Di là dalla vetrata si scorgeva la distesa verdognola del mare mosso, e di qui la striscia gialla del viale pulito e spazzato dalla pioggia fitta di più giorni.
Verso le cinque del pomeriggio cominciava il concerto, un piano, un flauto, un violino e un contrabbasso, che suonavano ballabili lenti, sui quali pareva cader la gragnuola minuta di quel rumore come d'un vento, che si faceva più forte. A quell'ora tra il pubblico apparivan le eleganti, e nel rettangolo del pattinaggio i maestri, quelli che delineavano le piroette, e correvano all'indietro, con le braccia conserte.
La musica dava un pensiero a tutta quella gente ch'era pigra a pensare, ma accompagnati e presi nella dolce spirale d'un valzer, non correvan dietro che a pensieri in forma di scene e a sentimenti in forma di pensieri. I più si dolevano, — donne e fanciulle, — che tra il pubblico non si vedesse la persona che avrebbe meglio ammirata la loro grazia.
E di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e di là e di qui, e un passo stretto dietro un passo stretto, e la spinta misurata e la svolta lunga per inerzia, e di qui e di là, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui or di là....
Nella corsa liscia e voluttuosa ve n'eran di instancabili, deliziosamente rinfrescati dal ritmo della musica; e seguitavano a correre, a svoltar gli angoli, a tagliar per la diagonale, a ondulare di qui e di là, abbozzando in testa un romanzo, che rimutavano, allungavano, abbellivano, e che non ricordavano più quando s'eran levati i pattini. Per riprendere il romanzo, bisognava rimettere le viti, riallacciare i lacci ai piedi, volare tra quel sibilo di vento e udir la musica, il doppio ritmo delle note e delle ruote.
Allora veniva bene il dialogo segreto, mille volte rifatto, che poteva esser questo:
— Mi ami?
— Non so chi sei.
— Non senti che t'amo, non senti che muoio, non bruciano le mie mani, non sono un tormento e una gioia che mi avvicinano a te?
— Mi parli, e non comprendo.