Tempo non v'era in cui il buon pontefice Gregorio non pensasse a lasciar dopo di sè memorie illustri o per ben della religione, o per utilità, o per ornamento di Roma. Circa questi tempi prese egli ad abbellire la galleria del palazzo Vaticano, lunga quasi un miglio, facendo dipignere tutto il volto, e ornando le pareti colla descrizion delle provincie di Italia, e il pavimento con varietà di marmi. Dopo alcuni anni terminata fu questa opera. Inoltre, alle terme di Diocleziano fece fabbricare un ampio granaio, capace di gran copia di frumento per le occorrenze delle carestie. Compiè ancora una superba cappella con ispesa di cento mila scudi nella basilica Vaticana, dove nel dì 4 di giugno fece con gran pompa e divozione trasferire il corpo di san Gregorio Nazianzeno, di cui era devotissimo. Parimente approvò l'istituto dei frati Carmelitani Scalzi e delle monache, di cui era stata fondatrice la santa vergine Teresa in Ispagna. Tornò quest'anno ad infestar buona parte dell'Europa, e massimamente l'Italia, passando d'una in altra città, il male appellato del castrone o montone, il quale fu creduto che dalla Francia penetrasse nelle contrade italiane, con febbre gagliarda e tosse. Ma per chiunque osservava una buona dieta, per lo più non si trovava mortale. All'incontro, l'uso dei purganti e il salasso portavano facilmente gl'infermi al sepolcro. In alcuni luoghi appena di cento ne restavano sani quattro. Nella sola Ferrara nello stesso tempo si trovarono prese da questo malore più di dodici mila persone, e molte ne morirono. Quivi fu il colmo del male nel mese di giugno, e in Venezia in quello di luglio. Avea prima fatto il suo sfogo in Milano, dove si contarono più di quaranta mila malati. Nè sesso, nè età andava esente. Fu creduto che Anna regina di Spagna morisse di questo male. Mancò essa nel dì 26 di ottobre, e il re Filippo suo consorte poco prima infermo per la stessa febbre aveva fatto dubitar di sua vita. Certo è che per l'influenza medesima molto si risentì la sanità di papa Gregorio XIII, il cui indefesso zelo fece nell'anno presente fabbricare un bel ponte di marmo di sei archi sul fiume Pelia ad Acquapendente. Non già del male suddetto, ma per idropisia accadde ancora in quest'anno la morte di Emmanuel Filiberto duca di Savoia, a cui fecero gran guerra le umane vicende. Superiore ad esse comparve infine il suo senno, con essere restati quasi tutti i suoi Stati senza quei ceppi che l'altrui prepotenza vi aveva messi. Del suo valore, della sua affabilità, giustizia e pietà, non la sola Italia, ma anche la Germania e la Fiandra serbarono lunga memoria. Rimase di lui un solo figlio legittimo e naturale, cioè Carlo Emmanuele primo di questo nome, che a lui succedette nel dominio in età di diecinove anni, che cominciò di buon'ora il corso di quella insigne gloria con cui superò tutti i suoi antenati.

Mentre Arrigo re di Portogallo era intento a provveder pacificamente quel regno di un successore, la troppo sua inoltrata età il liberò dalle cure del mondo, essendo mancato di vita nell'ultimo giorno di febbraio. Per quanto si era potuto conoscere, le inclinazioni sue erano già state in favore di Filippo II re di Spagna, perchè poco ci volea a presagire che questi avrebbe potuto ottenere colla forza ciò ch'era meglio il concedergli con amore. Ma diversi ben erano i desiderii ed i sentimenti dei Portoghesi, antichi emuli della Castiglia, abborrendo essi troppo il restar senza re, e l'acquistarne uno che comandasse loro in lontananza. Filippo intanto, mentre qui si perderono in consulte e in dispute, raunò, per attestato del Mariana, un esercito di dodici mila fanti e di mille e cinquecento cavalli; picciolo sì di numero, ma grande pel valore, perchè composto del fiore della milizia di Spagna e d'Italia, cioè di soldati veterani nel mestier della guerra. Altri gli diedero venti mila combattenti in circa, fra i quali cinque mila italiani, sotto il comando di don Pietro de Medici, di Prospero Colonna, Carlo Spinelli, e di altri generosi condottieri italiani. Chiamò egli dall'esilio il vecchio duca di Alva, perchè ne fosse capitan generale. Colà arrivò anche la flotta già preparata in Napoli e Sicilia. Non si tardò dunque a dar principio alle ostilità colla presa di Elvas, Olivenza e Campo maggiore. Nel qual tempo la plebe di Lisbona proclamò re di Portogallo don Antonio, tuttochè dichiarato illegittimo ed incapace del regno dal defunto re Arrigo. Unì questo principe un'armata, ma di gente collettizia ed inesperta, che in vicinanza di Lisbona, avendo osato di far giornata col duca d'Alva maestro di guerra, si trovò incontanente sbaragliata, e si raccomandò alle gambe. Entrò il vittorioso duca in Lisbona con buona capitolazione, ma che non esentò parte di essa e le navi, che erano in porto, dal sacco. Seguì poscia un'altra battaglia, dove parimente essendo rimasto disfatto don Antonio, fu obbligato a nascondersi, e a passare ramingo da un luogo all'altro. Intanto riavutosi il re Filippo dalla malattia sofferta in Badacòs, passò nel mese di dicembre ad Elvas di Portogallo, e salutato ivi e riconosciuto, ma non di buon cuore, per re dai grandi di quel regno, non fu avaro di carezze e promesse verso di loro, e levò anche via alcuni dazii, con ordinar nondimeno che si desse principio ad una cittadella in Lisbona. Per trattener la via dell'armi, s'era dianzi maneggiato non poco papa Gregorio XIII, con aver dipoi inviato il cardinal Riario come paciere in Ispagna. Il re l'andò nutrendo di belle speranze, e nel medesimo tempo spinse il suddetto duca d'Alva all'acquisto del regno, pel quale sì felicemente succeduto gran gelosia e rabbia sorse in cuore degli altri monarchi. Giudicò spediente esso re Filippo in quest'anno d'inviare in Fiandra la duchessa Margherita madre del principe Alessandro Farnese, e sorella sua, lusingandosi che l'amore e la stima nei tempi addietro professata da que' popoli a questa savia principessa potrebbe giovar non poco ai pubblici interessi. La spedì pertanto colà col titolo di governatrice dei Paesi Bassi, lasciato ad Alessandro il comando dell'armi. Ma non piacendo al principe questa divisione di autorità, d'accordo colla madre tanto picchiò alla corte di Spagna, che gli fu restituito il titolo primiero nell'anno appresso. Tornossene dipoi la duchessa in Italia a goder la quiete in Abbruzzo. Furono varie azioni di guerra nella Fiandra, ma non tali che importi il farne menzione. Da papa Gregorio e dal re di Spagna fu nel presente anno inviato un soccorso di soldati e di danaro ai cattolici d'Irlanda; ma con poca fortuna; perchè, prevalendo ivi le forze della regina Elisabetta, si sciolse in nulla il tentativo di que' popoli. Un forte ivi fabbricato dai soldati, che colà giunsero sotto nome del pontefice, ben munito d'artiglieria e di viveri, vergognosamente si arrendè agli eretici. Fra la principessa Margherita Farnese, figlia di Alessandro principe di Parma e governator di Fiandra, e don Vincenzo Gonzaga, unico figlio di Guglielmo duca di Mantova, seguì matrimonio nell'anno presente, e le nozze furono celebrate in Parma, dove per alquanti mesi si fermò lo sposo.


MDLXXXI

Anno diCristo MDLXXXI. Indizione IX.
Gregorio XIII papa 10.
Rodolfo II imperadore 6.

Videsi in quest'anno, non senza maraviglia della gente, giugnere a Roma un oratore di Giovanni Basiliovitz gran duca di Moscovia, per implorare i buoni uffizii di papa Gregorio in suo favore. Avea colui mossa guerra a Stefano Batori re di Polonia; ma ritrovò il giuoco ben diverso dall'espettazione sua. Il valoroso Batori gli diè tali percosse, che l'obbligò a chiedere pace; ma non potendola ottenere, stimò bene esso Moscovita di ricorrere al papa, acciocchè interponesse l'autorità sua per far cessare la mal incominciata guerra, con esibirsi pronto a far lega coi cattolici contro la potenza de' Turchi. Avvegnachè il pontefice assai scorgesse quanto poco per ben della religione cattolica si potesse sperare da quel monarca, che co' suoi popoli professava la credenza e i riti de' Greci scismatici; pure siccome padre comune, e trattandosi di un principe che finalmente era cristiano, e la cui affezione verso i cattolici non s'avea a trascurare, benignamente ascoltò le di lui preghiere; con lautezza trattò il di lui oratore, e, caricatolo di doni, il rimandò a casa, accompagnato da Antonio Possevino della compagnia di Gesù, uomo di gran dottrina e di non minore destrezza, affinchè trattasse di pace. A questa si trovarono non pochi intoppi; e intanto il re Stefano s'impadronì della Livonia, dove restituì la religion cattolica. Pace infine seguì con gran decoro della nazion polacca. A' giorni nostri si è ben cangiato l'aspetto delle cose in quelle parti. Imperciocchè quanto è declinata per le continue interne discordie la potenza della vastissima repubblica di Polonia, capace pur di cose grandi, se con altra più lodevol forma di governo si regolasse; altrettanto è cresciuta quella de' Moscoviti, ossia de' Russiani, per opera del czar Pietro Alexiovitz, eroe degno d'immortale memoria. Fu sul principio di maggio del presente anno condotta a Mantova da don Vincenzo Gonzaga, figlio del duca Guglielmo, la nuova sua consorte Margherita Farnese, accompagnata dall'avolo suo Ottavio duca di Parma, dal cardinale Alessandro Farnese suo zio, dal principe Ranuccio suo fratello, e da altri nobilissimi signori. Le feste e gli spettacoli fatti in Mantova per tale occasione costarono spese immense, e riempierono di stupore il concorso incredibile degli spettatori. V'intervenne ancora Alfonso II duca di Ferrara colla duchessa Margherita sua consorte, e sorella del suddetto don Vincenzo. Ma infauste riuscirono queste nozze per difetto corporale di quella principessa, per cui restò poi giustificata la dissoluzione del matrimonio fra essi.

Strepitoso scandalo fu nell'anno presente per la discordia di molti potenti cavalieri della sacra religion di Malta contro il loro gran maestro Giovanni della Cassiera di nazion Franzese, vecchio di ottanta anni, ma vegeto. Andò sì innanzi la loro animosità, che il cacciarono prigione nella fortezza di Sant'Angelo, imputandogli troppa negligenza negli affari dell'ordine, e che ne scialacquasse i beni, e fino a pretendere che tenesse segreti trattati co' nemici della fede cristiana. Sommamente dispiacque al pontefice Gregorio siffatta violenza, e, uditi i ricorsi di amendue le parti, spedì tosto a Malta Gasparo Visconte auditor di ruota, il quale, dopo avere rimesso in libertà e nel suo primiero grado il gran maestro, sfoderò un breve del papa, che citava tanto lui quanto gli accusatori suoi a comparire quanto prima in Roma a dir le loro ragioni. A ciò ancora fu spinto il pontefice dal re di Francia, minacciante di torre a tutti i cavalieri di Malta le commende del suo regno, e di applicarle al nuovo suo ordine dello Spirito Santo. Venne a Roma nel dì 26 d'ottobre il gran maestro, accompagnato da trecento cavalieri, ai quali tutti e alla loro servitù il cardinal Luigi d'Este, principe che nella magnificenza non avea pari, diede alloggio e fece le spese per tutto il tempo che quivi si fermarono. Mancò poi di vita esso gran maestro nel dì 23 di dicembre. Il suo gran competitore Romagano Guascone per malinconia l'avea preceduto all'altra vita nel dì 4 di novembre, e così amendue andarono a litigare al tribunale di Dio, più incorrotto e perspicace che quel della terra. Passò in quest'anno nel mese di settembre per Italia la vedova imperatrice Maria, madre di Rodolfo II Augusto, e sorella di Filippo II re di Spagna, desiderosa di terminare i suoi giorni in un monistero di Spagna, ad imitazione del glorioso suo padre Carlo V. Era accompagnata dall'arciduca Massimiliano suo figlio e da una splendida corte. I signori veneziani, secondo il loro costume, le fecero un sontuoso trattamento per tutti i loro Stati, essendo venuta a Trivigi, Padova e poi sino a Brescia. Con pompa incredibile fu ricevuta in Milano, e poscia in Genova, dove imbarcatasi, arrivò poi in Ispagna a compiere la sua piissima risoluzione.

Trattandosi di un principe italiano, a noi non disconverrà l'andar passando in Fiandra, per accennar brevemente le gloriose azioni di Alessandro Farnese governatore di que' paesi. In questi tempi i Fiamminghi confederati contro il re Cattolico, mal soddisfatti del giovane arciduca Mattias, dopo aver dichiarato esso principe decaduto da ogni diritto sopra le loro contrade, presero per difensore della Fiandra Francesco già dichiarato duca d'Angiò, fratello di Arrigo III re di Francia. Con buon esercito passò questo principe a Cambrai, città indarno assediata dall'armi spagnuole, e trionfalmente vi fu ricevuto. Fece poi pochi altri acquisti, perchè a poco a poco i suoi Franzesi se ne tornarono alle delizie della patria, ed egli passò in Inghilterra, dove la regina Elisabetta tanta disposizione mostrò ad accettarlo per marito, che già tutti il felicitavano, tenendosi egli come gli altri la cosa per fatta. Ma non andò molto che si trovò solennemente beffato dall'astuta e simulatrice regina, non men di quello che era succeduto prima a tanti altri. S'impadronì in quest'anno il principe Alessandro di Bredà, che fu messa a sacco. Ricuperò Sangislan, e poscia imprese l'assedio di Tournai, che fu ben lungo e costò di molto sangue e fatiche, ma con terminare nella resa di quella importante città, obbligata a pagare ducento mila fiorini per esimersi dal sacco. Colò tutta questa rugiada in mano dei vittoriosi soldati. Con gran solennità nei medesimi tempi ricevette il re Cattolico il giuramento di fedeltà dalla bocca, ma non dal cuore, degli Stati di Portogallo, e fece riconoscere per erede di quel regno don Diego suo maggior figliuolo. Quindi sul fine di giugno si trasferì a Lisbona, accolto colla maggior magnificenza e con segni di somma allegrezza da quel popolo, a cui confermò gli antichi privilegii e ne aggiunse de' nuovi, nulla ommettendo per guadagnarsi la benevolenza di quella gente, che internamente fremeva per vedersi ridotta sotto il giogo d'una nazione tanto da essi odiata.


MDLXXXII