Acqua sudorifica.

℞. Radici d’ostruzio, o sia d’imperatoria, petasitide, angelica, carlina, valeriana, ana onc. 2 e mez.; radici d’enula campana, scorze d’aranci secche, ana onc. 3; erbe scordio, assenzio, ana onc. 2; cardo santo onc. 3; fiori di rose rosse mez. onc., di stecade dram. 3; bacche di ginepro onc. 2 e mez.; grani di cardamomo minore dram. 5; cinnamomo eletto onc. 1. Tutte queste cose sieno secche, si tritino insieme e si pestino grossamente in mortaio di pietra, infondendovi poi vino bianco buono mediocre lib. 22, acqua di rose lib. 2. Serrato bene il vaso, stieno per 10 dì in infusione, e dipoi vi si aggiungano queste altre erbe verdi e fresche, tagliate minutamente e pestacchiate, cioè foglie di ruta manip. 6, tanaceto manip. 4, rosmarino, pimpinella, ana manip. 1 e mez. Stieno insieme in infusione per altri 8 o 10 giorni, movendole ogni dì con una bacchetta. Dipoi mettivi dentro sugo di cedro lib. 2. Stieno in infusione per 3 o 4 altri giorni, e poi fatto bollir tutto leggermente al fuoco, si coli, e si sprema gagliardamente nel torchio. La colatura spremuta si distilli in bagno maria, o nella rena, per lambicco di vetro.

Soggiugne l’autore la preparazione d’un estratto dalle fecce nel modo seguente:

Quello che dopo la distillazione resta nel fondo, aggiuntavi acqua di cardo santo, s’ha da colare per carta sorbitrice; e tal colatura s’ha da essiccare a lento fuoco, tanto che giunga a consistenza d’estratto il quale si ha da salvare pel bisogno. Abbiamo dato il nome di Magistrale a questo estratto.

CAPO VI.

Altri medicamenti per curar la peste. Quali usati ne’ contagi del 1630 e 1656. Canfora commendata assai, e varie composizioni canforate. Solfo, e suoi pregi contro la pestilenza. Bolo armeno, triaca, diascordio, ed altri antidoti o lodati, o riprovati.

Per espugnare l’interno veleno della peste hanno sempre studiato i medici, ma senza trovar finora medicamento alcuno sicuro, specifico ed universale. In difetto di ciò si sono eglino rivolti a prescrivere que’ rimedi che per la loro naturale attitudine sono o paiono contrari ai veleni, ed atti ad impedire o correggere la corruzione, o il troppo o troppo poco moto dei fluidi del corpo umano, e non senza apparenza di aver eglino con ciò aiutata di molto la natura, allorchè ne seguita la sanità degl’infermi. Egli è incredibile, quanta copia di radici, erbe, fiori, frutta, semi, oli, pietre, sali, estratti, siroppi, conserve, conditi, minerali, polveri, elettuari, ecc., ci venga posta davanti nei libri loro col bell’elogio di medicamenti efficaci o mirabili contro la peste, sì semplici come composti. Io non prenderò qui ad esporre, come fa l’Untzero con assai curiosa minutezza, ad una per una tutte l’erbe, radici, frutta, ecc., che servono o si pensa che possano servire contro i morbi pestilenziali. Non crederebbono nè pure gli altri a me, siccome io non credo a tanti discorsi prolissi degli altri intorno alla virtù di sì gran copia di medicamenti. E dopo ancora che avessi riferito tutto, ci resterebbe da imparare a fare il medico (che tale non sono nè pur io) per sapere a chi convengano questi medicamenti, e come s’abbia a mescolare ed usare ora questo ed ora quello; cosa nondimeno anche difficile per i medici stessi, perchè dipendente dal giudizio pratico e dalla prudenza, con la quale, per colpire nel segno, s’hanno da considerare non solamente il mal della peste, ma ancora i sintomi che l’accompagnano, e il temperamento, le forze degl’infermi, ed altre non poche circostanze, dalle quali nascono diverse indicazioni. Mi ristringerò io dunque a notar solamente i primari e più facili de’ medicamenti e rimedi che sono creduti a proposito per guarire, piacendo a Dio, il morbo della pestilenza. E sono principalmente, per quanto ho ricavato da vari autori, gli aromatici e balsamici, de’ quali vien creduto che possano col loro sale volatile oleoso resistere, diciamo così, alla corruzione degli umori; e i diaforetici, o sia sudoriferi, prescritti con intenzione di espellere fuori della cute il veleno pestilenziale, ed aiutar la crisi più salutevole che possa tentar la natura. Hanno pure tra questi alessifarmaci il luogo loro e le lor lodi molti acidi, i quali possono in alcune pesti impedire o levare lo squagliamento e sfibramento degli umori e del sangue, e talvolta ancora, secondo il parere d’alcuni, o col precipitare o col dar tuono alle fibre, contribuire all’operazione del sudore, alla quale dee allora particolarmente mirare la diligenza dei medici.

E primieramente nella peste del 1630, per quanto apparisce dall’Avvertimento stampato allora in Modena, si vede che in molte città fu costume, subito che appariva la vanguardia più ordinaria del morbo contagioso, cioè febbre mista con dolore di capo, il prendere in bevanda alquanto di polvere, creduta cordiale, con un poco di brodo o acqua di scorzonera, ed ungere la regione del cuore con olio del Granduca o del Mattiuolo. Poco dopo si bevea una dramma di triaca o di elettuario del Mattiuolo, distemperata in 6 once dell’acqua suddetta, o in altra simile, per promuovere il sudore, dopo il quale solevano uscire i carboni, o buboni. Il corno di cervo, la terra sigillata e gli occhi di granchio si costumavano ancora con profitto; cose nondimeno che non veggo tenute per rimedi di gran forza contro il ferocissimo assalto della pestilenza. Anzi essendo stato osservato da altri che i coralli, gli occhi di granchio e la creta sono medicamenti che opprimono l’acido e levano l’appetito, perciò vien consigliato che si vada cauto a valersene nelle pesti, le quali pur troppo sogliono indurre inappetenza. Non trovo poi qual altro preciso rimedio giovasse allora, se non era il ben curare i carboni e i buboni; del che parleremo a suo luogo. È bensì notato ivi che tutti gli altri esperimenti contro la febbre pestilenziale di quel tempo riuscivano vani, e che nella forma suddetta quasi tutti cominciarono a guarire; il che però si noti essere stato avvertito solamente nella declinazione della peste, lasciando ciò dubitare che forse nel suo furore anche il mentovato metodo riuscisse inutile, siccome avviene allora di tanti altri medicamenti.

Nel contagio di Roma del 1656 per quanto abbiamo dal cardinal Gastaldi, parve che giovassero le seguenti cose: Cioè, scoperta in alcuno la malattia pestilenziale, ungergli la region del cuore con olio del Mattiuolo o della comunità di Ferrara o del Granduca e simili; dargli prontamente bocconi cordiali di confezion di giacinto, d’alchermes e altri di tal fatta; nel secondo giorno fargli bere sugo di cedro mischiato con acqua triacale e con alquante gocciole di spirito di vitriuolo e con polvere di bolo armeno in brodo o acque distillate di galega, scabbiosa, sonco, scorzonera e simili alessifarmaci. Di più parea salutifero l’applicare i vescicanti nel principio, particolarmente alle gambe. Si osservò ancora giovevole nello stesso ardore della febbre il bere orzate, e spezialmente nel tempo estivo, temperandosi anche la sete col tenere in bocca sal prunello. Bernardino Cristini espone anch’egli il metodo da sè tenuto in medicare nella medesima peste di Roma. Certo farà egli prendere più coraggio a chi subito voglia accomodar la sua fede a quanto egli lasciò scritto nel suo libro intitolato Arcana Riverii. Chi però non crede sì tosto alle magnifiche promesse dei chimici, nè si lascia incantare dai grandi o strani nomi delle cose, anderà lento a fidarsene.

Secondo lui, per medicare allora gl’infetti, non v’era cosa più potente delle confezioni ristorative in forma soda o liquida, prese per bocca, e massimamente giovavano i bezoartici diaforetici, o sia sudoriferi. Prescriveva egli in forma soda il seguente