Intanto dopo alquanti mesi di ostinato assedio giunse finalmente il re Arrigo nel precedente giorno, cioè nel dì 22 di maggio, ad obbligar gli Spagnuoli alla resa di Fera. E perciocchè la perdita di Cales era una continua puntura al suo cuore, non ebbe scrupolo a trattare e conchiudere un'alleanza con Elisabetta regina d'Inghilterra, assai per altri motivi disgustata degli Spagnuoli. Nè si dee tacere che, durante l'assedio della Fera, Arrigo di Savoia duca di Nemours, il duca di Gioiosa potente in Linguadoca, e, quel che più importò, il duca d'Umena della casa di Lorena, dopo molti segreti trattati, vennero all'ubbidienza e giurarono fedeltà al suddetto re Cristianissimo, il quale siccome principe magnanimo benignamente gli accolse, con loro concedere molti governi e vantaggi, ed obbliar generosamente le cose passate. Tornò infine alla divozion sua anche il duca di Mercurio, che più degli altri si era mostrato pertinace fautore della lega: tutti avvenimenti che servirono di maggiore ingrandimento e riputazione ad esso re. Ebbe in questi tempi una dura lezion dagl'Inglesi Filippo II re di Spagna. Fece la regina Elisabetta un formidabil armamento per mare, in cui concorsero anche gli Olandesi e molti particolari mercatanti; cioè una flotta di circa cento sessanta vele, dove s'imbarcarono sedici mila combattenti, fra' quali si contavano molti nobili venturieri. Comparve all'improvviso nel dì 21 (altri dicono nel dì 30) di giugno questa armata sotto il comando del giovane Roberto conte di Essech e dell'ammiraglio inglese Carlo conte di Howard, alla vista della tanto ricca e mercantile isola e città di Cadice in Ispagna, chiamata (non so il perchè) dal Campana e da altri Calice, e da lor posta ne' mari di Portogallo. Trovavansi in quell'isola cinquantasette grosse navi, fra le quali quattro dei galeoni, chiamati i dodici Apostolici, due galeazze di Andalusia, venti galee ed altri non pochi legni, tutti carichi di merci preziose, e destinati a passare alle Indie Orientali. Fu detto che ascendesse il valor d'esso carico a dodici milioni di ducati d'oro, spettante per la maggior parte a particolari mercatanti spagnuoli, napoletani, siciliani e genovesi. Prima di tentar altro gl'Inglesi arditamente si mossero contra le navi da guerra spagnuole, che sostennero per più ore il combattimento; ma accesosi il fuoco nel galeone San Filippo almirante dell'armata, si misero in confusion gli Spagnuoli; tre loro grosse navi ben fornite d'artiglieria rimasero in poter de' nemici; altre furono o arse o sommerse; gran bottino ancora fu fatto; e chi potè fuggire, si salvò. Ma il peggio fu che poco stettero i vincitori Inglesi ad assalire furiosamente la città, e a divenirne padroni, con essersi ritirati nel castello i difensori, i quali poco stettero a capitolare, per salvare le donne dal disonore e la città dall'incendio. Quanto di buono e bello ivi si trovò, fu messo a sacco. Vi restava gran quantità di legni sì del re che dei mercatanti, i quali stavano prima, o pur si erano rifugiati al passo del ponte che congiugne l'isola di Cadice colla terra ferma. Attesero i lor padroni la notte a scaricar le merci; e perchè il duca di Medina conobbe di non aver forza da difenderli, affinchè non cadessero in mano de' nemici, comandò che di tutti quei legni si facesse un gran falò; e l'ordine fu eseguito. Se ne andarono poscia pieni di preda gl'Inglesi. E tuttochè il re Cattolico, ansioso di farne vendetta, unisse nel porto di Lisbona una armata di più di ottanta vele, e la spignesse alla volta dell'Inghilterra; pure ancor questa sorpresa da un fiero temporale, parte perì nell'onde e parte maltrattata, non poco penò a ridursi in salvo. Gran danno che venne anche alla mercatura d'Italia da così fiero e strepitoso emergente.
La guerra d'Ungheria continuò vigorosa ancora in quest'anno. Tolsero le armi cristiane ai Turchi Vaccia. Presero ancora Clissa ne' confini della Dalmazia, ma poi la perderono. Essendo venuto lo stesso gran signore Maometto all'armata, la città d'Agria fu vilmente a lui renduta dal presidio imperiale, per ottener salve le vite: patto che non fu poi mantenuto dalla consueta infedeltà e barbarie de' Turchi. Furono poscia a fronte le due armate nemiche a Chereste, e si venne a giornata campale. Restò in poco tempo sbaragliata la turchesca, e ne fu fatta grande strage; ma perdutasi gran parte de' vincitori cristiani a dare il sacco ai padiglioni, le incontrò quella disavventura che tante altre volte è accaduta ed accadrà; cioè, che i Turchi raggruppati e ritirati dalla fuga diedero una piena sconfitta all'esercito imperiale. Torniamo ora in Italia, dove papa Clemente VIII, mirando con sommo dispiacere la continuata guerra del re di Spagna colla Francia, e la lega del re Arrigo IV coll'Inghilterra, determinò d'inviare in Francia Alessandro de Medici cardinale ed arcivescovo di Firenze, personaggio di raro ingegno e prudenza, acciocchè si studiasse di quetare il resto de' mali umori della Francia, e tentasse ancora di disporre gli animi alla pace. Con sommi onori fu ricevuto per tutta la Francia questo legato pontificio, ed ebbe il contento di vedersi incontrato da Arrigo di Borbone principe di Condè, fanciullo d'anni otto e primo del sangue reale dopo il re, il quale già istruito nella fede cattolica, secondo le promesse fatte al papa, avea abbandonata l'eresia di Calvino. Nel dì primo d'agosto ebbe esso legato la sua prima udienza dal re. Nè si dee tacere che, essendo cresciuto a dismisura in questi tempi lo scialacquamento dei titoli (del che gl'Italiani diedero la colpa alla superbia spagnuola), ne tentò la corte di Spagna qualche rimedio. Il titolo d'illustrissimo ed eccellentissimo, che già fu in uso per li soli principi sovrani, s'era tanto prostituto, che fino i nobili di basso affare lo pretendevano. L'illustre o molto illustre, che sul principio di questo secolo XVI, per quanto si può osservare, si soleva dare ai principi cadetti, era passato ad onorar la plebe. Da questo abuso nascevano poi contese, perchè i minori si volevano uguagliare ai maggiori, e i maggiori ai massimi, senza osservar distinzione alcuna di grado nella stessa nobiltà. Ora il conte di Olivares vicerè di Napoli pubblicò un editto, per cui venne vietato ogni titolo, per dir così, di cortesia, dovendosi unicamente scrivere nelle lettere al signor duca, al signor principe, marchese, conte, dottore, ec. Passò questo divieto a Milano, dove fu poco osservato. In Roma e in altri stati se ne risero. Quanto durasse questa prammatica, non occorre che io lo ricordi, e molto meno come passi oggidì in Italia l'abuso e la ridicola prostituzion de' titoli, perchè senza di me ognun lo vede a prova.
MDXCVII
| Anno di | Cristo MDXCVII. Indiz. X. |
| Clemente VIII papa 6. | |
| Rodolfo II imperadore 22. |
Arrivò nell'aprile di quest'anno a Roma Francesco di Lucemburgo duca di Penoy, ambasciatore di Arrigo IV re di Francia, a rendere ubbidienza al sommo pontefice Clemente VIII. Gran pericolo avea corso nel viaggio di essere fatto prigione da' soldati dello Stato di Milano, spediti in traccia di lui. Fu per lui nel sacro concistoro recitata una elegantissima orazione da Martino Bascia da Susa, o pur da Granoble, in cui a larga mano si profusero incensi in lode d'esso papa. Intanto per le disavventure occorse nel precedente anno in Ungheria, non per valore de' Turchi, ma per l'inconsiderato procedere de' capitani cristiani, si trovava l'imperadore Rodolfo II in gravi angustie, per timore specialmente che non restando più ostacolo alla potenza turchesca, avessero a comparir sotto Vienna l'armi ottomane. Fece perciò ricorso a tutti i principi d'Italia, e massimamente al pontefice, siccome padre del cristianesimo, il quale spedì per questo alla corte cesarea Gian-Francesco Aldobrandino suo nipote, e intanto con aggravio imposto al popolo romano, e in altre guise adunata l'occorrente pecunia, fece una leva di sette in otto mila fanti, e nel mese di giugno gli spedì in Ungheria. Con questo soccorso, ed altri che sopravvennero, mise insieme l'imperadore un'armata di dieciotto mila fanti e di cinque mila cavalli, de' quali fu dato il comando all'arciduca Massimiliano. Sorpresero i Cesarei, circa il fine di maggio, Tatta, e poi misero l'assedio a Pappà, che costò loro sangue, ma con venire in fine alle lor mani quella terra col suo castello. Era passato di nuovo in Ungheria Vincenzo duca di Mantova, a cui fu data la vanguardia dell'esercito. Or mentre egli con alquanti de' suoi va a riconoscere i contorni di Giavarino, giacchè si meditava di farne l'assedio, caduto in una imboscata di Turchi, fu preso, e miracolo fu ch'egli coll'aiuto di pochi si potesse liberare dalle lor mani. Accostaronsi i cristiani ad esso Giavarino; ma inteso l'avvicinamento dell'oste turchesca, in fretta levarono il campo, e tanto più perchè l'armata loro era di molto scemata. Riacquistarono dunque i Turchi Tatta, nè seguì poi altra rilevante azione in quelle contrade. Continuava intanto l'izza fra gli Spagnuoli ed Inglesi. Grande armamento navale si fece dall'una parte e dall'altra. Nella flotta di Spagna s'imbarcarono, oltre ad altre milizie, sei mila Italiani. Uscirono sul principio di settembre in mare le due armate nemiche, ma in vece di combattere fra loro, combatterono coi venti, essendo restate ambedue maltrattate e disperse da una terribil fortuna, e forzate, quando poterono, a salvarsi ne' loro porti, disputando fra esse chi maggior danno avesse riportato da quel duro conflitto.
Una percossa ebbero nel gennaio del presente anno i cattolici in Fiandra dal conte Maurizio di Nassau a Tornaut, perchè vi perderono la vita alcune centinaia d'essi, e restarono in potere dei vincitori trentotto bandiere di fanteria colla maggior parte delle bagaglie. Parve compensata questa perdita delle truppe spagnuole dalla felicità con cui riuscì a Ferdinando Portocarrero, governatore di Dorlans, che prima comunicò il suo disegno all'arciduca cardinale, di sorprendere all'improvviso nella mattina del dì 11 di marzo la città di Amiens capitale della Picardia, mal custodita, benchè dentro vi fossero più di quindici mila cittadini atti all'armi. Di grande importanza fu quell'acquisto sì per la grandezza e popolazion della città, come per la gran copia delle artiglierie e munizioni che vi si trovarono. Recata questa nuova al re Arrigo, dimorante allora in Parigi, al vederne sì afflitti i suoi cortigiani, magnanimamente dimandò loro se i nemici aveano portato Amiens in Ispagna. No, risposero; ed egli allora soggiunse: Buon per noi, che gli avremo tutti prigioni. E non tardò a dar ordine al maresciallo conte di Birone di accorrere colà, e di formar l'assedio della perduta città. Concorsero a quella impresa le maggiori forze del re colla giunta di quattro o cinque mila Inglesi; e lo stesso Arrigo in persona vi si portò per dar calore alle azioni. Durò per alquanti mesi il pertinace assedio, ed aveano i Franzesi già presa la strada coperta, e inoltrati i lavori sino alle mura, con che si vedea già vicina all'agonia quella città; quando l'arciduca Alberto si avvisò di recarle soccorso. A quella volta dunque s'inviò con diciotto mila fanti, mille e cinquecento uomini d'armi ed altrettanti cavalli leggieri. Il cardinal Bentivoglio fa ascendere quell'esercito a venti mila fanti e quattro mila cavalli. Trovossi questa armata nel dì 15 di settembre alla vista d'Amiens. Comunemente fu creduto che s'egli animosamente assaliva lo sparso campo franzese, non solamente potea soccorrere la città, ma anche mettere in rotta gli assedianti. Non ebbe tanto coraggio. Probabilmente la presenza d'un re sì valoroso, che tosto si mostrò pronto a ricevere i nemici, gli fece prendere la risoluzion di ritirarsi: il che eseguì con molti disagi e pericoli, perchè inseguito dai Franzesi. Laonde fu poi detto ch'egli, venuto come generale, era tornato come prete. Con patti dunque di tutto onore poco stettero gli Spagnuoli a rendere Amiens al re Arrigo nel dì 25 di settembre. Questo infelice impegno dell'arciduca cardinale lasciò intanto esposta la Fiandra agl'insulti degli Olandesi. Sicchè potè in quel tempo il conte Maurizio occupar varii luoghi, come Rembergh, Murs, Grol, Oldensel e Linghen, non senza aspre querele dei fiamminghi cattolici, che miravano negletti i loro interessi per attendere a quei della Francia. Gran guerra fu parimente in quest'anno tra i Franzesi e Carlo Emmanuele duca di Savoia, a cui la morte rapì nel dì 6 di novembre l'infanta Caterina sua moglie, figlia del re Filippo II, principessa non men feconda di virtù che di prole. Fu preso dal general franzese Lesdiguieres San Giovanni di Morienna. Il duca anch'egli acquistò degli altri luoghi, e seguirono alcuni combattimenti con varia fortuna, de' quali non importa qui il farne menzione.
All'anno presente appartiene la tragedia di Ferrara, ch'io leggermente toccherò, dopo averne abbastanza trattato nelle Antichità Estensi. Intorno ad essa può anche il lettore consultar la Storia stampata di Ferrara di Agostino Faustini, quella di Andrea Morosino e Cesare Campana, storico giudizioso e non parziale, il quale, quantunque non sapesse tutto, pure si mostrò sufficientemente informato di questo affare, al contrario di altri, che senza esame ne scrissero, ed anche offesero la verità in parlando delle qualità personali di don Cesare di Este, principale attore d'essa tragedia. Mancò di vita nel dì 27 d'ottobre Alfonso II duca di Ferrara, Modena, Reggio, ec. E giacchè non lasciò prole sua, avea poco dianzi dichiarato suo successore ed erede il suddetto don Cesare suo cugino, nato da don Alfonso figlio di Alfonso I duca di Ferrara, e da Giulia della Rovere figlia di Francesco Maria duca di Urbino. Pretesero i camerali romani che questo don Alfonso, procreato da Alfonso I duca di Ferrara e da Laura Eustochia, non fosse legittimato per susseguente matrimonio dal padre prima di morire. Le ragioni addotte nelle suddette Antichità Estensi per provare essa legittimazione, tali sono, che in qualsivoglia tribunal imparziale otterranno vittoria. Ma che sia giunto uno scritto in questi ultimi tempi colle pubbliche stampe, e in Roma stessa, a pubblicare che esso don Alfonso fu spurio, quando niuno mai dei camerali romani ha ciò preteso; e ne è evidente la falsità per essere nato esso principe da padre libero e madre libera, e tanti anni dopo la morte di Lugrezia Borgia moglie del suddetto duca Alfonso I; questa è un'insoffribil insolenza. A me non conviene dirne di più. Secondo l'antico costume, fu nello stesso giorno eletto e proclamato duca esso don Cesare dai magistrati di Ferrara, e nel dì 29 susseguente con gran solennità ed universale applauso ricevette nel duomo lo scettro e la corona ducale. Spedì tosto il novello duca il conte Girolamo Giglioli al sommo pontefice, ed altri cavalieri alle diverse corti de' principi, per dar loro parte dell'elezione sua. Ma appena intesasi in Roma la morte di Alfonso, e l'esaltazione d'esso duca Cesare, che pretendendo que' camerali devoluto il ducato di Ferrara ob lineam finitam, seu ob alias causas, papa Clemente VIII pubblicò un terribil monitorio contra d'esso don Cesare, assegnandogli il termine di soli quindici giorni a dedurre le sue ragioni in Roma. Arrivato colà il Giglioli, per quanto supplicasse per ottener proroghe, per impetrar arbitri, e perchè in amichevol congresso si conoscesse la giustizia, stante il pretendersi dal duca Cesare di essere chiamato al dominio di Ferrara dalle bolle di papa Alessandro VI, quand'anche suo padre fosse stato illegittimo; ma molto più competere a lui questo diritto, da che costava essere il suo genitore stato legittimato per susseguente matrimonio da Alfonso I duca con Laura Eustochia di lui madre, e si trattava non di feudo proprio, ma di un vicariato perpetuo: furono gittate le preghiere al vento. Sempre insistè il papa che don Cesare rilasciasse il possesso di Ferrara, e poi adducesse quante ragioni volesse e sapesse, che sarebbono ascoltate. Troppa ripugnanza sentiva il duca Cesare a questo partito, rappresentandogli il suo consiglio che in materia spezialmente di Stati il possesso in mano dei più forti si può chiamare un requiem alle ragioni e al petitorio.
Fu anche consigliato il duca Cesare da Roma stessa di non sottoporsi a giudizio formale del tribunale romano, perchè le ragioni sue in quel bollore non sarebbono considerate, e ne uscirebbe sentenza a lui pregiudiziale, quasichè con giusto esame si fosse conosciuto aver egli torto. Scrive nondimeno Andrea Morosino, che il pontefice si era indotto a far esaminar le ragioni dell'Estense amichevolmente, con deputar anche per questo quattro cardinali; ma che il cardinale Alessandrino (chiamato dipoi da lì a tre mesi all'altra vita) si scaldò sì forte contra di questo, che pur era atto di giustizia, che il fece desistere, e lo spinse a precipitar la sentenza. Avea intanto esso pontefice ordinata in fretta la leva di circa venticinque mila fanti e di qualche migliaio di cavalli, mettendoli tosto in marcia alla volta di Ferrara, per precludere ogni adito al duca Cesare di muovere in aiuto suo alcuna delle potenze cristiane, e di accrescere con truppe forestiere le proprie. Avea in oltre richiamato dall'Ungheria il nipote Gian-Francesco con tutte le sue truppe, premendogli più questo affare che la guerra co' Turchi. Furono anche spinti emissarii in Ferrara, che con ingorde promesse ispirassero a quel popolo, sì fedele in tutti i tempi alla casa di Este, la ribellione al nuovo principe loro. Quindi nel dì 23 di dicembre venne fulminata in Roma un'orrida bolla o sentenza contra di esso duca Cesare, e di chiunque a lui porgesse aiuto, specificando anche l'imperadore, ed ogni re e principe cristiano. Non avea già lasciato il duca di far quell'armamento che competeva alle sue poche forze, per opporsi in qualche maniera al torrente dell'armi, che sempre più se gli appressava. Ma in fine non sussisteva che il duca Alfonso gli avesse lasciati que' tesori che la fama decantava, e n'era ben consapevole la corte di Roma; e dall'altro canto per la riverenza al pontefice niuno de' principi di questi tempi osò di alzare un dito in favore di lui, contentandosi eglino solamente di adoperare inefficaci esortazioni e preghiere al papa, affinchè senza impegno d'armi si esaminasse quella controversia. Ma quello che maggiormente atterrì l'Estense, principe allevato solo nella pietà e nell'arti di pace, fu essergli stato rappresentato (se con vero o falso fondamento nol so) che non era sicura la di lui vita in Ferrara, per le trame che si andava ordendo contra di lui. Il perchè, essendo oramai giunto a Faenza il cardinal Pietro Aldobrandino nipote del papa con titolo di legato e generale dell'armata pontificia, la qual già s'era raunata in quelle parti, il duca Cesare cominciò ad inclinare alla concordia: e tanto più perchè venivano anche minacciati gli Stati imperiali della casa d'Este, e s'era trovato Marco Pio signore di Sassuolo e di molti altri feudi nel Modenese, che, dimentico del suo dovere come vassallo, teneva mano ad un tradimento. Lasciossi pertanto esso duca indurre a scegliere per paciera donna Lugrezia d'Este duchessa d'Urbino, ancorchè sapesse che quella principessa non avesse buon cuore per lui a cagion di disgusti passati fra don Alfonso suo padre e lei. Portossi dunque a Faenza la duchessa per trattare d'accordo nel dì 28 di dicembre, dove fu accolta dal cardinal legato con tutta gioia e con ogni dimostrazion di onore. La istruzione sua consisteva in dover procurare che si mettesse Ferrara in mano di qualche principe confidente, sino a ragion conosciuta. Come poi passasse questa faccenda ne è riserbata all'anno seguente la notizia.