Alessandro Farnese, figlio primogenito di Ottavio duca di Parma e Piacenza e di Margherita d'Austria figlia di Carlo V imperadore, portò dall'utero materno un genio bellicoso, ch'egli poi maggiormente andò accrescendo colla pratica dell'armate e con l'esercizio dell'arti cavalleresche. Al valor dell'animo, che prometteva un eroe, corrispondeva anche il vigore del corpo; ed era perciò tenuto per una delle valorose spade che allora si contassero in Italia. Avea già fatto il noviziato della milizia nella flotta di don Giovanni d'Austria suo zio, ed allorchè riportarono i cristiani l'insigne vittoria di Lepanto contra de' Turchi, fece maraviglie di sua persona. Trovavasi egli in Abbruzzo colla madre, quando venne ordine da Filippo II re di Spagna che tornassero di Italia in Fiandra le milizie spagnuole già licenziate dal suddetto don Giovanni. Desiderò esso monarca che in tal congiuntura anche Alessandro passasse colà. Fu egli parimente invitato con più lettere dallo stesso don Giovanni; ed il pontefice Gregorio col cardinal Farnese assaissimo approvò la di lui andata. Nulla più che questo sospirava il principe di Parma, e però, senza che il trattenessero le lagrime della madre, colà s'inviò. Giunto in Fiandra sul fine del precedente anno, trovò quivi in pessimo stato gli affari del re, e decaduta non poco la sanità di don Giovanni. Unironsi intanto le milizie venute d'Italia, parte spagnuole e parte italiane, con altre raccolte in Borgogna e Germania, tutta gente scelta, con cui si formò un corpo di diciotto mila soldati. Varii capitani italiani di gran nome fra essi militavano. Ottavio Gonzaga generale della cavalleria, Annibale Gonzaga, Vicenzo Caraffa, Pirro Malvezzi, Giambatista e Camillo del Monte, ed assaissimi altri. Accadde che i Fiamminghi confederati, avendo unita un'armata di venti mila combattenti, si erano messi in capo di cacciar don Giovanni da Namur, e colà a questo fine a bandiere spiegate s'inviò l'esercito loro. Ma appena furono a vista di quella città i lor capitani, che, probabilmente informati delle forze di don Giovanni, batterono la ritirata, e s'incamminarono per ricoverarsi a Gemblù ossia Geblurs. Avea don Giovanni già ordinate le sue schiere, credendo venuti i nemici per un fatto d'armi; udito poi ch'ebbe come retrocedevano, spinse loro dietro la sua cavalleria, alla testa di cui volle essere il principe di Parma. Intenzione di don Giovanni era che si andasse pizzicando la coda de' nemici, e si frastornasse la lor marcia, tantochè avesse tempo da poterli raggiugnere colla fanteria. Ma il Farnese nelle vicinanze di Geblurs animosamente andò a ferire nella cavalleria nemica, la qual non fece gran resistenza, e poi piombò addosso alla fanteria con tal prestezza, che appena sul fin della danza potè arrivar don Giovanni con parte de' suoi fanti a compiere la strage de' vinti. Famiano Strada, intento sempre ad esaltar il suo eroe, fa ascendere il numero de' Fiamminghi morti e prigioni a dieci mila. Il cardinal Bentivoglio più moderato scrive, essersi sparsa la fama che ne restassero uccisi intorno a tre mila, oltre a un gran numero di prigioni. Questa vittoria mise tal paura all'arciduca Mattias e all'Oranges, che scapparono ad Anversa. Arrenderonsi poscia Lovanio ed altre terre a don Giovanni, ed altre, fra le quali Limburgo, furono sottomesse colla forza dal principe di Parma. Riuscì, all'incontro, anche a' nemici di mettere il piede nella riguardevol città d'Amsterdam, e di quivi piantar la scuola di Calvino.

Intanto, non senza sospetto di veleno, mancò di vita don Giovanni d'Austria, principe che lasciò dopo di sè una illustre memoria del suo valore, della sua saviezza e della sua pietà. Dichiarò egli, per quanto poteva, governatore nei Paesi Bassi Alessandro Farnese: risoluzione che fu poi approvata dalla corte di Spagna. Non poteva il re Cattolico metter in mani migliori la sì torbida e titubante signoria di quegli Stati. In questi tempi l'indefesso pontefice Gregorio, tenendo l'occhio a tutto ciò che poteva influire ai vantaggi della cristianità, all'udire che il giovane don Sebastiano re di Portogallo risoluto era di muover guerra ai Mori africani, se crediamo al Cicarelli [Cicarelli, Vita di Gregorio XIII.], fece una leva di cinque mila fanti italiani, e li spedì in rinforzo di esso re sotto il comando di un Inglese, che per la cognizione de' paesi promise la conquista di varie città. Ma ciò non sussiste. Mandò bensì il pontefice secento fanti per mare in aiuto dei cattolici d'Irlanda; ma fu accidente che nel passaggio servissero il re Sebastiano. Era questo re assai ricco di pensieri bellicosi, ma povero di prudenza, badando egli più agli adulatori che a' savii suoi consiglieri. Lo stesso re Filippo II l'avea dianzi dissuaso da sì pericolosa impresa, siccome consapevole delle forze tanto più poderose del re di Fez e di Marocco. Ciò non ostante, Sebastiano nell'anno presente, raunati circa tre mila combattenti, passò baldanzosamente con essi lo Stretto in varii tragitti verso il fine di giugno, e cominciò la guerra contra di quegl'infedeli. Venne poi nel dì 4 d'agosto ad un terribil fatto d'armi con essi, senza punto sgomentarsi benchè, coloro lo sfidassero alla zuffa con esercito quattro volte maggiore del suo. Andò in rotta l'armata cristiana, e vi restò ucciso lo stesso re don Sebastiano colla principal nobiltà di Portogallo: disavventura che non solamente recò grande affanno alla cristianità, ma si tirò dietro ancora una considerabil alterazione nel Portogallo. Perchè Sebastiano non ebbe moglie nè figli, il cardinal Arrigo suo gran zio, assai vecchio, fu proclamato re, ed incaricato di dichiarare il suo successore alla corona. Compiè il corso del suo vivere in quest'anno a dì 3 di marzo il glorioso doge di Venezia Sebastiano Veniero, a cui nel dì 18 d'esso mese succedette Niccolò da Ponte in età d'anni ottantasette. Anche in Firenze terminò i suoi giorni Giovanna d'Austria gran duchessa di Toscana, principessa per le sue singolari virtù amata sommamente dal gran duca Francesco suo consorte e da tutti quei popoli. Nell'ottavo mese di sua gravidanza morì, e seco lei un principino, che si sperava col tempo successore del padre in quel dominio. Si scoprì anche nel presente anno in Firenze una congiura di alcuni nobili contro la persona del medesimo gran duca e de' fratelli. A molti costò la vita un tale attentato. Principii di guerra insorsero fra Alfonso II duca di Ferrara e i Bolognesi a cagione del fiume Reno. Avea permesso il duca Alfonso I avolo suo a' Bolognesi l'introduzione di quel fiume, o gran torrente, nel ramo del Po che scorreva presso Ferrara: concessione, che il tempo fece conoscere troppo pregiudiziale al Ferrarese, perchè quel torbidissimo fiume cagionava frequenti rotte nel Po, e giunse infine ad interrarne l'alveo di tal maniera, che cessò quel ramo, e si voltarono tutte l'acque all'altro maggiore ramo del Po che ora miriamo. Si venne per questo all'armi e alle offese fra i due popoli. Ma papa Gregorio XIII, che sempre fu un insigne conservatore della pace in Italia, s'interpose, e fatte depor l'armi, avocò a sè la decision di quelle liti. Nacque nell'anno presente a dì 27 di aprile a Filippo II re di Spagna un figlio, a cui fu posto il nome paterno. Succedette egli col tempo al padre; giacchè in questo medesimo anno la morte rapì ad esso monarca l'altro maggior figlio don Ferdinando; e don Diego, allora maggiore d'età, non sopravvisse al padre, essendo mancato di vita da lì a cinque anni.


MDLXXIX

Anno diCristo MDLXXIX. Indiz. VII.
Gregorio XIII papa 8.
Rodolfo II imperadore 4.

Andavano ben d'accordo il pontefice Gregorio e Filippo re di Spagna in conservar la quiete d'Italia; e però qui si godeva una somma tranquillità, e solamente aveano luogo le arti e i divertimenti della pace. In quest'anno ancora esso pontefice, siccome quegli che ogni dì pensava a lodevolmente impiegare i beni e le rendite del sacrario e dei suoi Stati, instituì in Roma un nobile collegio per gl'Inglesi, volendo che ivi si allevassero cinquanta giovani di quella nazione, e loro s'insegnassero le scienze. A tal fine assegnò a quel luogo l'annua rendita di tre mila scudi d'oro. Fece ancora fabbricare un ponte a Forlì sul fiume Montone per comodo de' viandanti. Passarono alle seconde nozze in quest'anno due dei primarii principi dell'Italia, cioè Alfonso II duca di Ferrara, con cui si accoppiò Margherita figlia di Guglielmo duca di Mantova. Questo principe, che in tutte le occasioni inclinava alla magnificenza, ad anche di troppo, perchè a sostener le tante sue spese gli conveniva poi accrescere i dazii e le gabelle con doglianze dei sudditi, solennizzò con archi trionfali, con feste, giostre ed altri suntuosi sollazzi la venuta di quella principessa a Ferrara. Arrivò essa nel dì 25 di gennaio al delizioso luogo di Belvedere fuori di essa città, e da lì a due giorni fece la sua grandiosa entrata con incredibil concorso di nobiltà straniera. Ma soprattutto rendè riguardevole quella funzione la presenza di molti gran principi, giunti colà nel suddetto giorno 25 di gennaio, cioè di Ferdinando d'Austria arciduca, del cardinale Andrea e di Carlo suoi figliuoli, di Massimiliano figlio dell'imperadore, di Ferdinando principe di Baviera, di Arrigo principe di Brunswich, e di Vincenzo principe di Mantova. Fu spezialmente ammirata la nave che il duca fece fabbricar da più artefici nello spazio di due mesi, destinata a condurre da Mantova a Ferrara per Po la suddetta principessa. Sembrava per la grandezza un comodo palazzo, tutto messo ad oro con pitture e tappezzerie di rara valuta. Passò anche il gran duca di Toscana Francesco alle seconde nozze con Bianca figlia di Bartolommeo Cappello, nobile veneziano. Fuggita questa dalla casa paterna per que' motivi che si leggono presso Traiano Boccalino ed altri autori, si ricoverò in Firenze. Venuta curiosità al gran duca di vederla, non gli mancarono mezzi per appagar questo suo desio. Trovò egli una giovine, in cui non si sa se maggior fosse la beltà del corpo o la vivacità dello spirito. Però talmente se ne invaghì, che, provvedutala di un palazzo, la mantenne da lì innanzi in forma magnifica, con ricavarne anche prole, non senza amare doglianze della gran duchessa sua moglie, a cui fu creduto che siffatti disgusti abbreviassero la vita. Morta poi questa, il gran duca, consigliato dalla passion sua, e vinto dalle lagrime di Bianca Cappello, determinò di sposarla. Il saggio senato veneto, per condecorare un sì nobil matrimonio, dichiarò essa Bianca figlia della repubblica, e coll'inviare ambasciatori a Firenze maggiormente aumentò l'onore e l'allegria di quelle nozze, che poi riuscirono poco felici.

Grande armamento per ordine di Filippo II re di Spagna fu fatto in Italia nel presente anno. Ebbe don Pietro, fratello del gran duca di Toscana, l'incombenza di assoldare dieci mila fanti in Napoli, Roma e Lombardia. Sotto il comando ancora di Fabrizio Colonna e di Giovanni Cardona si raunò una possente flotta, composta di cento galee, quaranta navi, due galeazze, un galeone ed altri legni minori. Di questa armata fu creato capitan generale il marchese di Santa Croce. Non pochi lunarii faceano i politici sopra questo poderoso apparato di guerra, chi immaginandone un motivo e chi un altro. Il tempo decifrò l'arcano, e si vennero a scoprir le mire del re Cattolico sopra il regno di Portogallo. In effetto saltarono fuori in questi tempi le pretensioni di parecchi principi a quella corona, che si prevedeva vicina ad esser vacante per la troppo avanzata età del re Arrigo già cardinale. Erano questi concorrenti Emmanuel Filiberto duca di Savoia, Ranuccio Farnese figlio di Alessandro principe di Parma, don Antonio figlio di un principe della casa di Portogallo, pretendente sè stesso legittimo, e preteso da altri bastardo; e Caterina moglie del duca di Braganza. Ma Filippo II re di Spagna, perchè nato da Isabella di Portogallo, e per la maggior potenza, parve assistito da più vigorose ragioni. A lui riuscì ancora di trarre dalla sua il re Arrigo. Per dare maggior polso alla sua pretensione, giudicò egli molto efficaci l'armi, mentre gli altri suoi rivali non altro metteano in campo che ragioni comperate dalle penne dei più rinomati legisti di questo tempo, senza badare che le carte per l'ordinario non conquistano i regni. Si interpose papa Gregorio XIII, desideroso di comporre quel litigio; e sul principio restò accettata la sua mediazione; ma nel progresso ne fu egli escluso. Come fosse poi sciolto questo nodo, lo vedremo all'anno seguente. La prudenza e il valore di Alessandro Farnese in Fiandra produssero nel presente anno buoni effetti; perciocchè a lui riuscì di prendere, dopo lungo e faticoso assedio, l'importante piazza di Mastrich ed altri luoghi. Grande strage, furioso saccheggio fu ivi fatto. Nel medesimo tempo si studiò egli di guadagnar gli animi dei malcontenti cattolici. Trattossi dunque di pace con alcune provincie, dove prevaleva la vera religione; e fu questa conchiusa, principalmente colla condizione che il principe governatore licenziasse tutte le milizie forestiere, cioè spagnuole, italiane e tedesche, e si valesse solamente di quelle del paese. Così fece egli dopo la presa di Mastrich. Però fin d'allora si cominciò a sempre più conoscere inevitabile il taglio delle provincie de' Paesi Bassi, essendo restate più che mai pertinaci nella ribellione quelle di Olanda, Zelanda, Utrecht ed altre, chiamate le sette provincie unite. Nella Fiandra stessa alzavano tuttavia bandiera contro il re le città di Cambrai, Anversa, Brusselles, Gante e Tournai.


MDLXXX

Anno diCristo MDLXXX. Indizione VIII.
Gregorio XIII papa 9.
Rodolfo II imperadore 5.