Era notorio che due anni prima, Aurelio s'era diviso da Giorgina per colpa di lei; e che Giorgina pur non dandosi ad alcuno, si prendeva il gusto di recarsi nei luoghi frequentati da Aurelio per farlo testimonio della vita ambigua, che le aveva allontanato le donne caute, e raccolti intorno i gaudenti.
Quella sera, la femmina graziosa, al cospetto del mare ampio, innanzi alla tavola sulla quale troneggiavano ancora i trionfi delle frutta e le coppe umide, attraeva invincibilmente gli sguardi.
Il cappello bianco dalla tesa amplissima gettava sul suo viso un solco livido come una cicatrice; ma quando Giorgina alzava il capo e si buttava un poco indietro per ridere, il volto era battuto dalla luce piena e apparivano i denti piccoli e aguzzi. Non era bella; era giovane e procace; le poppe costrette nel busto francese s'indovinavano sotto la batista del corpetto traforato.
Aurelio pareva inchiodato sulla seggiola; gli amici avevan pagato e fumavano la decima sigaretta; avevan fatto portare il caffè, e poi i liquori e poi un altro caffè diacciato. Ma Aurelio non accennava ad andarsene; lo strazio che i maldicenti facevano in quell'ora del suo nome, e ch'egli indovinava, quasi l'aria gliene portasse l'eco, doveva inebbriarlo d'una ebbrezza malsana.
— Io partirei pure, — egli disse a un tratto, — e me ne andrei lontano, con tanta gioia!...
— Basterebbe, per il momento, andarcene lontano di qui, — osservò Ladislao.
Aurelio si decise.
I due amici si alzarono e si avviarono, girando fra i tavolini.
Giorgina chiacchierava, i suoi compagni ridevano e interloquivano a voce alta. Quando Aurelio passò, immediatamente tutti tacquero, quasi colti da una stupida prudenza.
Aurelio rasentò la tavola, la sigaretta tra le labbra, con una finzione perfetta d'indifferenza, sotto gli sguardi ironici dei mille curiosi. Trovò un gatto bianco accosciato pigramente sopra una seggiola di ferro, poco lungi dalla tavola di Giorgina, e si fermò ad accarezzarne il bel mantello: