— Certo, uno scandalo! — disse donna Eufrasia, mettendosi infine a sedere per vigilar la nipote che pattinava. — Qualche cosa me lo faceva presentire quando li ho visti ieri.... Oh per lui, se lo merita! Lei, poverina, non ha colpa, se lo amava.... È sempre così; non si amano che codesti birboni!
Poi soggiunse romanticamente:
— Amore e morte!
La corsa aveva riacquistato tutto il suo impeto e dopo la marcia era venuto un valzer. Dalla vetrata traboccava come il giorno innanzi l'onda rossastra del tramonto, e il rettangolo su cui correvano tanti piccoli piedi ruotati, svolazzavano tante sottane, si faceva d'oro.
— Ma è bello! — susurrò a un tratto Lidia, uscendo da una lunga meditazione. — La gioia, i divertimenti, l'automobile, un grande amore, e poi una notte morire; addormentarsi, e non svegliarsi più, mai più!
— Taci! — disse Paolina con un brivido. — Pensavo io pure così!
E le due fanciulle si strinsero più forte, correndo; e di qui e di là, e sul ginocchio destro e sul sinistro, e un passo stretto dietro un passo stretto, oscillando come per una composta ebbrezza, come piegandosi ad ascoltare or di qui, or di là....
LA MOGLIE INNAMORATA.
La causa era buona e difficile: si trattava di difendere la giovane contessa Elena Uberti, la quale in un momento di gelosia e di passione aveva piantato tre palle di rivoltella nel petto del marito conte Stefano Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, che era scampato per miracolo, dopo tre mesi di malattia.
L'avvocato Pietro Quadrelli aveva accettato di difendere la contessa; innanzi tutto perchè il processo era “brillante„, poi perchè la contessa era ricca, bella e giovane. Ma la strada naturale per cui la difesa doveva mettersi, cioè la dimostrazione della cattiva condotta del conte Stefano e delle avventure di lui, s'era chiarita subito assai difficile. In verità, non si avevano prove serie nè della cattiva condotta, nè delle avventure; e i testimoni nicchiavano, dicevano e non dicevano, lasciavan l'impressione di riferire cose udite, raccolte nei caffè, pettegolezzi inconsistenti. Nulla di grave s'era potuto assodare; lo scatto di gelosia che aveva armato la mano della contessa Elena appariva quasi ingiustificabile e la situazione della giovane signora era andata aggravandosi durante l'istruttoria, quantunque, se non si ammetteva la gelosia, non si potesse incolparla d'alcun movente odioso o volgare.