| Anno di | Cristo MDXCIII. Indizione VI. |
| Clemente VIII papa 2. | |
| Rodolfo II imperadore 18. |
Furono quest'anno in una gran crisi le turbolenze della Francia. In Parigi per gl'impulsi del pontefice e del re Filippo di Spagna fu pubblicato un editto, per cui s'invitavano al parlamento generale del regno non solamente tutti gli aderenti della lega, ma i cattolici ancora che seguitavano il partito del re Arrigo IV. Lasciò esso re guidarsi dal consiglio de' savii, e permise che si venisse ad una conferenza fra i suoi e quei della lega. Nello stesso tempo il conte Gasparo Sconberg Tedesco, facendogli sempre più conoscere che la via propria di conseguir la corona e di quetar tanti sconvolgimenti, era quella di tornar di nuovo all'abbandonata religione cattolica, il mosse ad informarsi da' calvinisti stessi se i cattolici si possano salvare nella religion che professano. Nol poterono coloro negare. Similmente riflettendo che, secondo la sentenza de' cattolici, non possono sperar l'eterna salute i professori della eresia, poco stette a conchiudere che la più sicura, anzi l'unica via di appagar la propria coscienza, era l'abbracciare la religione cattolica romana. E però commise ai suoi delegati di protestare ch'egli era pronto a farsi istruire in essa religione. Portata questa dichiarazione al congresso, riempiè di giubilo chiunque altre mire non avea in quelle discordie, se non la conservazione della fede cattolica nella Francia. Ma a chi sotto l'ombra della religione covava degli altri segreti disegni, dispiacque assaissimo. Al duca d'Umena, siccome capo della lega, premeva forte di conservar la sua autorità e il comando dell'armi. Venne anche a scoprirsi, tendere le intenzioni del re Cattolico a far dichiarare regina di Francia l'infanta Chiara Eugenia sua figlia, a cui poscia si darebbe per marito l'arciduca Ernesto fratello dell'imperadore, o pure alcuno dei principi della casa di Lorena. Ma perciocchè il duca di Feria, ambasciatore d'esso re Filippo propose per re il duca di Guisa, l'Umena, anch'egli pretendente, trovò il ripiego di disturbar l'affare con proporre la necessità di accettar la tregua proposta dal re Arrigo. Intanto esso re con ascoltar più fiate alcuni dotti e zelanti prelati cattolici che gli spiegarono le controversie teologiche, e gli levarono di capo ogni difficoltà e scrupolo intorno alla religione, fra i quali spezialmente si distinse il celebre Jacopo Davy di Perrona, che fu poi cardinale, si dichiarò pronto a rifar di buon cuore la profession della fede cattolica. Divolgato questo suo pensiero, e che il cardinal di Borbone e varii vescovi meditavano di accettar la sua abiura, e di dargli l'assoluzione, avrebbe ognun creduto che avesse da esultarne il legato apostolico Filippo Sega, appellato il cardinal Piacentino. Tutto il contrario avvenne. Pubblicò egli un editto contenente, che per essere Arrigo eretico relapso, il solo romano pontefice potea conoscere e giudicar della sua causa, con dichiarar nullo tutto quanto in ciò operassero i prelati franzesi. E nello stesso tempo risonavano i pulpiti contra dello stesso Arrigo, quasichè la proposta conversione sua fosse figlia del solo interesse, e una finzione per procacciarsi la corona, e poi tradir la religione.
Ciò non ostante, nel dì 25 di luglio, festa di san Jacopo maggiore, il re Arrigo nella chiesa del monistero di San Dionigi presso Parigi, alla presenza del suddetto cardinale e di molti vescovi, abiurò pubblicamente l'eresia, professò la fede cattolica, ricevette l'assoluzion dalle scomuniche, e fatta poi la segreta confession dei suoi peccati, ne fu parimente assoluto, con restar coronata quella funzione da un solenne Te Deum. Seguì poi la tregua, per cui cessarono le guerre, e il re non lasciò di spedire Lodovico Gonzaga duca di Nevers in Italia, e il vescovo del Manso per suoi ambasciatori al papa, affine di notificargli la sua riconciliazione colla Chiesa: nel qual tempo anche il duca d'Umena spedì a Roma il cardinal di Gioiosa per trattenere il pontefice da accomodamento alcuno. Infatti Clemente VIII, che navigava allora coi venti di Spagna, sulle prime fece intendere al duca di Nevers di non poterlo ammettere in Roma come ambasciatore d'Arrigo. Poscia si contentò che venisse in Roma, ma con prescrivergli di fermarsi non più di dieci giorni, e di non trattare con alcuno de' cardinali per conto degli affari di Francia. Entrò egli in Roma nel dicembre come incognito; parlò vivamente col papa del re; ma nè le sue ragioni, nè una lettera piena di divote espressioni del re, nè un bel memoriale d'esso duca poterono punto smuovere il papa. E perciocchè non mancavano molti cardinali di dolersi che il pontefice lavorasse qui di sua testa, nè gli ammettesse a parte di un negozio di tanta importanza per la Chiesa di Dio, egli in un concistoro risentitamente parlò, dicendo di essere risoluto di non approvar quel fatto: contro la qual deliberazione (scrive Cesare Campana) se per innanzi alcuno osasse di dir parola, egli era per farne rigorosa dimostrazione. In tale stato rimasero per quest'anno gli imbrogli della Francia, con aver nulladimeno il re pubblicato nel dì 27 di dicembre un proclama, in cui faceva sapere ad ognuno la sincera sua riunione colla fede e Chiesa cattolica, e la spedizione fatta a Roma del duca di Nevers per riconoscer il papa e il vivo suo desiderio della pace, esortando i popoli all'ubbidienza e ad abbandonare i perturbatori della pubblica quiete.
Per ordine del re Cattolico era passato nel presente anno dalla Fiandra in Francia con sei mila fanti e mille cavalli il conte Carlo di Mansfeld, figlio del conte Pietro Ernesto, cioè di chi pro interim governava allora le provincie cattoliche fiamminghe. Unito egli col duca d'Umena, s'impadronì della città di Noion, e di altri luoghi in Picardia, finchè la tregua suddetta fece posar l'armi per tutta la Francia. Rimasta assai sguernita di forze la Fiandra, il conte Maurizio di Nassau, generale delle Provincie Unite, seppe ben profittarne. Imprese l'assedio di Gertrudemberga; ed avendo tentato in vano il vecchio conte di Mansfeld di rimuoverlo di là, costrinse quella piazza alla resa. Impossessossi dipoi di altri luoghi di nome oscuro. Ne' quali tempi una sopra modo fiera tempesta di mare danni immensi recò alla Olanda, dicendosi che restassero preda dell'Oceano circa cento e quaranta navi cariche di varie merci. Nè pure cessò in quest'anno Carlo Emmanuele duca di Savoia di far guerra in Piemonte, dove, per assicurare il passo della Savoia e di Susa, prese per forza il castello di Exiles, e il forte di Miradolo fabbricato da Lesdiguieres: azioni fatte a vista del nemico, il quale non osò mai di opporsi. Fabbricò ancora un forte nella valle di Perusa, e ricuperò il castello di Luserna e la terra di Cavours, ma non già la rocca. In Croazia ancora ed in Ungheria fecero guerra i Turchi all'imperadore Rodolfo, e ne riportarono in varii incontri delle buone busse. La vicinanza di que' rumori, e il sospetto ch'essi Turchi, benchè durasse la pace, potessero far qualche scorreria nella patria del Friuli, fece prendere a' signori veneziani la saggia risoluzione di fabbricar di pianta una città che insieme fosse fortezza. Fu dunque scelto un sito ai confini degli Stati Austriaci, lungi dieci miglia da Udine, e due da Strasoldo, ed ivi fabbricata una mirabil ampia fortezza, a cui fu posto il nome di Palma-Nuova, grande antemurale del Friuli e dell'Italia. Non andarono esenti in quest'anno dalle insolenze dei Turchi le spiaggie della Sicilia e del regno di Napoli, perchè sbarcati que' Barbari predarono migliaia di anime cristiane, arsero anche molti villaggi e qualche terra grossa in quelle parti, non trovandosi più nel Mediterraneo, eccettochè i cavalieri di Malta, chi pensasse a reprimere l'orgoglio loro. Accadde anche in Palermo l'incendio di quel castello, essendosi attaccato il fuoco al magazzino della polve, che saltò in aria con grande squarcio nelle altre fabbriche, e colla morte di circa trecento persone: disgrazia a cui facilmente son sottoposte le fortezze, allorchè succedono temporali nell'aria; perchè siccome per la fermentazione dei nitri e di altre esalazioni si accendono i lampi e le folgori nelle nuvole, così anche presso alla terra fermentandosi i nitri, e spezialmente i raunati nei conservatorii della polve da artiglieria, e concependo il fuoco, cagionano dipoi grandi sterminii. Noi questi incendii attribuiamo a' fulmini scendenti dalle nuvole; ma naturalmente succede anche nel basso ciò che noi sì sovente miriamo nella region delle nubi.
MDXCIV
| Anno di | Cristo MDXCIV. Indizione VII. |
| Clemente VIII papa 3. | |
| Rodolfo II imperadore 19. |
Gran materia di discorsi somministrò in quest'anno a' politici la renitenza ed inflessibilità di papa Clemente ad accettare in seno della Chiesa il convertito re Arrigo IV. Per quante ragioni sapesse addurre il duca di Nevers, non gli fu possibile smuovere punto l'animo di esso pontefice, cioè di chi non voleva consiglio se non da sè stesso; anzi fu come forzato a partirsi di Roma: il che seguì egli con protestare che di tutti i disordini che potessero da lì innanzi avvenire in Francia, si rifonderebbe la colpa sopra sì duro pontefice. Parea bene avere Clemente dei giusti motivi di procrastinare in questo negozio, sì per conservare la autorità della santa Sede, ch'egli chiamava lesa dai prelati di Francia, coll'aver eglino senza di lui assoluto il re Arrigo; sì ancora per non lasciar esposti alla vendetta di esso re que' principi e popoli della lega, la resistenza de' quali avea forzato Arrigo a meglio pensare all'elezion della religione; e finalmente per assicurarsi che sincera e non dolosa fosse la conversione d'esso re. Ma non si sapeva intendere nè in Roma, nè altrove, perchè un pontefice, obbligato ad essere padre comune, e clemente più di fatti che di nome, non ammettesse temperamenti e trattati di salvar la sua dignità, di conciliar la lega col re, e di ben assicurarsi del cuore d'Arrigo. Da ciò arguivano poi che non solo interesse della religione, ma altri ingredienti di umana politica intorbidassero la sospirata union della Francia. E che sarebbe poi succeduto se i prelati di Francia, che in addietro aveano proposto di creare un patriarca, irritati maggiormente ora dalle di lui durezze, avessero eseguito un sì fatto progetto? Il bello fu che al dispetto degli sforzi del cardinal legato in Francia, e delle declamazioni de frati, cominciò a poco a poco a sciogliersi la lega santa in quel regno. Imperciocchè sul principio di questo anno la città di Meaux riconobbe per suo legittimo re Arrigo. Il popolo di Parigi anch'egli nel dì 12 di gennaio fece delle novità, privando il duca d'Umena del titolo di luogotenente del regno, con ordinargli ancora di licenziare i presidiarii spagnuoli. Le città di Aix in Provenza, Lione, Orleans ed altre vennero all'ubbidienza del re. Nè credendosi necessaria in Reims la coronazione sua, fu questa fatta nel dì 27 di febbraio in Sciartres con gran solennità. Il che fatto, nel dì 22 di marzo, concertato prima segretamente l'affare col signore di Brissac, il re Arrigo pacificamente entrò nella città di Parigi, e però ne partirono senza offesa gli Spagnuoli e Fiamminghi. E perchè il cardinal Sega legato, benchè rispettato dal re, anzi invitato con tutto onore, più che mai si mostrò alieno dal re, in esecuzione, delle istruzioni di Roma, fu accompagnato a Montargis da Jacopo di Perrona insigne vescovo e letterato, che poi conseguì il cappello cardinalizio. L'esempio di Parigi si trasse poi dietro molte altre città, e il duca di Guisa si riconciliò col re. Coll'armi ancora furono sottomesse la Ciapella piazza forte e Noione. Se questi felici progressi di Arrigo piacessero al papa e al re Cattolico, non occorre ch'io lo dica.
Ora avvenne un caso in Parigi per cui gran rumore e diceria insorse. Trovavasi quel re nella sua camera nel dì 27 di dicembre, colà appena arrivato da San Germano, quando uno scellerato giovane parigino d'anni diciotto, per nome Giovanni Castello, cacciandosi per la folla de' cortigiani, e a lui appressatosi, gli tirò una coltellata, chi dice verso la gola, chi verso il ventre; ma essendosi accidentalmente chinato il re, il colpo altro non fece che tagliargli un labbro e cavargli un dente. Preso costui, confessò di aver commesso il delitto, credendo di acquistar merito presso Dio, avendo massimamente inteso ch'era lecito il levar la vita ad un tiranno. Perchè disse di avere studiato sotto i padri gesuiti, e furono dipoi trovati in camera del padre Giovanni Guignardo sacerdote della compagnia alcuni scritti contra del re, composti allorchè era nel suo maggior bollore la lega: ciò bastò perchè uscisse un editto, promosso da chi, per altri precedenti motivi, mirava di mal occhio i gesuiti, in cui fu ordinato ch'essi tutti sotto varie pene uscissero del regno: sentenza creduta ingiusta dai saggi, perchè a cagion del delitto di un solo, o di alcuni pochi, si veniva a punire tutta una grande università, benemerita per varii titoli della religione e del pubblico. Ancorchè prosperassero cotanto gli affari del re Arrigo, pure Filippo re di Spagna non ritirava le sue milizie dalla Francia, e continuava la guerra in Bretagna per mezzo del duca di Mercurio, e nel Delfinato e Provenza coll'armi del duca di Savoia e dello Stato di Milano. Fece esso duca l'assedio di Bricheràs; e quantunque Lesdiguieres avesse fatto il possibile per ben fortificare quella terra e la sua rocca, e costasse l'impresa più di un sanguinoso assalto, pure se ne impadronì. Riacquistò ancora il forte di San Benedetto, ed ebbe il contento di veder tornare alla sua divozione tre delle valli abitate dagli eretici Valdesi, cioè Luserna, Angrogna e Perusa. In Fiandra, al cui governo entrò in quest'anno l'arciduca Ernesto, non succederono fatti di gran conseguenza, se non che Groninga assediata dal conte Maurizio di Nassau fu obbligata a rendersi. Seguì eziandio in quelle parti un pertinace ammutinamento de' soldati italiani, e poi degli Spagnuoli, per mancanza delle paghe; cosa tante altre volle accaduta, e sempre con discredito della monarchia di Spagna, la qual pure tante ricchezze continuamente ritraeva dalle Indie Orientali ed Occidentali, giacchè il re allora comandava anche al regno di Portogallo. In Ungheria sì e nella Croazia furono molti fatti d'armi fra gli eserciti dell'imperadore e de' Turchi. Acquistarono i cristiani Novigrado ed altri luoghi, ma che non compensarono la perdita dell'importante fortezza di Giavarino, che dopo un ostinato assedio fatto dai Musulmani fu loro ceduto da quel comandante, senza aspettare il vicino soccorso. Provò in questo anno ancora la povera Italia gl'insulti della crudeltà turchesca. Sul principio di settembre comparve verso Reggio di Calabria il bassà Sinan, ossia Assane Cicala, rinegato appunto Calabrese, ed ammiraglio turchesco, con una flotta di ben cento legni; e sbarcata la gente sua, perchè il popolo col loro meglio s'era ritirato entro terra, per rabbia di non aver colpita la preda, se ne vendicò col fuoco, incendiando quella tante volte incendiata o rovinata città, e tagliando quanto v'era di fruttifero in que' contorni. Altrettanto poi fecero a varii villaggi e terre murate di quella riviera, con danno di centinaia di migliaia di scudi per quegl'infelici abitanti. Nel dì 5 di agosto in Mantova cessò di vivere Leonora d'Austria figlia di Ferdinando imperadore, e già moglie di Guglielmo duca di Mantova, principessa di singolar bontà di costumi, e d'una vita sì religiosa, che era, per così dire, adorata da quel popolo.