— Non viene a farmi compagnia?

Tullio, al suono della voce velata, alzò gli occhi, vide che la fanciulla aveva pianto.

— Che cosa c'è? — disse. — Ha il viso bagnato di lagrime.

— Non viene a farmi compagnia? — ripetè Estella.

Lo Sciara la seguì nella sua camera, di cui la fanciulla richiuse la porta. E nuovamente egli chiese:

— Perchè piange?

— Mi ha tanto, tanto rimproverata, — ella mormorò. — E ho sentito che ha ragione di chiamarmi sciocca.... Ma nessuno mi rimprovera mai.... Il papà dice che sono buona e faccio tutto bene.... Per ciò un rimprovero mi fa più effetto....

Lo Sciara si smarrì; dovette resistere all'impeto subitaneo di stringersi la fanciulla tra le braccia, di baciarla e d'accarezzarla come una bambina; trasse dalla tasca il fazzoletto e le asciugò gli occhi, mentre Estella riprendeva a sorridere.

— Le domando perdono, — disse Tullio. — Sono stato villano, lo riconosco, ma io non ho abitudine di trattare con le signorine.... E poi, me le fa così grosse!.... Sua zia diceva ch'è una marmotta; io pensava che fosse una marmotta davvero.... E invece mi fa queste bricconate.... Le domando perdono, sono confuso, riconosco d'essere stato villano... Ma che vuole? Non sono abituato a trattare con le signorine....

Egli andava ripetendo queste frasi, dritto innanzi a Estella, con la bocca a un dito dalla bocca di lei; ed ella sorrideva, lasciando che egli le asciugasse gli occhi e le sfiorasse i capelli con la mano.