— Io credo che gli chèques non esistano! Sono esistiti mai, al mondo, i banchieri e i principi?... Ne ho perduta l'abitudine....
— Anch'io! — disse Minni. — Non credo più al danaro.
— Il male si è che ci credono gli altri! — mormorò Giorgio.
Minni sedette a tavola, e l'uomo guardò la sua piccola moglie nella quale egli aveva riposto tanta tenerezza, alla quale egli si sentiva invincibilmente legato da un'affezione e da una gratitudine senza limiti.
La giovane apparteneva a famiglia già ricca e aveva conosciuto con Giorgio e gustato gli agi della vita; poi una serie di rovesci, alcune speculazioni infelici, una causa civile promossa da alcuni parenti, avevano piombato l'una e l'altro nelle più crudeli strettezze, quasi nella miseria.
E Minni era rimasta ferma, aspettando con coraggio il ritorno alla ricchezza, obbedendo alle necessità di quel periodo di sventure, lavorando d'ago con le piccole mani che in altri tempi eran cariche di gioielli, dimenticando tutte le cure, tutte le mollezze, tutte le superfluità in mezzo alle quali e per le quali sembrava vivere un giorno.
Ella mangiava ora con Giorgio il misero pranzo, ed era tranquilla. Giorgio si levò a darle un bacio.
— Sei molto carina! — egli disse. — Ti voglio molto bene, lo sai?
Ella alzò le sopracciglia con un significato di dubbio.
— Non far la scettica, suvvia! — esclamò Giorgio, il quale non perdeva la calma se non quando si dubitava della sua parola. — Sai che ti voglio bene; molto, troppo!...