L'avvocato Pietro Quadrelli era stupefatto e girava e rigirava tra le mani il lapis con cui avevo scritto gli indirizzi.

— Devo rendere omaggio alla sua lealtà, — disse infine. — Lei ha voluto illuminare la giustizia con suo personale sacrificio....

Il conte si rivolse di botto e diede in una risata:

— La giustizia?... Ma lei crede alla giustizia, lei che è avvocato? — interruppe.

— In ogni modo ha dato prova della grande affezione che la lega alla contessa.

— No. Io non l'amo! — affermò Stefano seccamente. — Non l'amo punto.

— E allora?... Perchè da questo processo risulterà certo la scusante della contessa, ma lei sarà perduto....

— Le pare? — interrogò Stefano con quel sorriso ironico che metteva tanto freddo nell'espressione del suo volto maschio. — Le pare che un uomo il quale è infedele a sua moglie e cambia l'amante ogni otto giorni, sia perduto nell'opinione pubblica? Ma non si tratta di questo. Lei si domanda perchè io sia venuto a salvare una donna che non amo, e a svelare alcuni fatti delicati della mia vita intima? Lei dimentica che intorno al nome della famiglia Uberti di San Guiscardo s'è fatto abbastanza chiasso, e io voglio, io devo impedire che questo nome si trasformi in un numero d'un reclusorio femminile. Do prova di devozione alla mia famiglia, non alla contessa. E la prego di dirlo a Elena; che non s'illuda; non ho per lei nè amore, nè pietà; uscita dal carcere, non la vedrò più. Glielo dica, la prego. Non la vedrò più. Siamo intesi?

L'avvocato rispose con un'espressione quasi solenne:

— Non la vedrà più. Siamo intesi!