[230]. Questa lettera per gl'incendi avvenuti all'Archivio Estense in Ferrara e per l'acqua adoperata ed estinguerli è in parte corrosa e tanto dilavata nell'inchiostro che mi fu difficile interpretarla. Con le parole in corsivo ho cercato supplire ov'eravi assoluta mancanza.
[231]. Per le Gride dell'Ariosto citate più volte in queste Lettere, veggasi in fine del volume.
[232]. Intende la lettera precedente diretta al duca, a cui questa serve di accompagnatoria.
[233]. Bonaventura Pistofilo anch'esso segretario del duca.
[234]. Questa lettera, com'è detto in principio, ripete in gran parte la XXVIII del 23 maggio 1522.
[235]. Don Ercole d'Este primogenito del duca, che trovavasi a Roma per raccomandare al nuovo papa Adriano VI la restituzione di Modena e Reggio.
[236]. Lodovico Cato era stato spedito ambasciatore al papa in Ispagna, ove questi trovavasi all'atto dell'elezione (8 gennaio 1522). Le provincie ricuperate dal duca al tempo della sede vacante, e così la Garfagnana, gli furono lasciate in possesso.
[237]. Molti sono i decreti pronunziati dalla Repubblica di Genova dal 1445 al 1490 intorno alla necessità di riformare la disciplina e lo stato degli ecclesiastici. Un frammento di costituzione già emanata dall'arcivescovo Jacopo da Varagine e confermata fin dal 1299 da Porchetto Spinola fa conoscere come vi fossero sacerdoti che nec clericater vivunt, nec abitum clericalem deferunt. Una lettera di frate Zanetto, o Giovanni da Udine, maestro generale dell'Ordine de' Minori di S. Francesco (1472) asserisce che i frati e le monache della provincia di Genova incontinenter, sine freno et irreligiose vivunt (Foliat. Notar. Ms. della Civico-Beriana). È certo poi che le domenicane de' SS. Giacomo e Filippo si arbitravano lasciare la clausura a loro piacimento, e quando tornavano al chiostro dicevano alla priorissa: Madre, con vostra licenza, siamo ite a diporto (Bandello, Novelle). Nei registri Diversorum Communi Januae si leggono i seguenti decreti della Signoria: 1445, Decretum contra vitam monalium SS. Philippi et Jacobi. — 1466, De monacabus cohibendis. — 1467, Contra moniales. — 1472, De reformatione status monialium. Un breve di Alessandro VI lamenta (1497) che: moniales ipsae, abiecta religionis honestate, extra dictum monasterium (de' SS. Giacomo e Filippo) pro libito et desiderio suo per totam urbem vagantur, et inhonestam vitam ducunt in ipsius religionis oprobrium, animarum earundem periculum, et totius populi ianuensis scandalum non modicum; e comanda al Maestro generale dell'Ordine di S. Domenico che si ponga ogni cura e si adoperi ogni mezzo ad infrenare gli scandali e sradicare i disordini. Un breve di Clemente VII (1529) commette all'Arcivescovo di Genova ed al Priore di S. Teodoro di attendere alla riforma de' monasteri, dicendo chiaramente che le monache continuavano nella rilassatezza del costume ex maiori frequentia et familiaritate cum clericis, religiosis et secularibus personis, e altrettanto ripete Giulio III in una bolla del 4 settembre 1551. (Da docum. esaminati e comunicatimi dall'amico G. B. Passano).
[238]. All'orecchio poetico dell'Ariosto parve più sonoro introdurre spesso in questo vocabolo il dittongo mobile, che si perde quando l'accrescimento della parola porta innanzi la sede dell'accento, come in niego, priego, siedo ecc.
[239]. Gli imputati di aver dato recapito ai banditi, che entro il termine assegnato non comparivano al cospetto del duca in Ferrara per giustificarsi, erano considerati come colpevoli di ribellione e cadevano nella confisca dei beni.