Mostrerai che non ebbe unqua pastore

Di me più lieto, e più felice Amore:

e qui altresì tocca e rammenta in più stanze lo stato d'allegrezza e felicità, ov'erasi fino a quell'ora ritrovato[302]. Nè i particolari di tal amore, conosciuti ora di nuovo e annoverati in sul principio del proemio, contrariano alla storia: anzi tutti vi si rannodano assai bene, e giovano a farne sapere quale verisimilmente ne fosse il seguito e il fine. Il subbietto adunque, preso a cantare dal poeta secondo il suo costume allegoricamente, potria parere esso solo più che bastevole a mostrar vera la mia opinione. Ma a confermamento di quella viene eziandio la maniera, onde la canzone è ordita. Tutti i poeti del cinquecento, eccettone l'Alamanni e i due Tassi, Bernardo e Torquato, e alcuni pochi nè molto valenti imitatori loro, i quali hanno seguita una certa via nuova da non potersi scambiare con altra, hanno foggiato le canzoni loro amorose, sì quanto ai concetti e al tessuto, che quanto allo stile, sugli esempi datine dal Petrarca. Ma questa, come voi vedete, non ha per niente il fare petrarchesco, ma più tosto un fare che trae a quello di Catullo e di Tibullo. E al secolo XVI solo l'Ariosto è quegli, il quale, come si mostra per alcune canzoni e capitoli suoi, è andato seguitando le orme di que' candidi, eleganti ed affettuosi scrittori antichi d'elegie. Finalmente, posto eziandio che non avessi gli argomenti recati in mezzo finqui, io m'indurrei a gridare Lodovico autore di questa canzone solo per la bellezza e bontà singolare dello stile poetico che per entro vi si ravvisa. Chi, se non egli, ha fior di lingua sì candido e puro? Chi modi e vezzi di favellare sì freschi e scelti? Chi tropi sì vivi e modesti? Chi dire di sapore sì attico e antico, elegante ad un tempo e naturale? Chi verseggiare sì libero e franco? Chi imaginare sì spontaneo e ricco? Chi maniera sì dolce e bella di toccare gli affetti del cuore secondo natura, e dietro le norme avutene dagli antichi scrittori latini e greci? Per le quali cose tutte io conchiudo che questa canzone o è fattura dell'Ariosto, o non v'è poeta del secolo XVI. i cui versi sieno conosciuti, al quale si possa a buon dritto ascrivere.

Abbiatevela voi dunque, o Lettori cortesi ed eruditi, in dono, e piacciavi di gustarla; e se non avete per ancora il palato guasto dai liquori acri e mordaci vegnentici d'oltremare o d'oltremonti, io m'assicuro ch'ella v'avrà sapore d'uno de' frutti più squisiti e dilicati che siano surti fuori del bel terreno, ove già ebbero nascimento Catullo, Tibullo e Lodovico.

ANNOTAZIONI AL PROEMIO

[296]. Si vegga fra le poesie varie di Lodovico Ariosto stampate in Firenze nel 1824 presso Giuseppe Molini a f. 146 il sonetto VII, il quale incomincia:

Quell'arboscel che in le solinghe rive.

[297]. Vita di M. Lodovico Ariosto. Ferrara 1807 in f. a f. 147.

[298]. Si vegga fra le poesie varie citate sopra a f. 184. la canzone che incomincia:

Quando il sol parte, e l'ombra il mondo cuopre,