— Sono testimoni falsi!
L'avvocato Quadrelli trasalì, fissandola a sua volta sbalordito:
— Come dice? — interrogò.
— Dico che sono testimoni falsi, — ripetè Elena. — Falsi! Li conosco tutti; amici intimi di Stefano, pel quale andrebbero nel fuoco. Non una parola di ciò che racconteranno è vera; egli li ha pregati di aiutarlo a salvarmi per l'onore del nome, ed essi mi salveranno, giurando il falso e raccontando il falso.... Ne vuole una prova? Al Grand Hôtel, a Milano, ero io con lui!
— Ma, allora, contessa, non capisco?... — interruppe l'avvocato.
— Non capisce? È semplicissimo. Mio marito si vendica; ciascuno si vendica a modo proprio. Stefano si vendica, schiacciandomi con la generosità.... Non posso certo smentire i suoi testimoni. E con quali prove del resto? E qual è l'imputato che smentisce i testi venuti per liberarlo? Io tacerò, le menzogne passeranno, e il giuoco sarà fatto.
Ella sembrava in preda a una viva agitazione e le sue piccole mani si serravano nervosamente. Rimase un istante in silenzio, poi riprese:
— Mio marito deve averle detto ancora qualche cosa. Che cosa le ha detto?
Pietro Quadrelli esitò. Come riferirle le parole dure e crudeli, che Stefano aveva pronunziato contro di lei? La vide esile, timida, delicata, e temette che quelle parole dovessero rovesciarla a terra.
— Dunque? — insistette Elena.