Aveva detto: Moi je suis française, con un'espressione d'orgoglio così aperto, che Francesco levò il capo a guardarla; e l'altra, sotto quello sguardo curioso, arrossì un poco. L'uomo prese la scatola di sigarette Kiryazy, salutò ed uscì.
Che bella cittadina, Colmàr! Pacifica, pulita, ridente. Le signore, le impiegate, le serve, andavano all'ufficio o al mercato in bicicletta; alcune tenevano presso il manubrio un paniere, da cui pendevan ciuffi d'insalata e barbe di carote, e pedalavano lestamente per tornare a casa a preparare la colazione.
Capitato là come fosse caduto dal cielo, non avendo nulla da fare, Francesco girò per la città a osservare ogni cosa, ed era così evidentemente ozioso, che una guardia dall'elmo col chiodo appuntito e dall'ampia barba bionda lo squadrò più volte. Si fermò a guardare la fontana di Schwendi, Schwendibrunnen, che ha un arco a ciascuna bocca dell'acqua, e la Pfister Haus, una casa di puro stile tedesco, con un loggiato scuro, un verone appiccicato e come sospeso sull'angolo, una torricella poligona al fianco. Gli piaceva tutto; la pace della cittadina linda rispondeva alla pace del suo cuore; pensava che quando l'amore è morto, il cuore è tranquillo.
Fece colazione alla Kopfhaus, la casa delle teste, così detta perchè la decorazione dei varî piani era formata da teste di guerrieri e di draghi; una bella balconata lasciava traboccare geranii rosei e garofani rossi. Il frontone a forma di triangolo con certi pinnacoli sui lati e un pupazzo buffo sul vertice, faceva pensare a una costruzione cinese. Francesco bevve un eccellente vino bianco del Reno e mangiò con grande appetito.
— Io sto a Colmàr un anno! — egli promise a sè stesso, mentre tornava lentamente verso la Rufacherstrasse.
Quando fu per salire all'albergo, s'accorse di non aver fiammiferi, e procedette fin dal tabaccaio. La fanciulla era ancora dietro il banco, e leggeva.
— Alors, mademoiselle est française? — disse Francesco sorridendo.
E perchè non aveva nulla da fare, cominciò a discorrere. La fanciulla discorreva garbatamente, senza timore e senza spavalderia. La sua famiglia era francese di cuore e di pensiero, nonostante il “Cigarren und Cigaretten Importen„ che si leggeva sull'insegna. Ella, la giovane, si chiamava Laetitia, in memoria della gran madre dell'Imperatore; e quantunque non lo dicesse, si sentiva nella sua parola un rancore sordo contro i tedeschi, contro la dominazione pesante e cortese, rigorosa e gentile di quei signori. Letizia sognava Parigi; non v'era mai stata; il papà e la mamma le avevan promesso mille volte di condurla, ma non avevan mai potuto.
Allora Francesco si fece a descriverle Parigi; e per descriverla meglio, prese una sedia e vi si accomodò. La fanciulla ascoltava avidamente il signore dai capelli tutti bianchi e dagli occhi vivi; e, contenta d'udire che Parigi era una città potente, ricca, una grande città, una delle più grandi città del mondo, andava interrogando quasi per aver la conferma di quella ricchezza, di quella potenza.
Sopravvennero alcuni clienti, comperarono, se ne andarono; e la conversazione riprese. Letizia era felice di non parlare tedesco e di conoscere una persona che amava la sua Parigi, e Francesco vedeva la fanciulla così animata, quegli occhi color d'avana così accesi di piacere, quella bocca grande scoprir denti così belli, che gli pareva di dir cose straordinarie, d'essere un vecchio amico di Letizia e d'averla ritrovata a Colmàr dopo una breve lontananza.