Aceto rosato preservativo.
℞. Aceto rosato, acqua rosa e vin bianco ana, cioè parti eguali, e ponvi dentro carlina, genziana, radice di ruta capraria, detta giarga, manipolo, cioè pugno uno, scorze di cedro, e un poco di zedoaria. Fa bollire alquanto e stare in infusione per 6 ore; poi cola e riponi in vaso. Di questo alle occorrenze bevi spesso una gocciola, e spesso bagnati le mani e il viso, e alcuna volta con la spugna tutta la persona.
Egli è necessario difendersi il corpo, o per dir meglio il respiro, con questi ed altri odori dall’aria pericolosa ne’ tempi di peste, e sarà ancora molto giovevole e necessario il procurar la pulizia e purgar l’aria medesima nelle proprie abitazioni. Poco prima del tramontar del sole per parere di tutti egli è necessario chiuder le finestre, e non aprirle se non levato il sole; avvertendo ancora, che passando cadaveri per le strade, o potendo venir cattiva aria dalle vicine camere o case, ove sieno infetti, bisogna custodirsi bene con tener chiuse allora le finestre e gli usci pericolosi. Quindi si debbono profumar le stanze con solfo, pece, incenso, mirra, ed altri simili odori sani, benchè talvolta spiacevoli, o pure con far ivi bollire aceto, in cui sia infusa canfora, garofoli, scorze di cedri, aranci, ecc. Gioverà nella stessa guisa spruzzar le camere con aceto o con altre decozioni odorifere; siccome ancora il far ivi bruciare ed il tener ivi legni di buon odore segati, come sono il ginepro, il pino, il lauro, il cipresso, l’abete, il mirto, il rosmarino, il frassino. Alcuni usano allora di aver due camere separate, cambiandole mattina e sera, con istare nell’una, mentre purgano l’aria dell’altra; e si bagnano spesso le mani e la faccia con acqua fredda mischiata con aceto rosato, profumando ancora le vesti e asciugandole bene al fuoco. Si astengono allora dalle saponette in lavarsi, essendosi osservati de’ cattivissimi effetti di tutto il sapone, saponate e ranno, o sia liscivo, in tempi di peste. Altri procurano di rinovar l’aria e di purificarla nelle medesime camere ove stanno infetti, tenendo aperte le finestre e facendovi giocare il vento, se si può: con avvertenza però di non infettar con quell’aria pestilente le vicine camere sane.
Non è di minore importanza il tener purgata o il purgare l’aria della stessa città. A questo fine appena s’ode romor di contagio, che in ogni ben regolato governo si danno tutti gli ordini più premurosi e si fanno prontamente eseguire e mantenere per la pulizia della città, e con far nettare diligentemente le strade e piazze e ogni altro luogo dalle immondezze e da qualunque cosa fetente, e con rigorosamente proibire il gittarvene alcuna, e sopra tutto gli escrementi e le orine delle persone inferme. Si vietino i porci, le oche ed altri o uccelli o bestie immonde, e il far massa alcuna de’ letti de’ vermi da seta o delle foglie di moro, dovendosi tali puzzolenti masse, almeno di due in due giorni, portar fuori di città e ben lontano, senza permettere il gittarli in canali o canalette. Hanno scritto alcuni che dai fetidi letti de’ vermi da seta la peste di Desenzano del 1567 ed altre del Piemonte avessero origine. Lascio la verità al suo luogo, credendo io che questo possa aumentare e non cagionare una peste vera. Stimano altri che sia giovevole e preservativo in tempi di peste l’odore o sia il puzzo che esala dalle concie e fabbriche de’ corami, cordovani, ecc., siccome ancora dai maceratorj della canape; ma vien posta in dubbio una tal opinione da altre sperienze e da accreditati autori, essendosi veduto entrar molto bene in que’ luoghi o strade il contagio, e farvi forse più strage che altrove. Più facilmente s’allignano e si dilatano gli spiriti velenosi del male, quando si possono mettere in groppa a vapori e alle esalazioni del succidume e di tutte le robe marce e fetenti. S’ha eziandio da vietare il movere allora alcuna cloaca e il dar alle fiamme per la città erbacce, pagliacci e simili materie che recano cattivo odore, e tanto più se avessero servito a gente infetta o inferma, dovendosi queste portar a bruciare fuori della città, lontano almeno due miglia. Hanno anche le sagge città da usare una straordinaria diligenza per gli Ebrei, nazione d’ordinario abitante assai sporcamente, e assegnar conservatori particolari che abbiano cura della lor pulizia.
Vogliono alcuni che giovi il far allagare nei bollori della state le strade, per chi ha la comodità d’acque o fontane correnti. Anzi v’ha chi crede non inutili a purgar l’aria i tiri d’artiglierie, scrivendo Levino Lemnio, che la città di Turnai fu coi frequenti sbarri delle medesime liberata in breve da una fiera peste, pel movimento e per l’odore impresso con esse nell’aria. Che che sia di ciò, egli è ben certissimo che la polvere da archibuso bruciata co’ debiti riguardi è un profumo di somma energia ed utilità per le case; e che di un’universale ed incredibil aiuto a preservarsi dal contagio e ad espurgar le robe e a profumar le abitazioni, è il solfo, di cui perciò bisogna far buona provvisione e fidarsi non poco in tempo di peste. Anche gli antichi ne conobbero la forza antipestilenziale, essendo giunti coi profumi d’esso a liberar molte città da sì crudel nemico, e insino l’antichissimo Omero nel 22 dell’Ulissea fa chiedere ad Ulisse fuoco e solfo, ch’egli chiama medicina de’ mali, per purgar le stanze della casa.
CAPO IX.
Commercio di robe infette proibito. Necessità di prima espurgarle. Tre maniere di spurgo. Più utile e più facile quello dei profumi. Dose e metodo per profumar robe, case ed altri luoghi. Ordini rigorosi per lo spurgo, e necessità di questo rimedio.
Per l’ordinario le pesti hanno l’origine o la loro dilatazione dalle robe, cioè dalle suppellettili, panni o merci procedenti da luogo infetto o maneggiate da persone contaminate da esso morbo. Certo nessuna cosa più spaventosamente fomenta in tempi tali la carnificina degli uomini, quanto la diabolica ingordigia di tanti, che entrando nelle case derelitte per la morte de’ padroni, quindi furtivamente asportano robe infette, contaminando con ciò sè stessi, altre famiglie e talora altri dopo molto tempo. Il perchè una delle più importanti cure del governo della sanità ha da esser quella d’impedire il commercio delle merci o robe infette e sospette. Per questo, su i primi timori d’una pestilenza vicina, si proibisce l’ingresso a qualsiasi roba de’ paesi infetti, e non si ammettono le procedenti da luoghi sospetti se non dopo la quarantena, e dopo una leggittima espurgazion delle medesime, che si dee fare prima d’introdurle in città, cioè in qualche luogo eletto a questo fine fuori della città e lungi dall’abitato. E notino i magistrati, essersi più d’una volta alle porte della città sotto carra di fassine o di fieno o di paglia, trovate robe, delle quali non era permesso l’ingresso. La confiscazion d’esse e delle carra servì a benefizio de’ lazzeretti, e il gastigo per esempio degli altri. Di più convien avere particolarmente l’occhio sopra gli Ebrei, siccome gente che fa uno de’ suoi maggiori capitali il traffico e trasporto di tali robe. In Germania alcune città nè pure concedono a tal gente le fedi della sanità, perchè vogliono interdetto ogni loro commercio.
Penetrato il male nella terra o città, allora si volgerà tutto lo studio a trattenere i sani dal toccar le robe toccate dagl’infetti o sospetti. Per attestato del Rondinelli, che parla con la sperienza alla mano, siccome quello che ci ha lasciata un’utile relazione del contagio di Firenze dell’anno 1630 e 1633, se fosse possibile spuntar questa cosa, in qualunque città agevolmente si sbarberebbe il contagio; e se rimedio alcuno ci ha, è solo uno, cioè straordinario rigore contro chi nasconde i panni infetti o li vende, li compra o in altro modo li semina. Ordinare pertanto con pene rigorosissime, siccome fu fatto in Roma, ed anche nella nostra e in altre città, che nessuno senza licenza del deputato ardisca levare o far levare qualsivoglia roba da alcuna casa, monistero o altro luogo ove sia stato alcun malato o morto, ancorchè non infetto di mal contagioso. Che a niuno sia permesso l’introdurre lettere o altre robe, fuorchè per le porte aperte della città e con participazione de’ deputati, sotto pena della galera ed anche della vita, al qual castigo furono sottoposte per ordine espresso del papa ancora le persone ecclesiastiche, secolari e regolari e costituite in dignità. Che i confessori, medici, cerusici, barbieri, mammane, sospetti o esposti, e i lor servitori, i beccamorti e ogni altra persona non possano estrarre senza licenza del deputato roba di qualunque sorta dalle case o luoghi segnati per cagione di sanità, ancorchè la levassero per pagamento de’ lor crediti o per loro mercede o per limosina o per convertirla in suffragio delle anime o per iscarico della coscienza de’ padroni o per espressa commessione de’ medesimi. E qualora ne sieno state asportate, tutti, sì asportatori, come complici e consapevoli, debbano in termine di tre giorni sotto pena della vita e confiscazione, a cui sieno sottoposte d’ordine del vescovo anche le persone ecclesiastiche, darne esatta notizia al tribunal destinato, stante il troppo danno che nasce dal commercio, maneggio e traffico di robe non espurgate; con promettere l’impunità ai denunzianti, purchè non sieno già carcerati o inquisiti per tal fatto. Si dee aggiungere una proibizion rigorosa di non poter vendere, comperare, prestare e permutare senza licenza sì fatti mobili, panni e vesti usate di qualsivoglia sorta; e per ogni maggior cautela proibir l’introduzione in città di mobili e suppellettili, a riserva delle biancherie di bucato, degli arnesi di cantina, rami o altri metalli, vietando nella stessa guisa, se sarà creduto bene, il poter dare a tingere o a lavare ad altri senza licenza le suppellettili, lasciando solo che ognuno possa lavar le sue in sua casa o all’acqua corrente.
Essendo poi stato conosciuto anche dagli antichi che il maggior male vien dal contatto di robe e mobili infetti, una volta si bruciava una gran quantità d’esse, a fin di levar l’occasione alla gente inavvertita o maliziosa ed avara di tirar addosso a sè stessi la morte e di parteciparla ad altri. Ma perciocchè il ripiego di bruciar tante robe, oltre che riusciva di non poca afflizione e danno ai padroni e di pregiudizio ancora al pubblico, e tanto più se l’incendio si faceva entro la città per cagion degli aliti pestiferi che ne esalano, era anche cagione che tutti s’ingegnassero di nascondere e trafugar le robe infette senza espurgarle, del che non può darsi uno sproposito più pregiudiziale: furono dunque inventate espurgazioni regolate, mercè delle quali si possono conservar quasi tutte le masserizie, vesti e mobili delle case infette e sospette. Basta oggidì solamente consegnare al fuoco i pagliacci o pur le sole paglie, i guanciali, i cuscini, i cenci o sia gli stracci ed altre robe di minor conto che abbiano immediatamente servito agli appestati, siccome ancora le piume dei materassi, poichè si possono molto bene espurgar le lane e le fodere d’essi.