Era felice; teneva in pugno non soltanto la libertà materiale di Elena dagli occhi cilestri, ma quanto bastava per darle un'aureola più duratura del delizioso profumo che ondeggiava intorno alla testolina di lei. Aveva un bel dire il conte; l'opinione pubblica lo avrebbe stritolato, decretando il trionfo alla giovane e timida contessa. Non si violano impunemente le convenienze come aveva fatto Stefano; il pubblico si rivolta e condanna.

Nella sua cella a pagamento, la contessa Elena, agile e sottile, stava seduta leggendo, presso la tavola su cui erano ancora i piatti e le posate della colazione; udendo schiudere l'uscio, la giovane si alzò, e sorrise a Pietro Quadrelli, che entrava.

— Mi pare molto contento, avvocato! — ella disse con la sua bella voce morbida.

— Contento? Sono felice, e per buoni motivi, — rispose l'avvocato.

E sedendo vicino a lei, presso la tavola, le raccontò con molti particolari la visita del conte Stefano e le notizie che ne aveva raccolto. Egli s'aspettava di vedere il bel viso dal carnato “simile a un petalo di rosa„ illuminarsi di gioia, e fu stupito, quasi sgomento, vedendo che a mano a mano ch'egli procedeva nel racconto, il visetto si faceva buio, la fronte s'aggrondava, l'espressione diventava cupa e chiusa.

— Ebbene? — disse Pietro Quadrelli. — Non ho ragione d'essere felice? È il trionfo, la vittoria sicura, la sua assoluzione....

Elena lo guardò in faccia, poi disse freddamente:

— Non ha capito?

— Io? Che cosa dovevo capire?

La giovane ebbe un sorriso breve, una specie di ghigno disdegnoso: poi dichiarò: