In quanto alla cura de’ carboni, il cardinal Gastaldi scrive che nel contagio di Roma del 1656 nessun rimedio era più giovevole, quanto l’adoperare la scarificazione, cioè il tagliar loro d’intorno, con separare la carne morta dalla viva, e lo scarificarli anch’essi e cavar via molta copia di sangue, ungendoli poscia con unguento egiziaco, triaca ed olio di scorpioni, e finalmente ungendo l’escara, o sia la crosta, con sugna, o butirro, finch’essa cadeva. Essendosi prima trovati inutili altri rimedj, questo in fine parve il metodo più utile per curare i carboni ed anche i buboni. Nell’avvertimento stampato in Modena pel contagio del 1630 si legge che i carboni si medicavano con refrigeranti d’intorno e con empiastri in mezzo; tanto che separati dalla carne buona, si cavassero con la molletta, applicando poi in que’ fori gli ordinarj digestivi delle ferite. Oribasio, Egineta ed altri antichi e moderni consigliano anch’essi lo scarificare profondamente, ovvero il tagliarli sino alle radici con un rasoio; imperocchè temono che sia rimedio troppo debole e lento quello degli empiastri.
Il perchè secondo altri si può tagliar la crosta del carbonchio in croce, o in più tagli (quanti più se ne fanno, tanto dicono che sia meglio) profondandoli sino a toccar del vivo, ma non penetrando nel vivo per timore d’arterie, vene, nervi, ecc. Indi si ha da procurar l’uscita al sangue, sbruffandolo d’acqua salsa calda, o fomentando il luogo con ispugna bagnata nell’acqua suddetta, ma avvertendo di far uscire il sangue in quantità discreta e non troppa. Poscia si dee asciugar bene la ferita, e far entrare nei tagli zucchero candido fatto sottilissimo come fior di farina, mettendovi poi sopra qualche empiastro.
Un’altra via di debellare il carbone, è scottarlo con ferro infocato, come sarebbe testa di chiodo grande; e sarà bene aver prima levato via della grossezza della crosta ciò che si potrà levare senza dar dolore al paziente. Dee la scottatura essere tanto larga, che tutto intorno tocchi del vivo; potendosi anche scottarlo in diverse volte con ferro picciolo a parte a parte. Così ci son molti che nelle parti carnose li separano dalla carne buona con ferro tagliente, e dipoi li spiccano, operando in più volte un poco per giorno, affinchè il dolore riesca più tollerabile. Fanno il taglio in maniera che si veda la carne buona, mettendo, finchè si finisca di spiccarli, tra il buono e il cattivo della carne o zucchero candido ben sottilizzato, o rosso d’uovo con sale ben polverizzato, o pure rosso d’uovo con trementina, ovvero fili asciutti. Se vi resta del cattivo, convien porvi qualche corrosivo, o pure tagliare quel che resta sino a toccar del vivo, facendo uscire il sangue con acqua calda. Che se il carboncello è duro, alcuni lo scarnano tutto intorno assai profondamente in una o più volte; poscia legatolo bene con uno spago o simile legatura, il cavano con una pronta strappata, sicchè talvolta resta la carne netta di sotto, e talvolta ancora vi resta qualche bisogno di mondificare. Altri ancora adoperano vescicatorj e acqua forte, e altri simili aspri rimedi.
Ma si avverta che tutti i metodi finora accennati sono da lasciarsi il più che si può, non solo perchè portano degl’intollerabili dolori agl’infermi, con accrescer loro anche la febbre e la vigilia, ma ancora perchè moltissimi altri medici hanno osservato che questi sì precipitosi tagli, o rimedi crudeli, poco o nulla giovano, e conducono bene spesso più velocemente alla morte i miseri infermi. Siccome per lo contrario la sperienza ha mostrato che i carboni quanto più piacevolmente sono trattati, tanto più presto sono guariti, Tommaso Cornelio, celebre medico, in un suo Dialogo favoloso, composto alla guisa di quei di Luciano, consiglia il lasciare più tosto alla natura che il dare in mano ai medici i malati di peste; perocchè, dice egli, i medici adoperano facilmente rimedi perniciosi, facendo essi ciò che talvolta non giungerebbe a fare il morbo medesimo. Può essere che il Cornelio parli da burla; ma può anche essere che burlando egli colpisca nel vero, e che la suddetta disgrazia non si fermi nella sola malattia pestilenziale. Certo nei lazzeretti troppo spesso s’è fatta vedere la crudeltà de’ cerusici nel ricorrere al ferro infocato per curare i carboni, mentre senza badare bruciavano nervi, tendini, muscoli e vene (e l’osservò anche il Cristini nella peste di Roma del 1656), di maniera che molti non solamente morivano, ma morivano ancora martiri della cirugia per 25 o 30 bottoni di fuoco. Nè pare che si opponga a tali sperienze ciò che testè ci fece udire il cardinal Gastaldi; perchè forse quelle furono scarificazioni modeste, o pure elle cominciarono a trovarsi utili solamente nella declinazione della peste, cioè in un tempo in cui il morbo suol cedere da per sè stesso, con attribuirsi poi la gloria della guarigione ai rimedi che si usano allora: dal che mi figuro io che sieno procedute altre contrarietà, e probabilmente alcuni inganni di molti medici nell’esaltare o biasimare or questo ed ora quel rimedio. La conclusion nondimeno si è, che i tagli prima del tempo nei carboni s’hanno da abborrire, e doversi eleggere il metodo più regolare, più mite e meno pericoloso, qual è quello che ora soggiugnerò.
Presi che avrà l’infermo i sudoriferi ed altri antidoti interni, che sono creduti abili a spingere fuori il più che si può del veleno pestilenziale per i pori, ed usciti i carboni, si dee immediatamente metter loro sopra una foglia di cavolo, o sia verza rossa unta con olio di rape. Dipoi, ed anche sul principio, sarà meglio mitigare il dolore de’ carbonchi con de’ rimedi emollienti ed anodini, a fine di separar con essi la carne morta del carbone dalla vicina viva e buona. Ecco la ricetta d’uno presa dal Diemerbrochio:
Suppurante per i carboni.
℞. Radici di consolida maggiore secche, erba scordio secca, ana dram. 2; radici d’altea secche, farina di semi di lino passata per setaccio, fior di farina di frumento, ana onc. 1. Fanne polvere sottile, in cui metti dentro acqua comune quanto basta. Si cuocano alquanto, acciocchè si sciolgano le mucilagini, e la composizione venga in forma di polenta grossa. Aggiungi mele, trementina, unguento d’apostoli, ana dram. 3; pece liquida, unguento basilicon, ana dram. 2; il rosso d’un uovo; zafferano scrup. 1. Mescola tutto. Se gli può anche aggiungere triaca dram. 2.
Il suddetto Diemerbrochio scrive d’aver provato molti medicamenti; e di non averne trovato alcuno migliore di questo, con cui in breve si otteneva la separazione de’ carboncelli, stendendolo grosso sopra i medesimi, e rinnovandolo due o tre volte il giorno. Ma per facilitare ai poveri e a chi non ha comodità di speziali e di meglio, i soccorsi pel bisogno loro, raccoglierò qui altri suppuranti suggeriti dai medici in tal congiuntura, benchè non tutti di egual vigore.
Altri suppuranti per maturar carboni.
℞. Cipolla cotta con triaca, o aggiuntavi dopo la cottura, ed olio di lino o di noci; e quando questi olj manchino, quello d’ulive, mischiando tutto.