[240]. Anche questa lettera è in parte consunta dal fuoco, come si vede per le parole supplite in carattere corsivo. Non potendosi più leggervi la data dell'anno, l'ho fissata al 1522 coll'aiuto della Cronaca modenese di Tomasino de' Lancellotti (Parma, 1862, vol. I, p. 419), ove sotto il 10 novembre 1522 si nota una grande rotta che Virgilio da Castagneto e suoi seguaci (il Moro dal Sillico, fratelli e compagni) ebbero nell'azzuffarsi colla banda di Domenico d'Amorotto: due fazioni di briganti tendenti a soverchiarsi.

[241]. Gian Giacomo Cantello nella citata lettera (diretta il 15 nov. al conte Lud. Ariosto) si scusa altresì degli inconvenienti a cui venne forzato con Domenico de Morotto nel respingere l'assalto che fu dato ad entrambi poco tempo prima sul monte di Mocogno da una fazione contraria, la quale ebbe eccitamento, come egli si duole, dagli ufficiali ducali.

[242]. Alberto Pio di Carpi, buon cultore di lettere e amico dei letterati (Aldo Manuzio, che fu suo maestro, gli dedicò alcune opere da lui impresse), teneva allora a nome del papa le fortezze di Reggio e Rubiera, e fu creduto volesse tradirle ai Francesi, sperando con ciò di allontanare il pericolo imminente di perdere del tutto per opera del duca di Ferrara il dominio di Carpi, già ceduto per una metà da Giberto di lui cugino ad Ercole I nel 1500. — Alberto favoriva l'Amorotto per averne un aiuto che poi non riescì, e fors'anco perchè accrescesse nella provincia del Frignano imbarazzi al duca, il quale in una lettera del 22 nov. 1522 diretta al suo ambasciatore Lod. Cato trovo che ne fece lagnanze alla corte di Roma.

[243]. Di Domenico d'Amorotto (o Morotto) di Carpineti, figlio di un oste, che, reso temibile per delitti di sangue e straordinario ardimento, tentò più fiate, alla testa de' suoi ribaldi seguaci, d'invadere Reggio, e, quantunque respinto e cercato a morte, ebbe due volte dal Guicciardini governatore papale, per farlo a sè favorevole, il commissariato della montagna Reggiana, parla a lungo il Panciroli nella Storia di Reggio, e Tomasino de' Lancellotti nella Cronaca di Modena. Francesco Rococciolo in fine di un suo poema latino intitolato Mutineis, che si conserva ms. nella Bibl. Estense di Modena, tocca pure dell'Amorotto.

[244]. Della sua bontà parla degnamente anche nella Lettera XXXVI: ma «bisogno era di asprezza, Non di clemenza all'opre lor nefande» (Satira V), e perciò dice gli fosse imputata a difetto.

[245]. L'Ariosto, per non morir dalla noia in Castelnovo, avea bisogno di portarsi ogni cinque o sei mesi a passeggiarne uno nella piazza di Ferrara, come ricorda nella Satira VI.

[246]. Così per non perdere le rendite ecclesiastiche tenne sempre occulto il suo matrimonio con Alessandra Benucci vedova Strozzi.

[247]. Di prete Matteo è toccato anche alla Lett. XLIV. Tali richiami ed insinuazioni tendevano a far rimovere il duca da quanto aveva più volte ordinato all'Ariosto, come rilevo da lettera scrittagli da Ferrara il 29 marzo 1522, ove leggesi: «Circa quel prete Matteo, avete visto quel che per un'altra v'avemo scritto, e così vedrete di eseguire; perchè, per ordinario, nè voi nè altro nostro officiale si può impacciare a castigar preti ecc.»

[248]. Vedi Lett. [LV].

[249]. Manca il fine, che doveva trovarsi in un altro foglio o mezzo foglio perduto.