MDXCV

Anno diCristo MDXCV. Indizione VIII.
Clemente VIII papa 4.
Rodolfo II imperadore 20.

Finalmente nel presente anno facendo breccia nel cuore di papa Clemente que' riflessi che nel precedente aveano avuta sì poca fortuna, ebbe la cristianità la consolazione di veder calmate le turbolenze della Francia, e rimesso il re Arrigo IV in grazia della santa Sede. I prosperosi successi d'esso re, a cui pochi oramai palesemente ricalcitravano in Francia, e l'aver egli dichiarata la guerra al re di Spagna che fin qui avea alimentato quel fuoco, cagion furono che il pontefice non si lasciasse più regolar dalle massime spagnuole, ma che si consigliasse unicamente con chi, senza privati interessi, amava il ben della Chiesa. Fatte dunque segretamente penetrar le sue scuse e il buon animo al re per mezzo del celebre Arnoldo d'Ossat, che come prete privato stava allora in Roma e trattava gli affari di esso re, fu spedito da Parigi Jacopo Davy signor di Perrona, un dei più dotti cattolici della Francia, acciocchè maneggiasse così importante affare. Arrivò egli a Roma senza formalità nel dì 12 di luglio, informò il papa di quanto occorreva, e gli porse un'umile supplica a nome del re. Furono smaltite le condizioni colle quali il pontefice volea accordargli l'assoluzione; poscia nel concistoro del dì 2 di agosto propose la determinazione da lui presa di ricevere nel grembo della Chiesa cattolica esso Arrigo. Non vi furono fra i porporati, se non alcuni pochi parziali degli Spagnuoli, i quali, giacchè non poteano impedirlo, misero in campo delle stravaganti condizioni, secondo le quali mai non si sarebbe venuto allo scioglimento di quel nodo. Non così fece il cardinal Francesco Toledo, personaggio dottissimo della compagnia di Gesù, rapito di poi nell'anno seguente dalla morte, il quale quantunque Spagnuolo di nascita, pure, tenendo davanti agli occhi la sola gloria di Dio e il bene della Chiesa, mirabilmente s'adoperò per condurre a fine quella impresa di tanto rilievo. Altrettanto ancora operò Cesare Baronio confessore del papa, poscia cardinale, spezialmente a ciò spinto da san Filippo Neri, il quale in quest'anno appunto nel dì 26 di maggio passò a miglior vita. Scelta dunque la domenica corrente nel dì 17 di settembre, con tutta solennità e decoro si eseguì la funzione. Nel portico della basilica di San Pietro, le cui porte stavano chiuse, si presentarono al papa, attorniato dal sacro collegio e da infinito popolo, il Perrona e l'Ossat, come procuratori di Arrigo; esibirono il di lui memoriale e lo strumento della lor procura; quindi a nome del re abiurarono tutte le eresie, e fecero la profession della fede cattolica, riconoscendo per nulla l'assoluzione a lui data in Francia, ed accettando le già concordate condizioni e le penitenze imposte al re. Fu poi proferita la sentenza dell'assoluzion pontificia, spalancate le porte di San Pietro, intonato e cantato il Te Deum, cui fecero ecco i rimbombi delle artiglierie di castello Sant'Angelo, con assaissime altre feste del popolo romano. Di somma consolazione eziandio al pontefice e al cattolicismo riuscì nell'anno precedente l'arrivo a Roma di due oratori spediti dal patriarca d'Alessandria, e nel presente anno di due altri inviati da alcuni vescovi della Russia polacca per unir le loro chiese alla Chiesa e credenza romana, con abiurar gli errori delle lor sette. Non occorre che io dica qual frutto si ricavasse dalla comparsa dei primi, da che ognun sa che gli eutichiani d'Egitto continuano ad essere separati da noi.

Riportò ancora in quest'anno gran lode presso il popolo romano la costituzione, ossia bolla della congregazione sopra i baroni, pubblicata nel dì 30 di giugno da papa Clemente. Il far dei grossi debiti costava poco ai nobili romani, nè poi maniera si trovava di pagarli, essendo i lor beni sottoposti a fideicommissi e ad altri legami: dal che proveniva immenso danno tanto ai creditori che al pubblico commercio. Deputò dunque il pontefice una congregazione con facoltà di poter distraere i feudi e le castella, ed altri beni stabili di essi baroni, non ostante qualsivoglia vincolo di fideicommisso, affinchè venisse da lì innanzi soddisfatto ai creditori. A questa ordinazione diede poi miglior forma papa Urbano VIII. Grande apprensione intanto recavano al pontefice Clemente i progressi de' Turchi in Ungheria, divenuti più orgogliosi per la presa di Giavarino; e l'Augusto Rodolfo non cessava di chiedere aiuti. Per sovvenirlo impose il pontefice quattro decime agli ecclesiastici d'Italia, e si diede a far leva di soldatesche negli Stati della Chiesa, disegnando di spedir colà un corpo di dodici mila fanti e di mille cavalli. Il comando di questa gente, in cui si contarono assaissimi nobili uffiziali italiani, fu dato a Gian-Francesco Aldobrandino, nipote del papa, che, dopo avere con grandiosa solennità ricevuto il bastone di generale e le bandiere, marciò alla volta dell'Ungheria. Anche Ferdinando gran duca di Toscana vi avea dinanzi spedito altri soccorsi di gente. Don Giovanni, don Antonio de Medici, il duca di Bracciano ed altri signori con quelle truppe si segnalarono in varie imprese. Ma Vincenzo duca di Mantova, mosso dalla sua parentela coll'imperadore, volle passare in persona a quella guerra, menando seco un accompagnamento di circa mille e quattrocento uomini a cavallo tutti atti a guerreggiare. Questo principe sorpreso poi in Comora da una pericolosa malattia, fu forzato verso il fine d'ottobre di ritornarsene in Italia a cercar aria migliore per risanarsi. Aveano intanto l'armi dell'imperadore, comandate dal valoroso conte Carlo di Mansfeld, presa in Ungheria la città vecchia e nuova di Strigonia; ma nulla si potea dir fatto, se non s'impadronivano anche della cittadella; quando colà giunsero anche gl'Italiani suddetti, ai quali fu assegnato il lor posto per la espugnazione di quella fortezza. Diedersi varii assalti, ed in essi valorosamente combattendo, sacrificarono la lor vita molti di quegli uffiziali e soldati, di modo che in fine spezialmente alla bravura di essi Italiani fu attribuito l'essere stati forzati i Turchi a rendersi a patti. Giunto in appresso anche colà il duca di Mantova colle sue truppe, e bramoso di lasciar qualche memoria di sè, prese ad espugnare la città di Vicegrado, e la costrinse alla resa. Degli altri fatti di guerra in quelle contrade non permette l'assunto mio che maggiormente io ne parli.

Sempre più intanto si venne toccando con mano che Filippo II re di Spagna, già sì caldo protettore ed ausiliario della lega cattolica in Francia, col manto della religione copriva altre politiche intenzioni. Per la conversione del re Arrigo IV andava sempre più declinando essa lega. Si sapeva che in Roma gagliardamente si trattava della riconciliazione d'esso re; e pure Filippo, lungi dal pensare a rendere la quiete alla Francia, maggiormente si accendeva a farle guerra, e la continuò ancora dappoichè la pace data dal pontefice ad Arrigo tagliava le gambe a tutti i pretesti della lega. Dichiarò dunque Arrigo la guerra al re Cattolico con un pubblico manifesto, al quale con altro simile fu risposto. Giacchè era mancato di vita l'arciduca Ernesto governatore della Fiandra, e pro interim restava appoggiato quel governo al conte di Fuentes, a lui venne da Madrid ordine di proseguir le ostilità. Entrato pertanto egli nella Picardia coll'esercito suo, covando il disegno di ricuperar la città di Cambrai, assediò e prese il castelletto, fortezza d'importanza per l'intenzione sua. Di là passò all'assedio di Dorlac, al cui soccorso passati i Franzesi, ebbero la mala pasqua. Fu presa anche quella terra e saccheggiata: dopo di che il Fuentes arditamente cinse di assedio la riguardevol città di Cambrai, tuttochè si trovassero alla difesa di quella città circa due mila e cinquecento fanti e secento cavalli, oltre al presidio della cittadella, consistente in cinquecento fanti. Ma teneva egli delle intelligenze con alcuni di que' cittadini, fautori dell'arcivescovo; e in fatti, dappoichè furono ben inoltrate le trincee, ed ebbero le batterie alzate, non solamente diroccata buona parte del muro, ma anche bersagliato un buon numero delle case della città, quel popolo si mosse a manifesta sollevazione, ed aprì le porte agli Spagnuoli. Ritirati i Franzesi nella cittadella, non tardarono molto a trattare con tutte le più onorevoli condizioni che poterono desiderare. Per tale acquisto gran gloria riportò il Fuentes, e somma fu l'allegrezza delle provincie cattoliche della Fiandra, al cui governo arrivò dipoi il cardinale arciduca Alberto, fratello del defunto arciduca Ernesto. Dalla parte ancora della Borgogna e della Savoia faceano gli Spagnuoli guerra alla Francia. Lesdiguieres tolse al duca di Savoia Exiles, e il duca a lui il forte castello di Cavours ed altri luoghi. Ma non per questo lasciavano d'andare sempre prosperando gli affari del re Arrigo, perchè ricuperò Vienna nel Delfinato; la Provenza tornò quasi tutta alla sua ubbidienza; Digion e Sciallon in Borgogna a lui si diedero, per tacer di altri vantaggi suoi. Quel che più importa, la riconciliazione sua colla santa Sede operò che il duca d'Umena ed altri principi cominciarono segretamente a trattar seco di concordarsi e sottomettersi; e Carlo Emmanuele duca di Savoia, siccome saggio, intavolò tosto e conchiuse una tregua con lui.

Non andò esente nè pure in questo anno la Campagna di Roma dagl'insulti de' banditi, cioè spezialmente verso Anagni e Frosinone, dove commisero orrendi misfatti. Contra di costoro spedì il pontefice alcune compagnie di cavalli, ed altrettanto fece il conte di Olivarez vicerè di Napoli contra degli altri che maggiormente infestavano quel regno. Grandi lamenti erano per quella iniqua gente, che tutto dì svaligiava viandanti e corrieri, e talvolta anche levava loro la vita. Fecero prigioni Giambatista Conti nobile romano, ed Alessandro Mantica, e poscia l'arcivescovo di Taranto e il vescovo di Castellanetta, a' quali imposero di grosse taglie. Era in questi tempi generale delle galee di Napoli don Pietro di Toledo; e pensando egli come vendicarsi dell'insolenze fatte nei tempi addietro da' Turchi alle marine d'Italia, aggiunse alle sue quattordici galee otto altre di Sicilia, tutte ben armate; e colto il tempo che si facea da' Turchi nel mese di settembre la fiera di Patrasso, all'improvviso giunse colà, e messe le genti a terra diede un fiero sacco a tutti quei mercatanti ebrei, turchi e greci. Dicono che vi restarono uccise circa quattro mila persone, sapendo anche i cristiani essere turchi, quando hanno il vento in poppa. Il bottino si fece ascendere a quattrocento mila scudi romani, e parecchi mercatanti furono menati via ed obbligati al riscatto. Benchè l'ammiraglio de' Turchi Cicala si trovasse a Navarino lungi da Patrasso quaranta miglia, non si attentò a muoversi per voce precorsa essere cinquanta le galee cristiane, e quelle ben fornite di bravi combattenti e munizioni da guerra. Pasquale Cicogna doge di Venezia, personaggio di singolar probità, terminò in quest'anno a' dì 2 d'aprile la carriera del suo vivere. Sotto di lui fu fabbricato il sontuoso ponte di Rialto, una delle più insigni fabbriche di Venezia. Nel dì 22 oppure 26 d'esso mese venne sostituito in quella dignità Marino Grimani. Restò funestato l'anno presente dalla morte di altri illustri personaggi, cioè cardinali e capitani di gran nome, fra i quali io nominerò solamente Lodovico Gonzaga, zio paterno di Vincenzo duca di Mantova, il quale passato negli anni addietro in Francia, per le nozze contratte con Enrica figlia ed erede di Francesco duca di Nevers, acquistò quel ducato e lo tramandò a Carlo suo figlio, che a suo tempo vedremo duca di Mantova. Gran figura fece esso Lodovico nelle guerre civili di Francia. Merita ancora di essere accennata la morte di Torquato Tasso, accaduta nel presente anno a dì 26 di aprile in Roma, mentre si preparava la solenne di lui coronazione in Campidoglio. Insigne poeta e principe dei poeti epici italiani, e filosofo di alto sapere, come costa non men dai suoi versi che dalle sue prose, ma che per gl'insulti della soverchia sua malinconia fu gran tempo, per non dir sempre, zimbello della mala fortuna.


MDXCVI

Anno diCristo MDXCVI. Indizione IX.
Clemente VIII papa 5.
Rodolfo II imperadore 21.

I pensieri del pontefice Clemente nel presente anno furono principalmente occupati in cercar le vie di estinguere la guerra che tuttavia in varie partì lacerava la Francia. Spedì a questo effetto il generale de' frati minori a spiar gli animi del re Arrigo e del cardinale Alberto governatore della Fiandra, e ad istillare in amendue pensieri di pace. Ma questa pace desiderata dal re franzese Arrigo IV non si accordava colle vaste idee del re di Spagna Filippo II; e tanto più perchè l'armi e raggiri suoi ebbero in più di un luogo felice successo. Primieramente avea saputo l'accortezza de' ministri spagnuoli talmente guadagnare Carlo Casale console, o piuttosto tiranno di Marsilia, che quel popolo parte per timore e parte per mari e monti di vantaggi lor fatti sperare dal re Cattolico, si misero sotto la di lui protezione, ed accettarono nel loro porto Carlo Doria colà inviato colle sue galee da esso re di Spagna: fatto che infinitamente dispiacque al re Arrigo. Era già tornato in grazia dello stesso re Cristianissimo il duca di Guisa. Mandato egli al governo della Provenza con quelle forze maggiori che potè riunire, s'impadronì di Cisteron, di Riez, di Grasse, di Hieres, di Santropè e di altri luoghi. Quindi si diede a manipolare un segreto trattato in Marsilia coi malcontenti del governo del Casali; e questo fu sì felicemente condotto, che nel dì 16 di febbraio il Casali restò ucciso da' congiurati; nel qual tempo si presentò esso duca di Guisa alle porte della città, e vi entrò, con acquistar dipoi le fortezze, ed obbligare il Doria a fuggirsene non senza perdita di molti de' suoi soldati sorpresi in terra fuori delle galee. Con più felicità succederono all'arciduca cardinale le imprese ch'egli tentò. Trovandosi impegnato il re Arrigo nell'assedio della fortezza della Fera, ed occorrendo troppe difficoltà a soccorrere quella piazza, s'avvisò il porporato di fare una potente diversione. Pertanto all'improvviso, nel dì 9 di aprile, piombò col suo esercito addosso alla riguardevol terra e fortezza di Cales, e con gran sollecitudine fece piantar le batterie, tanto per bersagliare la terra che per impedire i soccorsi per mare, i quali furono ben tentati, ma senza frutto alcuno. Era quella guarnigione di soli secento soldati impoltroniti nell'ozio, di mille e ducento borghesi e trecento villani, che intimoriti al primo feroce assalto degli Spagnuoli, dimandarono capitolazione, e l'ottennero, per potersi ritirar nel castello, promettendo di rendere ancor questo fra sei giorni, se non veniva soccorso. Venne infatti il soccorso, ed ebbe maniera di entrar nel castello. Adirato per questo il cardinale, fece giocar le artiglierie contra d'esso castello, ed appena formata la breccia, fu dato un sì furioso assalto, che avviliti i difensori non pensarono che alla fuga. Ne furono uccisi ottocento e tutto andò a sacco, con fama che il bottino ascendesse a un milione di scudi. Guines e Han si arrenderono anche essi dipoi al cardinale. E lo stesso fece nel dì 23 di maggio anche la picciola, ma forte città d'Ardres, e finalmente nell'agosto l'importante fortezza di Hulst.