Il conte Stefano Uberti sorrise con un sorriso che significava la compassione e l'ironia e che fece salire al volto di Pietro Quadrelli una vampa.
— Non m'inganno, — ribattè il conte. — Credo di essere bene informato. A Lei, vede, mancano i testimoni. Io ho molta fiducia nell'eloquenza; ma neanche Demostene, con quei testimoni, che Ella ha potuto trovare fino ad oggi, riuscirebbe a dimostrare che Elena aveva qualche ragione di fare ciò che ha fatto....
— Lei intende costituirsi parte civile? — domandò l'avvocato.
Stefano sorrise e si alzò.
— Non ci comprendiamo! — disse poi. — Ma se sono qui per aiutarla?
Fece alcuni passi nello studio, andò alla finestra che guardava in un giardino, e stette un istante come assorto a veder le foglie tremolare a un lieve fiato di vento. L'avvocato, immobile innanzi alla scrivania, lo osservava con curiosità.
— Ecco qua, — riprese Stefano, tornando a sedersi. — Bisogna citare il marchese Cutinelli. È un simpatico giovanotto. Due anni or sono, mentre viaggiavo tra Napoli e Roma, e precisamente si stava facendo colazione nel wagon-restaurant, egli si è incontrato con me. Io ero con una signora giovanissima, dai capelli neri e dagli occhi castagni; quella signora non era mia moglie.
S'interruppe, e guardando dritto in faccia l'avvocato, proseguì:
— Lei conosce bene mia moglie. Sa che ha gli occhi cilestri e la carnagione bianca, dirò coi poeti “simile a un petalo di rosa„. Ora la signora che viaggiava con me, aveva i capelli neri, gli occhi castagni e la carnagione scura. Interroghi il marchese Cutinelli; ne saprà quanto basta. Abita a Napoli.
L'avvocato scrisse il nome e l'indirizzo sopra un taccuino, e si chiese: