'egli tentasse di fur prigione don Giovanni, il quale certo è che oramai accortosi del passo falso da lui fatto, e che ogni giorno più veniva scemando la sua autorità, fu costretto a ritirarsi a Namur, e a richiamar d'Italia gli Spagnuoli. Sicchè si venne a nuova rottura. L'Oranges fu chiamato come per dittatore dell'unione di tutte le provincie; e perciocchè egli cominciò ad operare con gran despotismo, quegli Stati passarono alla risoluzione di eleggere un nuovo governatore, e con istupore d'ognuno scelto fu l'arciduca Mattias, il quale senza saputa e consenso dell'Augusto suo fratello Rodolfo (almeno questi così protestava) passò in Fiandra, e fu, con quelle condizioni che vollero gli elettori, proclamato governatore, ed obbligato a prendere per luogotenente il principe d'Oranges. Oh allora sì che maggiormente s'imbrogliarono le carte in que' paesi, e l'eresia sguazzò.
MDLXXVIII
| Anno di | Cristo MDLXXVIII. Indiz. VI. |
| Gregorio XIII papa 7. | |
| Rodolfo II imperadore 3. |