[122]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. LXXIV. Il codice Antonelli di Ferrara da noi tenuto a confronto, dice: da uno archibugiero del papa; diversità di lezione, la quale offre nuova prova dell'incertezza che fin d'allora correva sull'uccisore del Borbone, di che il Cellini nella propria Vita si vantò essere stato egli stesso.

[123]. Bon. Pistofilo, l. c., cap. LXXV.

[124]. Antonio Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, tomo IV.

[125]. Prologo di Gabriele Ariosto alla commedia La Scolastica: in Lodovico Ariosto, Opere minori, tomo II, pag. 426-427.

[126]. Vita di Lod. Ariosto, pag. 207.

[127]. Lod. Ariosto, Opere minori, tomo I, pag. 222-225.

[128]. Lo storico Guicciardini ha secondo un ms. de' suoi Avvertimenti politici, che trovasi presso di noi: «Dico che il duca di Ferrara, che fa mercanzia, in questo non solo fa cosa vergognosa, ma è tiranno, facendo quel ch'è ufficio de' privati e non suo; e pecca tanto verso i popoli quanto peccherebbono essi verso lui, volendo intromettersi in quel ch'è ufficio solum del principe.»

[129]. Lod. Ariosto, Opere minori, tomo II, pag. 353.

[130]. Ugo Foscolo, Sui poemi narrativi e romanzeschi italiani, traduzione dall'inglese del Maggi.

[131]. Abbiam veduto come il marchese del Vasto fosse prodigo all'Ariosto in Correggio del regalo di alcuni oggetti preziosi e di una pensione vitalizia ([pag. 327]), ond'egli non mancò di encomiarlo in quest'ultima sua ristampa del Furioso: e abbiam anche veduto quanto il cardinale Ippolito e il duca Alfonso I si mostrassero avari di questa sorta favori verso colui che li aveva sì altamente celebrati con tutta l'Estense progenie. Pure il cav. Luigi Lamberti, cui dobbiamo in gran parte la pubblicazione nel Poligrafo di Milano dell'Egloga del nostro autore, dichiara che «se l'Ariosto non raccolse dal suo poema quel frutto che a sì squisito lavoro si competeva, ebbe però alcuna cosa di cui non si fa menzione dagli scrittori della sua vita». Questa notizia egli la trae da una lettera latina inedita di Paolo Manuzio, che Santo Fattori vide nell'Archivio di Modena, e diretta al cardinale Ippolito d'Este al quale il Manuzio (nel 1557) aveva dedicata la sua opera De legibus Romanis, e che dice: «.... Io mi doleva che il figlio del tuo fratello, giovane di animo prestante, infiammato dall'amore dell'immortalità per le fole dell'impazzito Orlando stampate col nome di lui, avesse donato una collana d'oro del valore di cinquecento scudi; e che tu, uomo cotanto grande, con tante ricchezze e di sì gran fama, pel libro delle Romane leggi, non punto comparabile, siccome credo, con quelle furie d'Orlando, non avessi mandato a me neppure un fermaglio di rame.... Venezia, 1 feb. 1557». (V. Vita del Lamberti nelle Notizie bibliog. in continuaz. della Biblioteca modenese del Tiraboschi. Reggio, 1835, Tom. IV, pag. 75, 76). Ma il Lamberti non s'accorse che qui si parlava del cardinale Ippolito II d'Este nipote del I, come la data della lettera e della edizione del libro del Manuzio lo dimostrano: e così è da stabilire che il regalo che mosse la brutta invidia cadde in vece su Girolamo Ruscelli, il quale nel 1556 dedicò al principe Don Alfonso d'Este figlio ad Ercole II una ristampa del Furioso uscita in Venezia pei tipi del Valgrisi colle figure che si ritengono designate dal pittore Dosso Dossi.