[132]. Il Frizzi nelle sue Memorie storiche della famiglia Ariosti sembra far qualche calcolo di alcuni Rogiti di data assai prossima alla morte di Lodovico ov'è detto laureatus poeta. Questa qualifica la troviamo data nelle cronache reggiane a Gabriele Malaguzzi padre della Daria onde nacque l'Ariosto, e nelle cronache ferraresi a Lodovico Carbone e a Tito Strozzi: il che significa l'essere riconosciuto da tutti come buon poeta anche senza bisogno di materiale incoronazione. L'Ariosto poi col suo poema si pose da sè stesso in capo tal serto, che ben vale quanto quello e più di quello che non potè essergli conferito dalle mani dell'imperatore.
[133]. Bon. Pistofilo, Vita di Alfonso I, cap. CII.
[134]. Baruffaldi, Vita di Lod. Ariosto, pag. 239-240.
[135]. In fine di questo volume, oltre di ristampare un sonetto che trovammo inedito dell'Ariosto, aggiungiamo sull'appoggio di un ms. sincrono de' Cinque canti la prima ottava mancante in tutte le edizioni, ma che in parte è conforme alla st. 68 del XLVI ed ultimo canto del Furioso. Il Barotti sospettò che il canto II fosse scritto dall'Autore tra il 1516 e il 1520, per quanto dice nell'osservazione che pose alla st. 52: però sembra che messer Lodovico vi attendesse assieme agli altri quattro dopo essersi portato al suo commissariato di Garfagnana (1522-25), poichè nella st. 18 dello stesso canto II parla del ferro che raccolto nelle montagne di quella provincia veniva separato in un villaggio, per ciò detto Forno Volasco, di cui nota lo stretto e difficile sentiero da lui senz'altro percorso.
[136]. Sono infiniti i miglioramenti di locuzione che l'Ariosto venne introducendo nel suo poema dopo la prima stampa del 1516: ma anche in questa noi vediamo camera (che pur è nella commedia La Cassaria tanto in prosa che in versi), fata, giglio, lancia, e non una sola volta ciambra, fada, ziglio, lanza che sempre s'incontrano come segni più espressi della pronunzia provinciale nel Rinaldo ardito. L'Ariosto che si studiava di mutare: Si tol la vista in La vista tolle — trastul in piacer — metal in bronzo (III, 67; IV, 22; XIX, 76), è mai possibile che potesse poi seguitare a dettar versi con troncamenti di questa fatta: L'amorosa mia don gran tempo aspetta — Cui sotto il ceppo ha il col per esser morto — Il fer li pose con tanta possanza, ecc. (Rin. ard., I, 10 e 5, V, 12)?
Un difensore dell'originalità ariostesca di detto codice comparve da ultimo nella persona del bibliofilo Paolo Antonio Tosi di Milano, il quale si mostrò punto dalle nostre osservazioni in contrario, e vi fece risposta alla sua maniera, che stampò in Busto Arsizio nel 1863, poi in appendice alla Bibliografia dei romanzi di cavalleria, Milano, 1865. Giova però ricordare che il Tosi era divenuto proprietario di questo codice, che non trovava un padrone un po' stabile; nè deve quindi far caso se il libraio sbracciavasi per tener in credito la sua mercanzia.
[137]. Queste due morti per indigestione trovano riscontro nell'epigramma giovanile fatto dall'Ariosto sul cognome Estense e che abbiamo prodotto a pag. XXI in nota.
[138]. Vita di Alfonso I, cap. II.
[139]. Cantù, Storia universale, ottava ediz., Tomo IX, pag. 379.
[140]. Ms. citato, presso la R. Biblioteca Estense di Modena.