L'avvocato Quadrelli disperava di poter formare al processo quell'“ambiente morale„ che sarebbe valso a circondare d'antipatia e di sospetto la figura del marito, e a gettare una luce benigna sulla contessa Elena. Egli era andato a trovarla più volte nel carcere giudiziario e aveva dovuto convenire con sè stesso che la dama, acutamente sensibile, non aveva potuto macchiarsi d'un delitto se non per qualche impulso irrefrenabile, di cui essa stessa non sapeva rendersi conto.
Nulla era perciò più arduo che preparare la lista dei testimoni, i quali dovevano essere scelti tra i pochi che avrebbero saputo non esagerare, tenere di fronte alla contessa un linguaggio di stima senza enfasi, e di fronte alla vittima di lei un contegno di riprovazione sobrio e grave. Infine, come arma vera e propria, l'avvocato Quadrelli non aveva che l'eloquenza, dalla quale sperava un effetto durevole sull'animo dei giurati, sempre inclini a una certa simpatia per le donne giovani, eleganti e timide. E che Elena fosse elegante e timida, l'avvocato sapeva; gli occhi cilestri della contessa non avevano sopportato a lungo lo sguardo di lui. Ella s'era schermita gentilmente ma fermamente d'accusare troppo il marito, aveva rifiutato di spiegarsi intorno ai quattro anni di vita passata a fianco del conte Stefano, temendo che l'avvocato s'arrischiasse o fosse in diritto di rivolgerle domande troppo intime; le sue mani eran bianche e sottili; le vesti scure, ma perfette di taglio, e intorno al suo corpo ondeggiava un profumo delizioso di mughetto. L'avvocato aveva indovinato, aveva sentito, che la contessa Elena Uberti di San Guiscardo e di Bovolino, nata marchesa Grotti di Lampreda, era un angelo, incapace di commettere la più piccola bassezza. E, chiusa l'istruttoria, era andato a trovare quell'angelo nel carcere giudiziario quante più volte aveva potuto, forse per aver luce sulla causa, certamente per aver luce dagli occhi cilestri e per aspirare il delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina della giovane.
La sua simpatia per la contessa non aveva riscontro che nell'antipatia sorda contro il marito; un uomo il quale sciupava energie preziose in una vita di disordini, e, l'istruttoria lo dimostrava, sapeva destreggiarsi con tale abilità da non lasciare prove della sua mala condotta.
L'avvocato Pietro Quadrelli fu, per tutte queste ragioni, spiacevolmente sorpreso d'udirsi annunziare un mattino il conte Stefano Uberti. Mancavano quindici giorni al processo, e l'intervento di quell'uomo non poteva non essere pericoloso per l'accusata. L'avvocato diede ordine di farlo passare immediatamente, e non appena se lo vide innanzi, strinse in pugno un tagliacarte, per frenare un moto di dispetto.
Il conte era sulla quarantina; dritto come se i bagordi lo avessero temprato: con lo sguardo “discendente„, che veniva dall'alto, sarcastico e superbo; un poco acceso in volto, di quel colorito che gli uomini prendono stando molto all'aria aperta, sotto il sole, sotto la pioggia, al vento, alla polvere; alla prima occhiata, si sarebbe creduto ch'egli fosse un ufficiale in abito borghese....
— A che cosa devo?... — chiese l'avvocato, accennando una sedia al conte.
— A che cosa deve il piacere della mia visita? — ripetè Stefano, sedendo. — Ecco qua: sono venuto, per quanto mi è possibile, ad aiutarla nella sua opera.
L'avvocato strinse ancora una volta il tagliacarte; quell'uomo si prendeva beffe di tutti, evidentemente; ma nell'interesse della giovane accusata, Pietro Quadrelli si fece forza e stette ad ascoltare.
— Mi sembra, — disse Stefano, — che la posizione di Elena, di mia moglie, sia molto penosa, e che al momento in cui parliamo, l'accusa possa facilmente aver ragione.
— Lei s'inganna.... — interruppe l'avvocato.