Vi fu un silenzio, breve, ma che parve eterno ai due uomini; in capo al quale, il conte si mosse, andò vicino all'avvocato Quadrelli e lo toccò leggermente sopra una spalla.

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — disse con freddezza.

— Io? — ribattè l'avvocato, quasi fosse stato tocco da una scarica elettrica. — La prego, conte!...

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena, — ripetè Stefano, come non avesse udito. — Lei crede che Elena sia una vittima; e ignora che io sarei stato il migliore dei mariti, se...; e che, mentre ho citato alcuni testimoni terribili contro di me, avrei potuto citarne un numero infinito di terribilissimi contro Elena. Per esempio, il direttore della Biblioteca Nazionale di Roma, il direttore del Museo di Cluny, il direttore della Collezione Grandidier al Louvre, e altri, i quali sanno che mi son dovuto mettere a lavorare da qualche tempo, non per mantenere le mie amanti, le quali appartengono alla categoria delle donne che non si mantengono; ma per.... per altre ragioni.... Elena sarebbe stata perduta; dieci anni di reclusione, a occhio e croce.

Accese ancora una sigaretta, e concluse:

— Lei ha molte illusioni intorno a Elena!

— Interrogherò subito quei testimoni, — disse l'avvocato Quadrelli. — E andrò a recare la buona notizia alla contessa.

— Vada, vada! — mormorò il conte Stefano, sorridendo.

Strinse la mano all'avvocato, s'inchinò leggermente, e uscì.

Non appena egli si fu allontanato, Pietro Quadrelli uscì a sua volta, prese una vettura, e si fece condurre di corsa al carcere giudiziario.