Anno diCristo MDLXXXII. Indizione X.
Gregorio XIII papa 11.
Rodolfo II imperadore 7.

Quand'anche non fossero concorse tante memorabili azioni a rendere gloriosissimo il pontificato di papa Gregorio XIII, basterebbe bene ad assicurar l'immortalità al suo nome la correzione da lui fatta in quest'anno del calendario romano. Gran tempo era che si lagnavano gl'intendenti astronomi dello sconcerto avvenuto nel ciclo solare fissato ai tempi di Giulio Cesare e di Augusto imperadori, perchè allora non fu ben conosciuto l'esatto corso annuale del sole. Era passato questo disordine nel tempo della Pasqua, stabilito dai padri del primo concilio niceno, perchè chiaramente si scorgevano troppo slontanati dal sito allora prefisso alla celebrazion della Pasqua gli equinozii della primavera, e fuor di sito le feste principali della Chiesa. Ora il generoso pontefice con tutto vigore si applicò ad emendare i trascorsi passati, e ad impedirli per l'avvenire. Consultò dunque i più valenti astronomi d'allora, e molti ne chiamò a Roma, facendo ben ventilare la miglior forma di stabilire un cielo di epatte che non fosse da lì innanzi soggetto a mutazioni. Meritò sopra gli altri applauso un ciclo già inventato da Luigi Lilio Veronese, nel quale furono fatte alcune lievi mutazioni, se con ragione e frutto, a me non appartiene il cercarlo. Pertanto fu determinato di levar via dieci giorni dall'ottobre dell'anno presente, affinchè l'equinozio della primavera tornasse al dì 21 di marzo, secondo la determinazione del concilio niceno. Per mantenerlo poscia in quel sito, e schivar nuovi sconcerti da lì innanzi, si stabilì che ogni tre centesimi anni si tralasciasse il bissesto, ma che corresse nel quarto centesimo, con altre regole che io tralascio. Comunicato questo insigne progetto a tutte le potenze cattoliche, acciocchè fosse ben esaminato, riportò l'approvazion d'ognuno. Il perchè nel dì 24 di febbraio dell'anno presente si vide con solenne bolla pubblicato dal pontefice, e ne fu ordinata l'esecuzione. Non si può dire che plauso per questa sì faticosa e riguardevole impresa conseguisse il buon papa Gregorio presso tutti i cattolici, contando noi per nulla il ridicolo schiamazzo, che per ciò fece lo spirito contraddittorio de' protestanti, ai quali il bello e buono procedente da Roma non suol aver la fortuna di piacere. Ma non si vuol dissimulare che sul fine del secolo decimosettimo e sul principio del presente insorsero delle difficoltà intorno alla stessa correzion gregoriana, e si disputò non poco da alcuni valenti astronomi, specialmente italiani, con pretendere che il celebre Cristoforo Clavio non avesse ben corrisposto all'intenzione di questo saggio pontefice, e che quella correzione tuttavia abbisogni di emenda, stante l'essere intervenuto dipoi, e poter intervenire, che, seguitando noi il ciclo dell'epatte, o troppo presto o troppo tardi si celebri la Pasqua, per non corrispondere essa ai veri calcoli astronomici del sole e della luna. Oltre di che, secondo essi, non fu ben preso a' tempi del pontefice Gregorio il preciso annuo corso del sole, essendosi trascurati almeno alcuni secondi, i quali col tempo possono produrre qualche sconcerto. Con tutto ciò tali non parvero quelle obbiezioni, che fosse creduta necessaria allora una nuova riforma del calendario. Tale forse la crederà alcuno dei secoli avvenire.

Oltre a questa insigne azione riguardante tutto il cattolicismo, fece il medesimo papa un'opera particolare per ornamento ed utilità di Roma; e fu il collegio romano della compagnia di Gesù, fabbrica sontuosissima, di cui si vede la pianta rapportata dal padre Bonanni. Al mantenimento di que' religiosi assegnò ancora delle grandi rendite. In questi tempi avendo don Antonio di Portogallo coll'aiuto de' Franzesi ed Inglesi messa insieme una buona flotta, andò per impadronirsi dell'isole Terziere, come dipendenti dalla corona di Portogallo. Non dormiva il re Filippo II, ed anch'egli spedì a quella volta il marchese di Santacroce nel mese di luglio con ventotto navi ed altri legni. Vennero alle mani le due nemiche armate, e restò sconfitta quella di don Antonio, con rimaner prigioni venticinque baroni franzesi, cinquanta altri nobili di quella nazione, e circa secento tra Franzesi ed Inglesi soldati ordinarii. Fu commessa allora una crudeltà più che turchesca, onde risultò ignominia grave, e non facile a cancellarsi, della nazione spagnuola. Il Santacroce, estratti da luogo sacro tutti quei franzesi, condannò ognun di essi, parte al taglio della testa, e parte al capestro, e la sentenza fu eseguita. All'avviso di tanta barbarie, recato dall'ambasciator franzese con altre doglianze, inorridì il buon papa Gregorio, nè potè contenere le lagrime, non sapendo darsi pace che gente cristiana più delle fiere stesse arrivasse ad infierire. Ne rigettò egli la colpa sul Santacroce; ma non si potè levar di testa alla gente che l'ordine si spiccasse previamente dalla corte dello stesso re Filippo, e spezialmente non avendone fatto alcun risentimento contra del Santacroce. Fu creduto che il consiglio venisse dal duca d'Alva, quel Silla novello che metteva la gloria e il sostentamento della monarchia spagnuola, non già nel farsi amare, ma nel farsi temere dai popoli. Questo crudel uomo finì appunto di vivere nel dicembre di quest'anno. Se trovasse nell'altra vita quell'indulgenza e misericordia ch'egli mai non esercitò, nè conobbe in terra, non l'ha rivelato Iddio. Tornò in Fiandra nel mese di febbraio Francesco duca d'Angiò, e in Anversa con sommo applauso fu proclamato duca del Brabante, conte di Fiandra, d'Olanda, Zelanda, ec. Con tutti questi bei titoli niun progresso fece egli in quelle parti. Alessandro Farnese, allo incontro, s'impossessò di Oudenarde, dell'Esclusa, di Cambresì, di Ninoven e d'altri luoghi. Cominciò in quest'anno il giovane Carlo Emmanuello duca di Savoia a scoprir le sue idee guerriere col segreto disegno di sorprendere Ginevra, sentina di tutte le eresie, alle porte, per così dire, d'Italia. Avendo egli ben disposti i pezzi per quell'impresa, e comunicata la sua idea al pontefice Gregorio e al re Cattolico, da amendue avea riportate promesse di gagliardi aiuti, se gli veniva fatto il negozio. Ma avendone anche ricercato il consenso dal re di Francia Arrigo III, n'ebbe una negativa, allegando quel monarca che Ginevra era sotto la protezion della sua corona. Gli convenne per questo di desistere; ma concepì un odio tale contra de' Franzesi, che mai più nol depose.


MDLXXXIII

Anno diCristo MDLXXXIII. Indiz. XI.
Gregorio XIII papa 12.
Rodolfo II imperadore 8.

Circa questi tempi il pontefice Gregorio, nato per pensar sempre a cose grandi pel pubblico bene, e, dopo averle ideate, costante in eseguirle, presentò alla luce il decreto di Graziano con abbigliamenti nuovi, per aver dianzi deputata una congregazion di letterati per la correzione e per l'ornamento di quella raccolta di canoni, molto allora accreditata nelle scuole. Prese ancora a migliorar la edizione della sacra Bibbia; al qual fine procurò da ogni parte antichi codici e deputò un'altra congregazione. Questa impresa non fu poi condotta a fine se non sotto i papi susseguenti Sisto V e Clemente VIII. Gran carestia fu in Roma per due mesi, e ciò per colpa de' ministri che aveano con troppo larga mano conceduta l'estrazion de' grani. Toccò al generoso animo del papa di emendar con grave spesa la lor trascuratezza. Avvenne, oltre a ciò, in Roma un accidente che recò non lieve rammarico e disturbo al pontefice; perciocchè ito il bargello con gran copia di birri per prendere un bandito in casa degli Orsini, capitati colà Raimondo Orsino, Silla Savello ed Ottavio de' Rustici, baroni romani, per aver voluto impedir la cattura per pretension di franchigia, restarono miseramente uccisi da quella canaglia. Sollevossi perciò il popolo romano, ed anche la nobiltà, e quanti birri potè cogliere, senza rimissione ammazzò. Essendo concorsi a questo rumore molti banditi, seguirono altre uccisioni, e sarebbe succeduto peggio, se la prudenza del pontefice non avesse rimediato. Tanta caccia fece egli fare al bargello suddetto, che fu in fine preso e giustiziato: il che nondimeno non bastò a quetar gli animi pregni di desiderio di vendetta, talmente che non finì sì presto quella tragedia. Ora il papa, per rallegrare il popolo, nel dì 12 di dicembre fece la promozione di diecinove cardinali, tutti persone di gran merito, fra i quali spezialmente si distinsero Niccolò Sfondrati, che fu poi papa Gregorio XIV, Francesco di Gioiosa Franzese, Agostino Valerio vescovo di Verona, e Vincenzo Lauro vescovo di Monreale.

Avea la morte rapito al re Filippo II nell'anno precedente il suo figlio maggiore don Diego; però fece egli nel presente prestar giuramento dai Portoghesi a don Filippo, restato unico di lui figlio. Gli riuscì ancora di finir di ricuperare le isole Terziere. In Fiandra accaddero delle novità, delle quali ben seppe profittare il principe Alessandro Farnese. Quantunque fossero stati conferiti gloriosi titoli, dei quali sopra si parlò, a Francesco duca d'Angiò; pure, perchè da alcune condizioni alquanto dure veniva ristretta la sua autorità, si avvisò egli, spinto principalmente dagli alteri suoi consiglieri franzesi, di voler dar egli la legge a' Fiamminghi, parendogli vergogna il riceverla da loro. Volle dunque adoperar la forza, e destinò il giorno 16 o 17 di gennaio del presente anno per farsi libero signore di quelle contrade. L'ordine andò a tutti i presidii franzesi d'insignorirsi dei luoghi dove si trovavano, ed egli prese a sottomettere l'insigne città di Anversa, in cui erano di guarnigione quattrocento de' suoi; ma con incontrar egli ciò che non si aspettava, cioè quello a che si espone chiunque de' principi che, volontariamente chiamato da un popolo alla signoria, si mette sotto i piedi con tanta facilità i patti della dedizione. Prese pretesti da una rassegna per accostarsi colle sue truppe ad Anversa, ed allorchè usciva di città con gran corteggio de' suoi soldati, diede il segno della macchinata trama. Furono uccise le guardie della porta, ed entrarono secento cavalli e tre mila pedoni franzesi, che montati sui baloardi voltarono i cannoni contro la città, e si diedero a saccheggiar le case, e ad uccidere chiunque si opponeva. Ossia che gli Anversani stessero dianzi con gli occhi aperti, o che solamente li svegliasse quell'improvviso assalto, il vero è che tosto fecero sonar le campane a martello, tirarono le catene alle strade, e, dato di piglio all'armi, animosamente fecero fronte a chi non più amico, ma nemico e traditore lor si mostrava. Con tal gagliardia dai feroci cittadini furono assaliti e respinti i Franzesi, che lor convenne rinculare sino alla porta, dove, per voler eglino uscire, e nello stesso tempo entrare gli Svizzeri del duca d'Angiò, si fece una calca e miscuglio che costò la vita a moltissimi o uccisi o caduti nella fossa. Vi fu chi fece ascendere sino a due mila i Franzesi morti; la città restò liberata, e il duca pien di vergogna, e rampognato dalla propria coscienza per tanta infedeltà, si ritirò. Agli altri Franzesi venne fatto di occupar Doncherche ed alcun altro luogo, ma non già Ostenda, Bruges e Neoporto. Arrivò a tempo questa discordia de' Fiamminghi col duca d'Angiò per rinvigorire Alessandro Farnese, a cui soprastava la rovina, se a' Franzesi riusciva quel colpo, e se di Francia fossero venuti nuovi rinforzi. Mosse dunque il Farnese l'armi sue, e colla metà d'esse diede una rotta al maresciallo franzese Biron, dove fu creduto che perissero de' vinti circa due mila persone, e de' vincitori solamente otto, se vogliam prestar fede a chi non è mai intervenuto a battaglie. Assediò il Farnese intanto Doncherche, e lo costrinse alla resa, e prima dell'agosto ebbe ai suoi voleri Neoporto, Berga, Furnes, Dismuda e Menin, e poi Zutfen col paese di Vaes, Middelburgo, Rupelmonda, Alost ed altri luoghi: tutte vittorie ed acquisti che sommamente accrebbero il credito alla parte regia ne' Paesi Bassi e la gloria al principe di Parma.


MDLXXXIV