— Non osavo dirglielo, — rispose Estella con un breve rossore alla fronte. — Ma io ho una fame da lupo, anzi da lupa.
— Andiamo, allora, lupetta!
E Tullio si credette così padrone di sè, che passò un braccio attorno al busto della fanciulla, e, appoggiandosela al fianco, l'accompagnò per le scale fino alla sala da pranzo.
VI.
Non c'era nessuno, nella sala ampia, illuminata a luce elettrica; l'impressione del vasto locale, coi tavolini pronti e non occupati, sarebbe stata malinconica, se la gaiezza d'Estella non vi avesse diffuso immediatamente calore e simpatia.
Il pranzo fu allegro; Tullio e la fanciulla mangiarono con appetito e chiacchierarono con vivacità, quasi con entusiasmo. Estella non beveva vino, abitualmente, ma non disse nulla al suo compagno, e lasciò ch'egli facesse recare una bottiglia di vino valtellinese, infocato e piacevole, che le diede, con un'ardenza insolita, una instancabile vivacità.
Ella rideva e raccontava; raccontava certi piccoli episodii della sua piccola vita, certe scappatelle con le amiche di Bellagio, e Tullio notava il candore di quelle bricconerie, la purezza di ciò che la fanciulla credeva tanto furbesco e malizioso. Egli si vedeva di fronte a Estella, in quell'albergo di Como, in pieno gennaio, e si stupiva pel primo dell'avventura impreveduta e innocua.
— Io non ho mai bevuto lo sciampagna, — ella disse a un tratto.
— Ebbene? — domandò Tullio sorpreso.
— Ebbene.... vorrei berlo! — dichiarò Estella sorridendo.