Ora entrati in conclave i porporati, nel dì 15 di settembre elessero con somma concordia papa il cardinale Giambatista Castagna nato in Roma da padre genovese nel 1521, e sempre in essa allevato, e considerato come Romano. Tali virtù e belle doti d'animo e d'ingegno, e spezialmente di amorevolezza, saviezza e sperienza degli affari del mondo, concorrevano in questo personaggio, che si può dire ch'egli entrò papa in conclave, c tale anche ne uscì. Lo stesso papa Sisto, che ben s'intendeva del valore delle persone, più d'una volta scherzando diede a conoscere di riguardar lui, come suo successore. Prese egli il nome di Urbano VII, ed era ben degno di lunga vita, perchè nulla a lui mancava di buono per fare un ottimo reggimento. Ordinò tosto che niuno de' parenti suoi prendesse altro maggior titolo di quel che aveano innanzi. Nè pur volle promuoverne alcuno ai supremi uffizii, dicendo esser meglio di valersi di altri, per potere, se fallassero, senza impedimento del naturale affetto, o rimuoverli o gastigarli. Fece subito descrivere tutti i poveri della città, con animo di esercitar verso di loro l'innata sua liberalità, di cui, appena creato papa, diede un bei saggio verso i cardinali poveri. Immantenente ancora ordinò la riforma della dateria e la continuazione delle fabbriche di papa Sisto, volendo che del medesimo quivi si ponessero l'armi, e non già le sue. Pensava eziandio a levar le gabelle poste da papa Sisto, a provvedere alla carestia allora corrente e ad altre lodevoli azioni. Ma che? nel secondo giorno del suo pontificato cominciò a sentirsi poco bene; sopraggiunse la febbre, e questa nel dì 27 di settembre, il rapì dalla presente vita con incredibil dispiacere del popolo romano, che per lui eletto somma allegrezza mostrò, per lui infermo offerì a Dio ferventi preghiere, e lui morto onorò col pianto quasi di ognuno.

Convenne dunque che il sacro collegio passare ad una nuova elezione, e questa cadde, dopo molte dispute pel concorso di altri degnissimi porporati, correndo il dì 5 di dicembre, nel cardinale Niccolò Sfondrati nobile milanese, chiamato il Cardinal di Cremona, perchè vescovo di quella città, e di famiglia anche oriunda di là. Suo padre fu Francesco già senatore di Milano, e dopo la morte di Anna Visconte sua moglie, pel suo sapere creato cardinale da Paolo III, vescovo fu anch'egli di Cremona. Era Niccolò suo figlio personaggio di maschia pietà, dottissimo, di costumi sempre incorrotti, di somma umiltà, e sì alieno dal desiderio della sacra tiara, che, trovandosi all'improvviso eletto papa, rivolto ai capi delle fazioni disse: Dio ve lo perdoni: che avete voi mai fatto? Prese il nome di Gregorio XIV. Perchè infermiccia era la sua sanità, e abbisognava di persona fedele a sostenere il gran peso a lui addossato, creò tosto cardinale Paolo suo nipote, figlio di suo fratello e di Sigismonda Estense, che riuscì un insigne porporato. Chi scrisse schiantata sotto Sisto V la razza de' banditi, volle piuttosto dire frenata la loro insolenza. Imperocchè buona parte d'essi si ritirò nei confini di Napoli e della Toscana, e un'altra continuò ad infestar la Romagna; nè tutti gli sforzi di quel sì temuto pontefice poterono apprestare una vera medicina al male. Crebbe poi questo dopo la morte di esso Sisto, e massimamente perchè Alfonso Piccolomini duca di Monte Marciano, caduto in disgrazia del gran duca Ferdinando, e con grossa taglia sulla sua testa perseguitato dappertutto, si fece capo di que' masnadieri in Romagna; ed arrivato a mettere insieme alquante squadre di cavalli, commettea frequenti assassinii. Altrettanto facea Marco Sciarra, altro capo di banditi e scellerati in Abbruzzo con iscorrere fino alle porte di Roma, bruciar casali, ed esigere contribuzioni. Unironsi poi insieme queste due esecrabili fazioni, ed aumentandosi di giorno in giorno la loro truppa, incredibili danni recavano, talmente che il terror di essi si stendeva ben lungi. Perchè il vicerè di Napoli spedì contra di loro circa quattro mila soldati, passarono tutti in Campagna di Roma sul principio di dicembre. Il gran duca inviò Camillo del Monte con ottocento fanti e ducento cavalli in traccia di costoro. Da Roma ancora andò Virginio Orsino con quattrocento cavalli. Fu assediato lo Sciarra coi suoi in un casale; sopraggiunse il Piccolomini con circa secento cavalli, e si venne a battaglia, in cui ben cento di quei malvagi uomini furono uccisi o presi. Contuttociò gli altri la notte ebbero la fortuna di mettersi in salvo. Oltre a questo flagello, un altro di lunga mano maggiore si provò ne' presenti tempi quasi per tutta l'Italia, e massimamente nello Stato della Chiesa, cioè la carestia, per cui la povera gente si ridusse a mangiar erbe, cioè a pascersi d'un cibo che solo basta a recar la morte agli uomini. Se a' tempi nostri o son rare le carestie, o ad esse si provvede, è proceduto questo dall'introduzione e dilatata coltura del grano turco, che melgone o frumentone vien chiamato in alcuni paesi, supplendo esso alla mancanza dei frumenti e di altri grani. Si applicò tosto il novello pontefice al soccorso de' suoi popoli, nè tralasciò diligenza e spesa per aiutarli.

Ma quello che maggiormente teneva in tempesta l'animo di esso papa Gregorio, era il lagrimevole stato della Francia, dove in quest'anno si fece guerra alla disperata fra Arrigo IV re, sostenuto principalmente dagli ugonotti, e la lega de' cattolici, capo di cui era il duca di Umena della casa di Guisa. Brevemente accennerò io che nel dì 14 di marzo fra i due nemici eserciti si venne ad una giornata campale presso d'Ivrì, in cui Arrigo principe di singolar valore, quantunque inferiore di forze, diede una gran rotta all'Umena con istrage di non poca della di lui fanteria, e colla presa delle bandiere, artiglierie e bagaglio. Se Arrigo era più sollecito a marciare alla volta di Parigi, fu creduto che quel popolo, trovandosi sprovveduto, avrebbe capitolata la resa. Allorchè v'andò, trovò fatti assaissimi preparamenti, e prese molte precauzioni; ciò non ostante, ne imprese l'assedio. La costanza de' Parigini nella difesa della città sotto il comando di Carlo duca di Nemours, e le calamità incredibili da loro sofferte per l'estrema penuria di vettovaglia, furono cose memorabili che empierebbono un lungo campo di storia. Nel qual tempo mancò di vita in prigione il cardinal Carlo di Borbone, vanamente proclamato re dai collegati cattolici, e il duca d'Umena altro ripiego non avea che di ricorrere con ispessi corrieri e fervorose preghiere al papa e al re Cattolico per ottenere soccorsi. Non potea certamente Parigi resistere più lungo tempo, dacchè il re Arrigo IV avea occupato qualunque sito all'intorno, per cui potessero penetrar viveri nella città. Ma vennero a tempo ordini del re Cattolico al duca Alessandro Farnese di passar colle sue forze di Fiandra in aiuto degli assediati parigini. Con dieci mila pedoni, tre mila cavalli ed accompagnamento di copiosa nobiltà fiamminga all'improvviso arrivò il generoso duca a Meau nel dì 21 di agosto, e si unì col duca d'Umena. Non potea durarla più di quattro giorni Parigi, quando cominciò ad avvicinarsi un sì potente soccorso; e perciocchè il re Arrigo, coll'aver divisa la sua armata intorno a quella città, a troppi pericoli restava esposto, nell'ultimo del mese suddetto giudicò miglior consiglio di levare il campo e ritirarsi. Esibì poscia al Farnese la battaglia, ma questi, che sapeva il suo mestiere, e si trovava inferiore di gente, con saggia risposta si sottrasse all'impegno. Succederono poi alcuni altri fatti di guerra, che non importa di qui riferire. Ritirossi intanto con parte dell'esercito il duca Alessandro Farnese, sempre inseguito dal re Arrigo, in Fiandra, per accudire ai bisogni di quel paese e prepararsi, occorrendo, a tornare in Francia l'anno seguente. In questi tempi ancora, sì per proprio interesse che per le premure del re Cattolico, Carlo Emmanuele duca di Savoia portò la guerra in Francia. Essendo stato invitato dai popoli della Provenza a prendere la lor protezione contra degli ugonotti, i quali sotto i signori di Lesdiguieres e della Valletta occupavano molti luoghi in essa Provenza, e particolarmente del Delfinato, s'impadronì di Barcelonetta, e di Frejus, di Antibo e d'altri luoghi. E tuttochè in qualche fazione ricevesse delle percosse dai nemici, e massimamente verso Ginevra, dove nello stesso tempo bolliva la guerra, pure nel dì 18 di novembre fece la magnifica sua entrata nella città di Aix capitale della Provenza, accolto con grandi feste e molte benedizioni da quel popolo, il che fatto, altri luoghi vennero alla di lui ubbidienza.


MDXCI

Anno diCristo MDXCI. Indizione IV.
Innocenzo IX papa 1.
Rodolfo II imperadore 16.

Più che mai e in maniera disusata si provarono nel verno e nei mesi susseguenti di quest'anno i terribili morsi della fame in Italia, ed anche fuori d'Italia, di maniera che non altro che pianti e grida s'udivano in ogni parte. I duchi di Firenze, Ferrara, Urbino ed altri principi, e spezialmente la saggia repubblica di Venezia, non perdonarono a spesa veruna per tirar grani da lontanissime contrade, a fin di soccorrere al bisogno de' loro popoli. Sopra tutto fu afflitta Roma da questo flagello per la sua gran popolazione, e certamente non mancò il buon papa Gregorio XIV di far quanto era in sua mano per rimediarvi, avendo impiegato almeno cento mila scudi d'oro per far venire frumenti stranieri, oltre alle pubbliche e private limosine che continuamente andò facendo ai poveri. I venti contrarii non lasciavano approdar le navi che conducevano quel soccorso. A questo malore s'aggiunse una perniciosa epidemia, probabilmente originata o dalla mancanza o dalla mala qualità dei cibi, per cui gran copia di gente sorpresa da deliquii, o da acute febbri, perì. E la mortalità fu sì grande in Abbruzzo, Marca, Umbria e Romagna, che per mancamento di chi lavorasse i terreni, la penuria continuò anche da lì innanzi. Per questo flagello, come raccontano il Ciaconio e il Cicarelli, mancarono di vita in Roma sessanta mila persone: il che quasi non par credibile. Medesimamente in quest'anno più che mai infierirono i banditi in Campagna di Roma e in Romagna. Per conto di questa ultima provincia, mosso dal pontefice, Alfonso duca di Ferrara seppe trovar la maniera di purgarla da quei tanti masnadieri, inviando il conte Enea Montecuccoli con assai squadre di cavalli e fanti, e certe carrette conducenti artiglierie colle loro troniere, le quali nello spazio di due mesi parte uccisero, parte dissiparono quella canaglia, di modo che rifiorì ivi la quiete, e si potè da lì innanzi portar l'oro in palma di mano per quei paesi. Nel Cesenatico restò anche preso Alfonso Piccolomini gran caporione di quelle masnade, e condotto a Firenze, quivi trovò quel fine che conveniva ai meriti suoi. Non passarono già con eguale felicità gli affari nei contorni di Roma, dove Marco Sciarra con grosse bande di quella mala razza, imponendo grosse taglie a quanti ricchi, ed anche vescovi, gli cadeano nelle mani, saccheggiando le terre, bruciando la biade mature, e commettendo altri mali, ogni dì più s'ingagliardiva. Per reprimere costui Onorato Gaetano duca di Sermoneta, Virginio Orsino, Carlo Spinello venuti con molte schiere da Napoli ed altri nobili baroni, uscirono in campagna, fecero varie zuffe; ma in fine, trovando poco onore e men profitto contra di tal gente brava e disperata, furono costretti a lasciare ad altri l'impresa.

Bastava lo zelo della religione, di cui sommamente era acceso papa Gregorio, perchè egli tutto s'interessasse nella difesa dei cattolici di Francia, ma vi s'aggiunsero le forti istanze di Filippo II re di Spagna, divenuto manifesto fautore dell'unione o sia lega chiamata santa, per motivo anch'egli di religione, tuttochè fosse creduto che altre ragioni di politica, e di profittare per sè in quelle turbolenze, si mischiassero in quel suo impegno. Pertanto il pontefice s'obbligò di pagare ogni mese alla lega suddetta quindici mila scudi d'oro; inviò anche lettere fulminanti in Francia contra del re Arrigo e de' suoi seguaci, le quali, se crediamo agli scrittori franzesi, cagionarono piuttosto male che bene, perchè esacerbarono forte quel re in tempo che egli dava speranza di ricevere istruzioni intorno alla religione, e mostrava disposizioni favorevoli al cattolicismo. Oltre a ciò, il papa ordinò che si assoldassero a sue spese sei mila Svizzeri, due mila fanti italiani e mille cavalli. Avea egli creato duca di Monte Marciano (giacchè quel feudo nella Marca era stato confiscato per la ribellione di Alfonso Piccolomini) il conte Ercole Sfondrati suo nipote, con avergli anche conferito il grado di generale della santa Chiesa ed altri onori. Volle egli che questo suo nipote avesse il generalato delle sue milizie destinate in aiuto della Francia; ma queste si andarono lentamente adunando, ed arrivò il mese di luglio che non erano per anche partite dallo Stato di Milano. Si mossero in fine, e con grandi stenti passando in Lorena, e patendo una grave diserzione, ben tardi fecero la loro comparsa in Francia. Dicono che esso papa spendesse per quella guerra più di un mezzo milione di scudi d'oro della camera apostolica, oltre a quaranta mila altri di borsa propria. Anzi il Campana scrive, essersi fatto conto che nei pochi mesi di vita di questo pontefice fosse speso vicino a tre milioni di ducati, o sia scudi d'oro (altri dicono anche più), la maggior parte per l'occasione della carestia e delle guerre di Francia. Aggiunge egli nulladimeno, essere stata comune opinione che da' suoi ministri fosse in ciò non ben servito, prevalendosi eglino del troppo buon naturale del pontefice, il quale non figurava in altrui le male qualità che non trovava in sè stesso. Volete udirne una bella? Per attestato del medesimo storico, nell'ultima malattia del papa per parecchi giorni fu egli sostenuto in vita dalla virtù dell'oro macinato e di alcune gioie, che gli si diedero pel valore di quindici mila scudi. Convien ben conchiudere che questo buon papa avesse attorno sè o degli sciocchi medici o dei molto accorti ladri.

Portossi sul principio d'agosto dell'anno presente a Roma Alfonso duca di Ferrara con seguito di secento persone per ottenere dal pontefice, che gli compartì distintissimi onori, la facoltà di potere alla sua morte aver per suo successore nel ducato chi a lui fosse piaciuto, come lasciò veridicamente scritto Bartolomeo Dionigi da Fano storico, e non già come altri mal informati parlarono di quella faccenda. Non aveva egli figli proprii, e desiderava la libertà di eleggere alla successione uno delle due linee allora esistenti della casa d'Este. Si trovarono a ciò delle difficoltà; ma queste si sarebbono probabilmente superate, se non fosse sopraggiunta la morte dello stesso papa Gregorio XIV, il quale, essendo stato sempre infermiccio, finalmente nel dì 15 d'ottobre fu chiamato da Dio a miglior vita: pontefice piissimo e di ottima volontà, il cui governo, oltre alla brevità, si trovò sempre in tempesta per le pubbliche sciagure.

Riaperto il conclave nel dì 29 del suddetto mese, concorsero i voti de' porporati nella persona di Gianantonio Facchinetti, chiamato il cardinale Santi Quattro, Bolognese di patria, personaggio di sperimentata bontà e di molta letteratura, ma che per l'età d'anni settantatrè e per l'afflitta sua complessione ben si conosceva di dover essere di brevissima vita, siccome avvenne. Si fece egli chiamare Innocenzo IX. Perchè fossero eletti questi tre ultimi papi quai depositi che la morte in breve ripeterebbe, sarà ciò proceduto da que' medesimi motivi per li quali si son fatti in altri tempi altre simili elezioni. In persona si portò Vincenzo duca di Mantova a Roma a rendere ubbidienza a questo papa, e ne ricevè molte dimostrazioni di stima ed affetto. Quale intanto s'era preveduto, tale si provò l'animo del novello pontefice, cioè tutto rivolto a soccorrere Roma e gli altri Stati della Chiesa nella grave carestia che tuttavia faceva guerra alla povera gente, e a sostenere la lega di Francia contra del re Arrigo. Delle tante gabelle imposte al popolo romano, massimamente da papa Sisto, egli immantenente ne levò non so quante, e compartì ad esso popolo altre grazie. E perciocchè s'era inteso che passassero male gli affari della lega suddetta in Francia, le promise cinquanta mila scudi al mese, con sollecitar anche Alessandro duca di Parma a recarle aiuto. In somma, disposizioni in lui si miravano per fare un ottimo governo, perchè, sebben pel suo naturale era tardo nelle risoluzioni e nell'accordar le grazie, pure riuscivano poi queste maggiormente maturate dalla prudenza. Ma non tardò la morte a privar la cristianità di sì buon pastore. Nel dì 21 di dicembre si trovò egli indisposto, e sopraggiunta poi la febbre con flusso nel dì 29 d'esso mese, secondo alcuni, rendè l'anima al creatore, o piuttosto nel dì 30, secondo altri, per essere succeduta la sua morte nella notte avanzata precedente ad esso dì 30. L'elezione dunque d'un nuovo pontefice fu riserbata all'anno seguente.