Dacchè l'aveva sposata, Giorgio s'era fatta l'abitudine di chiamar Minni, con i vezzeggiativi più curiosi. Il nome di lei, Emma, era diventato Minni, e le era rimasto; ma ogni poco, Giorgio glielo mutava con voci monosillabiche, nelle quali egli metteva un senso d'amore e di protezione come per un bambino.
— Quante belle cose avete comperato! — disse Giorgio, gettando un'occhiata alla tavola, mentre si levava il cappello e il soprabito.
Minni sorrise debolmente.
— Hai fame? — ella chiese.
— No, niente, sono stanco! — rispose Giorgio, avvicinandosi e baciandola sulla bocca. — Una noia spaventevole, tutto il giorno. E tu?
— Io ho fame. Ora preparo il caffè, e poi mangiamo.
Ella andò ad accendere la macchinetta pel caffè, e Giorgio sedendo sull'agrippina diede un'occhiata al libro che Minni aveva deposto sulla tavola.
— “Sì principe, — lesse Giorgio ad alta voce — il mio banchiere è pronto a rilasciarvi subito uno chèque di trecentomila franchi. Non avete che da dare un ordine„.
— Ma quanto è stupido, Mì, questo vostro libro! — disse Giorgio chiudendolo.
— Son tutti lo stesso, — osservò Minni.