Il cronista m'accompagna per le calli dove non sempre si può tener l'ombrello aperto, in causa della strettezza; e incontriamo pochi viandanti, appena riconoscibili alla fioca luce del gas. In verità, per godere questa ombra e questo silenzio, occorre un'anima temprata alla solitudine e sicura di sè; per non soffrirne, un'anima indifferente e molle.... Che importano il silenzio e l'ombra a questi veneziani miei amici, che hanno qui le case, la famiglia, la gioia?... La loro gioia è sepolta nell'ombra e nel silenzio, come lo scrigno dell'avaro in un sotterraneo misterioso.
Ma Wanda Zablinsky non aveva più nulla: fuggita di casa per un uomo, e abbandonata dall'uomo pel quale era fuggita, la famiglia lontana, la gioia perduta.... E il silenzio l'ha presa tutta e l'ha schiacciata.
Mi fermo. Il cronista è innanzi all'albergo; parla col portiere, poi col direttore. Quest'ultimo mi viene incontro, e mi saluta.
— Non lascio passare nessuno, — dice. — Ma lei, la stampa non ha barriere.... Abbiamo telegrafato alla famiglia.... Se ne parlerà ancora molto? Queste chiacchiere ci recano danno.... Io avrei piacere che la si finisse.... Fortunatamente abbiamo pochi forestieri, in questa stagione.... Che caso! È dispiaciuto a tutti.... Un caso di nevrastenia; non poteva sopportare il silenzio. Povera bambina! Le signore hanno mandato fiori, molti fiori.... Vedrà.... È al numero trentaquattro, secondo piano....
Salgo. La porta del numero trentaquattro è vigilata da una guardia di città, che mi lascia passare, riconoscendo il cronista.
E varcata appena la soglia, un profumo denso mi si precipita incontro, un profumo di violette, di tante violette, che la stanza illuminata ha preso il colore d'ametista carico. Violette dovunque, sciolte sul cassettone, sul tavolino, sparse a terra, annodate a guisa di ghirlanda intorno allo specchio, il quale rifletteva ieri l'imagine della fanciulla e rifletterà domani l'imagine d'un passante annoiato.
E che silenzio! Veramente il silenzio è assai greve in questa camera. Ce silence, ce maudit silence! Le finestre guardano sul Canalazzo, che una bruma pesante ha invaso; non si vede più nulla, e la notte è calata prima del tempo. S'ode battere ritmicamente una goccia dalla grondaia sulla tettoia che ripara l'entrata dell'albergo: è un colpo isocrono, esatto, che segna il tempo come un pendolo, e dice che piove, che continua a piovere.... E null'altro. Ho guardato ogni cosa: c'è sul cassettone un pettine di tartaruga chiara costellato di strass, che scintillano tra le violette; più qua un nodo di velluto nero, disposto forse per esser messo tra i capelli, e un piccolo specchio da mano, chiuso in una cornicetta d'avorio.
Ho guardato ogni cosa; all'altro lato della camera è il letto col cadavere, ma non ho ancora osato gettarvi lo sguardo, e sento gli occhi del cronista che immobile nel mezzo della camera deve fissarmi con curiosità, non comprendendo la mia ripugnanza.
E infatti, ho torto.
Non c'è nulla di ripugnante nello spettacolo che mi si para innanzi, quando a capo scoperto mi avvicino al lettuccio d'ottone rilucente. Wanda è distesa, le mani lungo i fianchi, i capelli lunghissimi tutti sciolti; indossa un abito di velluto nero, che dà un risalto terribile al pallore del volto, e tramuta i capelli in un vero fiume d'oro lucido. Ha gli occhi chiusi, cerchiati d'azzurro, e le labbra bianche.