Non apparve nessuno. Le fanciulle ripresero l'aire, Paolo Sanna, Giulio Lastrelll, tutti gli altri che s'erano ammucchiati in un angolo, sfilarono a corsa e ricominciò lo stridìo, il rumore come d'un vento che sibilasse.
La piccola orchestra attaccò una marcia, Il Ruwenzori; e fu tra le note della marcia, al ritmo fiero e guerresco della vittoria ch'entrò soffiando donna Eufrasia Ricciardi. Era d'amaranto in viso, gesticolava, aveva qualche grande cosa da dire. Le ragazze che passavano a corsa videro le mamme avvicinarsi e circondar donna Eufrasia, e ripetere i gesti, gli uomini guardarsi in volto e inarcar le sopracciglia.
— Che c'è? Diventano matti? — domandò Paolo Sanna.
Ma il susurro cresceva, soverchiava lo stridìo dei pattini, il ritmo della vittoria, e una voce dominò e si diffuse:
— È morta!
— Chi, morta?
Lidia e Paolina si lanciaron fuori a farsi togliere i pattini, per ascoltare: il dottor Lastrelli, che faceva in quel punto un geroglifico, perdette l'equilibrio e ruzzolò per terra, interrogando:
— Chi, morta?... Ma chi?...
Intorno a donna Eufrasia faceva ressa tutto il pubblico, una platea d'ascoltatori, mentre sul pattinatoio non correva più nessuno.
— Cinque pastiglie di sublimato! — narrava la dama soffiando. — Stanotte, all'Hôtel de Russie.... Povera figliola!... E ieri, a quest'ora, pattinava così bene, con quegli stivaletti rossi, che saranno di moda, ma a me, già, non piacciono.... Avvelenata! Che coraggio!... Chi l'avrebbe detto?