La cucina di madame Brigitte Gericault era eccellente, e il babbo di Letizia un brav'uomo semplice, il quale, fatto il suo dovere nel 1870, rimasto ferito a Gravelotte, non parlava mai nè dell'anno terribile, nè dei tedeschi. Francesco pranzò due volte in casa dei Gericault, e invitò due volte la famiglia a pranzar con lui alla trattoria.

Una sera, tornando appunto da uno di quei piccoli pranzi, Francesco camminava a fianco di Letizia, e dietro, a distanza, venivano i genitori.

Quantunque non fossero che le nove, la città era presso ad addormentarsi; i passanti si potevan contare, e la luna splendeva del suo mite chiarore perlaceo.

Francesco s'arrestò a guardare. Due vie deserte e lunghe gli si aprivano innanzi, separate da un gruppo di case, che la luna blandiva del suo raggio. Il silenzio era profondo, e in capo a una strada, unico segno di vita, brillava un lume rosso. Lo stile di quelle case dal tetto digradante, su cui a guisa di monelli s'arrampicavano in diverse file gli abbaini, spirava un'intima armonia con la pace dell'ora.

Mentre Francesco stava per esprimere la sua ammirazione, dalle finestre del Circolo italiano venne un'ondata di musica, soave e malinconica, la quale sembrò parlare dei paesi lontani che Letizia sognava, dei giardini d'Italia, della Francia amata; e si diffuse, e ondulò nell'aria come un lungo pianto per le cose che non eran più, per le cose che non sarebbero state mai.

Francesco e Letizia istintivamente si fecero vicini l'uno all'altra, e ripresero a camminare a capo basso, senza dirsi parola.

Ma quell'ora di strano turbamento non si ripetè. Francesco passava quasi l'intero giorno nel negozio, e Letizia aveva finito a poco a poco per trattenervisi ella pure. Lavorava, ascoltando le chiacchiere dell'amico, e di tanto in tanto alzava il capo a sorridergli, lo guardava negli occhi, riabbassava la testa a lavorare. Stava ricamando una lunga striscia di tela da mettere sul cassettone a guisa d'ornamento, e Francesco fingeva di non capire che le due lettere F. R. a cui la fanciulla attendeva, non potevano significare Laetitia Gericault. Egli portava i fiori tutte le mattine, ella se li appuntava al petto, e poi cominciavano a chiacchierare allegramente. Francesco rideva, perchè in quella città tedesca non aveva visto che lapidi e monumenti a generali francesi del primo Impero, cominciando dalla statua a Rapp sull'immensa piazza che ha il suo nome. Ma certi angoli della città eran deliziosi, con qualche piccolo canale su cui oscillavano le imbarcazioni lunghe e strette, simili a piroghe; e la vecchia casa di San Martino, dal cui verone i fiori porpurei scendevan giù ad animare l'antico legno scolpito, gli era parsa più bella che la casa dei cavalieri di San Giovanni, dal doppio loggiato a cinque finestre. Ambedue, Letizia e Francesco, avevan dimenticato ch'egli era a Colmàr per caso, che un giorno sarebbe dovuto ripartire; sembrava all'una e all'altro di non esser mai vissuti, di non dover mai vivere diversamente che nella pace della piccola città, in cui tutti dormivano alle nove di sera e i crocicchi di notte rammentavan gli scenarî d'un melodramma. E Letizia, che aveva sempre odiato Colmàr come la più meschina delle città di provincia, sentiva d'esserle a un tratto affezionata. Molte cose originali erano sfuggite allo sguardo della fanciulla, e quando usciva con la mamma e con Francesco, e questi gliele faceva osservare, Colmàr prendeva agli occhi di Letizia un nuovo aspetto, un nuovo significato, quasicchè la parola dell'amico avesse dato un'anima alla cittadina graziosa. E tutto era allegro intorno, la stagione, il sole, il vento tepido; la fanciulla non aveva mai sentita così intensa la gioia di vivere. Più che all'aria di primavera, ella si scaldava a un fuoco misterioso che aveva nel cuore.

Una mattina Francesco stava discorrendo con la fanciulla d'una gita che si doveva fare l'indomani a Strasburgo. Egli avrebbe visto, — diceva Letizia con un sorriso un po' inquieto, — molte belle ragazze in costume alsaziano, col nastro magnifico sui capelli, e le avrebbe trovate tutte adorabili come lei. Sarebbero andati a salutare il Reno e i monumenti di Desaix e Kleber, e la Cattedrale in cui erano le statue della Vergine folle.... Letizia s'interruppe, vedendo entrare il ragazzo dell'albergo.

Francesco prese dalle mani di lui la sua posta, e il ragazzo se ne andò; alcune lettere, e tra le lettere un telegramma. Francesco lo aperse, lo lesse un paio di volte, fece un gesto poi mormorò:

Je vais partir. C'est ma femme qui me réclame. Elle est souffrante.