Con varia fortuna continuò ancora in quest'anno Carlo Emmanuele duca di Savoia la guerra di là dai monti. Erano stati da gran tempo i Marsiliesi in dubbio se avessero a mettersi anch'eglino sotto la di lui proiezione, come aveano fatto quei di Aix e d'altri luoghi della Provenza; ma finalmente prevalse il partito di chi era a lui favorevole. Entrò dunque in essa città il duca nel dì 2 di marzo, accolto con gran solennità e festa da quel popolo. Ma cotali acquisti del duca, benchè fatti con belle proteste di sola protezione, e non già di dominio, pur venivano mirati di mal occhio non solamente dal re Arrigo, ma anche dalla stessa lega cattolica, temendo essi che il re di Spagna meditasse di mettere il medesimo duca suo genero sul trono di Francia. Fu in questi tempi preso Granoble nel Delfinato dagli ugonotti; e perciocchè il duca scarseggiava di gente, e più di denaro per soddisfare ai presenti bisogni, e la Provenza si scansava dal darne, con allegare la sua impotenza; passò il medesimo duca in Ispagna per implorar soccorsi dal re, ed impetrò danaro, pensioni per li suoi figli e molti altri donativi. Tornò poscia in Provenza sul principio di luglio con tredici galee cariche di fanteria spagnuola. Entrò in Arles, prese altri luoghi; ma a Pontecarrate ebbe una fiera sconfitta dal Lesdiguieres, il qual poscia s'impadronì di Barcelonetta, e diede altre percosse ai Savoiardi. In Francia fu di nuovo in pericolo la città di Parigi di esser sorpresa dall'armi del re Arrigo, il quale nell'anno presente s'impossessò di Ciartres, di Noion e di altri luoghi. All'incontro, la città di Bordeos si diede alla lega. Poi verso il principio di novembre venne pensiero ad esso re, assistito dagli Inglesi, di mettere l'assedio alla vasta e forte città di Roano, ancorchè sapesse che gran provvisione di soldati, vettovaglie e munizioni ivi si trovava. Peggio passò per li cattolici in Fiandra, perciocchè il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, ossia eretiche, raunava di grandi forze; e il duca di Parma Alessandro comandava a soldatesche ben sovente ammutinate per la mancanza delle paghe, le quali tutto dì erano promesse dal re Cattolico, e mai non si vedeano comparire; oltre di che, da esso re era egli di tanto in tanto premurosamente incitato a portar soccorsi alla lega franzese. Mirabil fu la prestezza del suddetto conte Maurizio, per cui vennero alle sue mani Vesterlò, Zutfen, Deventer ed altre minori piazze. Una brutta percossa toccò ancora alla cavalleria del Farnese, nel mentre che egli era accampato ad un forte opposto a Nimega. Il peggio fu che anche la stessa Nimega, per tumulto ivi nato, si rendè alle armi d'esso Maurizio. Con tutto questo dai replicati comandamenti venuti da Madrid fu sforzato il Farnese a mettersi in ordine per dar soccorso all'assediata città di Roano.


MDXCII

Anno diCristo MDXCII. Indizione V.
Clemente VIII papa 1.
Rodolfo II imperadore 17.

Se mai fu scuola di scherma, anzi di battaglie il pontificio conclave, certamente ciò si verificò nel tenuto dopo la morte di papa Innocenzo IX. Gravi dispute furono per l'elezione del successore, ma finalmente rimasero sopite, per essersi accordati i cardinali nel dì 30 di gennaio nell'elezione del cardinale Ippolito Aldobrandino, personaggio di gran merito per l'illibatezza de' costumi, per l'elevato ingegno, per la rara letteratura e per la pratica de' mondani affari. Era egli nato nell'anno 1535 nella città di Fano, ma da padre nobile fiorentino, cioè da Silvestro insigne giureconsulto, il cui fratello Giovanni fu cardinale. Dopo la carriera di varii impieghi venne promosso alla sacra porpora nel 1585 da Sisto V, e spedito legato in Polonia: quivi accrebbe il credito della sua saviezza ed abilità. Creato papa, prese il nome di Clemente VIII, nè tardò a sposar anch'egli, come aveano fatto i suoi predecessori, gl'interessi de' cattolici in Francia, con promettere loro soccorsi di gente, occorrendo, e sopra tutto dì danari; anzi ordinò che que' fedeli procedessero alla dichiarazione di un re cattolico coll'esclusione dell'eretico re di Navarra Arrigo: cosa che alterò non poco gli animi d'esso re e di tutti i suoi partigiani, fra' quali si contavano anche moltissimi cattolici ed anche vescovi. Quindi si accinse ad una lodevol opera a cui non aveano pensato gli antecessori suoi, ma che il concilio di Trento avea raccomandato, cioè alla visita personale di tutte le chiese, monasteri collegi, spedali e confraternite di Roma, a fin di emendare ogni abuso e difetto, e di rimettere il culto di Dio, la pulizia e i buoni costumi in qualsivoglia di quei sacri luoghi. Inoltre per implorar la benedizioni di Dio, istituì in Roma il corso perpetuo delle quaranta ore, con altre azioni, che sempre più confermarono la comune espettazione del di lui zelo pel buon governo pastorale e civile. E perciocchè continuavano tuttavia le insolenze e gli assassinii de' banditi nella Campagna di Roma, con tutto vigore anch'egli si applicò a buoni espedienti per liberare i suoi Stati dai pertinaci loro insulti, avendo spezialmente inviato contra d'essi Flaminio Delfino con buon numero di cavalli e fanti, il quale non cessò di perseguitarli, senza perdonare a chiunque d'essi gli capitava alle mani. Questo valentuomo quegli fu che mise il cervello a partito a Marco Sciarra capo di quegli scellerati, a Luca suo fratello, e agli altri lor seguaci, i quali perciò presero il partito di mutar cielo. Nè stette molto a presentarsi l'occasione. Facea gente per la repubblica veneta il conte Pietro Gabuzio, e trasse a quel soldo lo Sciarra con cinquecento de' suoi, tutta gente intrepida, avvezza alle fatiche e alle schioppettate, e li condusse di là dal mare al servigio d'essa repubblica, che allora avea guerra con gli Uscocchi, e si armava per apprensione de' Turchi. Per questo fatto prese tal fuoco papa Clemente, siccome uomo imperioso, che usò minaccie contra de' Veneti se non davano in sua mano i capi di que' masnadieri. Non mancò il senato veneto di spedire apposta ambasciatore per placarlo, con rappresentargli quanto disdicesse allo onore e alla buona fede della repubblica il sacrificar gente che avea prestato ad essa il giuramento, nè potea più nuocere agli Stati della Chiesa, e solo potea giovare alla cristianità. A nulla servì: il pontefice tenne saldo, e bisognò in fine che si trovasse ripiego per contentarlo. Sciarra fu poscia ucciso, e la sua gente mandata in Candia a combattere colla peste, dove parte mancò di vita, e il resto si dissipò: laonde fu creduto, ma vanamente, che avesse avuto fine la tragedia de' banditi. Tal fatto da Andrea Morosino è raccontato all'anno presente, dal Campana al seguente.

Erano già corsi tre mesi che il re di Navarra ossia di Francia Arrigo IV teneva strettamente assediata la nobil città di Roano, difesa con gran coraggio e frequenti sortite non meno da quella guarnigione che dalla cittadinanza. Il duca di Parma Alessandro, tuttochè vedesse in quanto pericolo restasse la Fiandra, s'egli l'abbandonava, giacchè il conte Maurizio di Nassau andava facendo ogni dì nuovi progressi; pure ordini sì precisi ebbe da Madrid di recar soccorso alla suddetta assediata città, che gli fu forza ubbidire. Sul principio dunque dell'anno mosse verso colà l'oste sua, composta di dieci mila fanti e di tre mila cavalli, coi quali s'unì anche la gente mandata dal papa, e poscia i duchi d'Umena e di Guisa colle loro schiere. All'avvicinarsi di questo esercito, a cui accresceva il credito la maestria e fama del prode generale, il re Arrigo, lasciato sotto Roano il maresciallo di Birone, col resto della sua armata gli andò incontro sino ad Umala, dove seguì nel dì 5 di febbraio un fatto d'armi, in cui una buona percossa toccò ad esso re, che, anche leggermente ferito, non si recò a vergogna di fuggire. Negli stessi giorni, uscito il Villars comandante dell'armi in Roano, fieramente danneggiò gli assedianti e le loro trincee, con restarvi lo stesso Birone gravemente ferito in una gamba. Parere di tutti gl'intendenti fu, che se il duca di Parma passava senza dimora ad assalire il campo nemico, allora spaventato e confuso, siccome egli proponeva e desiderava, non gli potea mancar la vittoria. Ma l'Umena, o per gara con lui, o per non volere esporre i suoi a rischio alcuno, ricusò di secondarlo. Il perchè, dopo qualche soccorso di danaro e di polve introdotto in Roano, e dopo alcuni altri piccioli fatti, il Farnese si allontanò da quelle parti. Era già venuto il mese d'aprile, e più che mai stretto si trovava Roano dalle forze del re Arrigo, quando il Villars fece intendere al Farnese e all'Umena, che se in termine di pochi giorni non era sovvenuto, tratterebbe della resa col re. Fu risoluto allora di marciare a quella volta; ma Arrigo prima del loro arrivo levò il campo e si ritirò. Voleva inseguirlo il Farnese, e di nuovo trovò l'Umena di contrario parere. Restò intanto libera la città di Roano, se non che, per aprire il passo alle vettovaglie convenne prendere Caudebec, sotto la qual piazza fu malamente ferito il Farnese in un braccio. Seguirono poi varie altre fazioni di guerra; e perchè molto superiore di gente era l'esercito del re, fece il Farnese da gran maestro di guerra una mirabile ritirata di là dalla Senna.

Si prevalse in questi tempi della lontananza del duca di Parma e delle sue genti il conte Maurizio di Nassau generale delle Provincie Unite. Formò l'assedio di Steenvich, che dopo una gagliarda difesa venne alla sua ubbidienza. Altrettanto fece Coverder con altri luoghi. Ma il più terribil colpo che potesse avvenire agli affari del re di Spagna in Fiandra, fu la morte di Alessandro Farnese. Per tante fatiche da lui sofferte in guerra aveva egli contratta una lenta infermità, a cui si aggiunse la grave ferita nell'anno presente da lui riportata, per cui nulla potè più operar di rilevante nel resto dell'anno. Ritiratosi in Fiandra, e sempre più sentendosi venir meno, tuttochè nol volesse mai confessare o per l'innato suo coraggio, o per la vanità comune ad altri principi ed eroi di voler che prima si sappia la lor morte che la lor malattia: finalmente in età di soli quarantasette anni finì di vivere nella città di Arras (e non già d'Anversa, come alcuni lasciarono scritto) nel dì 2 di dicembre. Gran capitano in vero, per valermi delle parole del cardinal Bentivoglio, e di nome sì chiaro senza alcun dubbio, che la sua fama può collocarlo tra i più celebri dell'antichità, e farne in modo riverir la memoria all'età presente, che ne abbiano a restar con ammirazione ancora i posteri in tutto il corso delle future. Fu compianta da tutti i cattolici la morte di questo eroe, e massimamente in Roma, dove quel popolo riputò sempre sua gloria l'averlo per concittadino, e il giudicò per non inferiore agli antichi Fabii e Scipioni. Infatti il senato romano, non contento d'avere onorata nell'anno seguente la di lui memoria con solenni esequie nella chiesa di Araceli, fece anche fabbricar la sua statua da dotto artefice, e collocarla nel Campidoglio. Lasciò dopo di sè questo famoso principe due figli, cioè Odoardo, creato cardinale nel precedente anno da papa Gregorio XIV, e Ranuccio suo primogenito, che a lui succedette nel ducato di Parma e Piacenza. Si trovava egli allora in Fiandra con aver già dati segni di gran valore nel comando dell'armi, siccome luogotenente del padre infermo nelle azioni di guerra dell'anno presente. Fece quel principe dipoi trasferire a Parma l'ossa del genitore, e celebrar sontuoso funerale pel riposo dell'anima sua.

Al valore di Carlo Emmanuele duca di Savoia, che guerreggiava in Provenza, fu in quest'anno ancora parte avversa e parte propizia la fortuna. Riuscì al Lesdiguieres generale del re Arrigo di entrare per tradimento nella città d'Antibo, dove, oltre al sacco, furono commesse tutte le maggiori iniquità. Rinforzato che fu il duca di gente, andò a mettere l'assedio a quella città, e la ricuperò. Intanto il duca di Nemours, uno della lega cattolica, con aiuti ricevuti dal re di Spagna sopraggiunse in quelle parti, ed ebbe la sorte di prendere la città di Vienna, San Marcellino ed Eschelles. Ma mentre si fa guerra in Provenza e in Delfinato, ecco che Lesdiguieros s'impadronisce dei castelli di Ozasco, Ferusa, di Cavours e di altri luoghi: il che obbligò il duca a tornare di qua dai monti per opporsi a maggiori conquiste; e però il duca d'Espernon, altro generale del re Arrigo, potè con facilità ritorgli di nuovo la città di Antibo. Seguirono ancora varie scaramuccie, che non importa riferire. In grande apprensione si trovò nell'anno presente la repubblica di Venezia, e seco l'Italia, per la guerra mossa in Croazia dai Turchi contro la casa d'Austria, avendo que' Barbari occupati varii luoghi in quelle contrade. Ricorse l'Augusto Rodolfo per questo al papa, giacchè il senato veneto non si sentiva voglia di romper la pace colla Porta; e non lasciò il pontefice di promettergli aiuti per difesa di quella cristianità. Intanto dai vescovi di Francia fu spedito il cardinal Gondi per informare esso papa della vera situazione degli affari della Francia; ma giunto egli in Toscana, ricevè ordine da Roma di non passar oltre per essere considerato fautore di un re eretico e relapso. Gran fatica si trovò per superar gli ostacoli, e per ottenere, siccome poi avvenne, che potesse finalmente giugnere a Roma.


MDXCIII